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Elisa, recensione del film di Leonardo Di Costanzo

Presentato in concorso a Venezia 82, Elisa di Leonardo Di Costanzo è interpretato da Barbara Ronchi e Roschdy Zem. Dal 5 settembre al cinema distribuito da 01 Distribution.

Elisa inizia con una dichiarazione di intenti affidata alle parole pronunciate in scena. Un ricercatore sta tenendo una conferenza per spiegare un progetto di ascolto dei detenuti e delle detenute di un Istituto di Riabilitazione Penitenziare. Lì dentro vivono persone che hanno compiuto omicidi. La sua tesi è che i detenuti dell’istituto siano spesso indagati nel loro gesto, mai ascoltati però nelle ragioni che li hanno portati a compierlo. Senza giustificare o attenuare la loro colpa, le sessioni di dialogo con queste persone hanno l’intento di non restare immobili intorno all’idea di mostro (come viene detto nel film), ma di vedere l’altro nella propria umanità.

Ad ascoltare il discorso di Alaoui (Roschdy Zem) c’è Elisa (Barbara Ronchi), in carcere per avere ucciso la sorella. Sostiene di non ricordare quasi nulla di ciò che è accaduto e si offre per partecipare alla ricerca e raccontare la sua versione. Il processo la spoglia dei suoi segreti per ricostruire una nuova interiorità con l’auspicio che corrisponda a una nuova personalità. Cambiare, crescere, iniziare a pensare a un futuro. In una parola: riparare.

Roschdy Zem e Barbara Ronchi in Elisa. Credits: Oliver Oppitz

Un’espansione di Ariaferma

Leonardo Di Costanzo ha avuto l’idea del film durante la scrittura e la realizzazione di Ariaferma. La sua precedente opera, di pregevole qualità anche se ancora acerba in alcuni passaggi, raccontava il rapporto tra carcerieri e carcerati. Era una storia di pareti, di inferriate e di tensioni generate dal luogo: un penitenziario in dismissione. In Elisa, al contrario, si cammina molto all’aperto. Le immagini “a occhio di dio”, riprese col drone, mostrano dei tornanti. Le passeggiate della detenuta nei boschi finiscono sempre con l’incontro dei confini. Come a dire che il cammino della giustizia riparativa non è un percorso facile, ma richiede una guida preparata e tanta forza di volontà. Ed è la cosa migliore del film.

Va infatti dato atto alla regia di credere immensamente nel messaggio che vuole consegnare. Lo propone però con una forza tale da farlo risultare urlato. Sin dal discorso iniziale, infatti, Elisa – presentato in concorso all’82esima Mostra del Cinema di Venezia  inizia inesorabilmente a perdere la fiducia nelle immagini e affidarsi troppo ai dialoghi. L’impostazione è teatrale (pochi ambienti, persone sedute una di fronte all’altra), talvolta interrotta da flashback che mostrano le fasi che hanno portato al delitto.

L’esito è paradossale: da un lato si costruisce, senza troppa forza cinematografica, un approfondimento psicologico notevole. Dall’altro si indugia in sequenze di disperazione famigliare più crude e dirette che però appiattiscono la complessità del soggetto analizzato dal film. Una storia vera, quella di Elisa, di cui il film si appropria in maniera piuttosto anonima. Alla sceneggiatura interessano più le conclusioni del percorso che si fa per giungere ad esse.

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Barbara Ronchi in Elisa. Credits: Oliver Oppitz

L’urgenza del messaggio

C’è un limite sottile, che cambia di film in film, tra recitare e sovrarecitare (il cosiddetto overacting). Barbara Ronchi recita in gran parte in francese e non è semplice. Sa piangere, sa usare i suoi occhi per creare un velo di mistero: cosa c’è dietro quello sguardo vuoto? Eppure tutti gli attori faticano a perdersi nei personaggi. Recitano, e si vede. Questa, purtroppo, è una delle cattive abitudini del cinema italiano per cui ci siamo fatti il callo tanto da ritenere la performance migliore quella appariscente. Non dovrebbe essere così.

Ronchi e Roschdy Zem fanno quello che possono senza una regia che sappia contenerli. Si doveva lavorare di più sul non detto, sui silenzi. In fondo anche questi sono uno strumento narrativo. Invece il compito di tirare avanti l’evoluzione è affidata a parole e sessioni di terapia che seguono l’andamento ciclico base delle sceneggiature. Prima c’è la volontà, poi un miglioramento, fino al primo ostacolo che diventa un passo indietro. Bisogna poi ricominciare con nuova consapevolezza e così via.

Si recita forte, si gridano messaggi, si inseguono i drammi senza saper dosare le quantità. Gli elementi per un film terribile. Invece, Elisa si salva proprio nella constatazione dell’urgenza del suo messaggio. Lo spostamento di prospettiva del detenuto da carnefice a persona che ha compiuto un terribile delitto è un tema che bene appartiene al cinema.

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Roschdy Zem e Valeria Golino in Elisa. Credits: Oliver Oppitz

Convivere con il male fatto

Valeria Golino ha una piccolissima parte nel film. È una madre che osa mettere in dubbio la teoria di Alaoui. È presente solo in due scene, ma la sua presenza è centrale per provare a elevare il film da un’opera a tesi a una in dialogo con l’intelligenza di ciascuno. Andava valorizzata di più proprio questa parte. Il progetto di ridare dignità ai carcerati è d’avanguardia, soprattutto nell’Italia di oggi in cui le carceri vedono un numero drammatico di suicidi. La strada è difficile, poco battuta, richiede terapie personalizzate per ciascun individuo che, appunto, viene considerato nella sua specifica identità e non come parte di un gruppo.

L’individuo riemerge dalle tenebre e il terapeuta aiuta a trovare la via per convivere con il proprio male compiuto. Dentro questa dinamica di crescita umana reale c’è la struttura di un grande film. Peccato, quindi, che Elisa non abbia seguito da vicino ciò che i due protagonisti stavano facendo nei loro colloqui, ma ha voluto espandere la portata del suo racconto scivolando in un dramma che lo tiene lontano dalla grandezza.

Guarda il trailer ufficiale di Elisa

GIUDIZIO COMPLESSIVO

Bene per il tema trattato, meno per come lo tratta. Elisa di Leonardo Di Costanzo è un film che ha qualcosa da dire e fa di tutto per consegnare il suo giusto messaggio allo spettatore, dandone per scontata l’ignoranza. Si vede così in scena la sua foga nel farlo. Questo, sommato a una regia non sempre in controllo, azzoppa le possibilità di costruire un legame emotivo forte.

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