El Camino, recensione del film di Breaking Bad con Aaron Paul

scritto da: Diego Battistini

Che El Camino fosse uno dei titoli più attesi dell’anno era prevedibile. Il film, scritto e diretto da Vince Gilligan, è una sorta di prosecuzione di quanto raccontato in quella magnifica serie che è Breaking Bad. Chi non ricorda le vicissitudini del timido professore di chimica Walter White (Bryan Cranston) che, dopo aver scoperto di avere pochi mesi di vita, decide di arricchire moglie e figlio (in previsione della sua dipartita) e si trasforma in un talentuoso e perfido spacciatore di anfetamine?

E chi non rammenta gli straordinari comprimari che accompagnano il personaggio nella sua discesa agli inferi? È impossibile negare che, tra i tanti punti di forza della serie c’è quello di essere riuscita a presentare un manipolo di personaggi “secondari” di assoluto rilievo: lo scagnozzo Mike (Jonathan Banks), il poliziotto della DEA (nonché cognato di Walter) Hank (Dean Norris), Gustavo Fring (Giancarlo Esposito), l’azzecagarbugli Saul Goodman (Bob Odenkirk) e naturalmente il fido scudiero di Walter: Jesse Pinkman (Aaron Paul), che in El Camino assurge al ruolo di assoluto protagonista.

Alla fine dell’ultimo episodio della serie, il superbo Felina, dopo che Walter gli ha salvato la vita, Jesse fugge alla guida della Chevrolet El Camino di uno dei suoi aguzzini e si lancia a tutta velocità nel deserto, finalmente libero. Ma quale sarà stato il suo destino? È la domanda che, da spettatori ci siamo posti tutti, e se l’è naturalmente posta anche il creatore della serie Vince Gilligan, che a ciò che segue la fuga di Jesse ha dedicato un film che potremmo definire conclusivo, una sorta di postilla alla serie tv che appare profondamente in linea con lo stile del materiale d’origine (Breaking Bad, appunto)… forse fin troppo.

El Camino inizia proprio nel momento in cui Jesse abbandona il luogo della sua prigionia e percorre – tra qualche flashback che si concentra su taluni aspetti non raccontati dalla serie – le peripezie che deve affrontare il personaggio per riuscire a fuggire e rifarsi una vita.

Che Jesse sia stato uno dei personaggi più belli di Breaking Bad è fuori di dubbio (ma, esistono davvero personaggi non riusciti nella serie ideata da Gilligan?). Ne è testimonianza anche il fatto che in origine il personaggio avrebbe dovuto accompagnare Walter solo nella prima stagione, morendo nell’ultimo episodio. La fortuna del personaggio, dettata anche dalla superba caratterizzazione dell’attore Aaron Paul, ha “costretto” gli sceneggiatori a rivedere lo scudiero dello spacciatore Heisenberg, dandogli un’importanza sempre maggiore nell’arco delle varie stagioni.

È sembrato quindi probabilmente naturale a Gilligan, che prima si era concentrato su un altro personaggio straordinario come Saul Goodaman, assoluto protagonista della serie Better Call Saul, concedere un ultima sfilata sul red carpet della gloria al personaggio il cui futuro era rimasto in sospeso. Ma, se El Camino avrebbe potuto essere un noir esistenzialista sulla falsariga di capolavori del genere come – tanto per citarne uno – Le catene della colpa di Jacques Tourner, raccontando magari la riuscita, almeno all’apparenza, fuga di Jesse e poi il ritorno di quel passato, così ingombrante, ad intralciare il presente che il personaggi tenta invano di ricostruirsi attraverso una nuova identità, una famiglia, un lavoro, ma purtropo la strada che Gilligan intraprende è molto diversa e assai meno avvincente.

Gilligan, infatti, più che concedere un vero futuro a Jesse, si limita a girare una sorta di prosecuzione della serie, raccontando per filo e per segno tutto quanto fa Jesse nelle ore immediatamente successive alla sua fuga (e alla morte di Walter): la visita agli ex amici , il tentativo di recuperare i soldi che uno dei suoi aguzzini, Todd (Jesse Plemons), ha nascosto nel proprio appartamento, ecc.

Facendo così, però, si ha la sensazione che El Camino non sia il film che il personaggio di Jesse Pinkman si sarebbe meritato. Tutta la vicenda vive di riflesso rispetto a Breaking Bad, non riuscendo a prendere una strada autonoma. Contrariamente a quanto fatto in Better Call Saul, dove Gilligan, pur prendendo in prestito un personaggio dalla “serie originale” lo slega da essa, creando una sua mitologia propria, El Camino inciampa proprio perché non riesce a prendere le distanze da ciò che lo precede, come se anche il film, come il protagonista, sentisse il peso di un passato ingombrante (ovvero Breaking Bad).

Così, nonostante la confezione di Netflix sia come sempre impeccabile, sia da un punto di vista tecnico sia per quanto riguarda gli attori, tutti straordinari, alla fine il film lascia l’amaro in bocca e, nel guardare la struggente (sulla carta) scena finale (tranquilli, non faremo spoiler!) si è portati a pensare che gli aspetti più interessanti della storia di Jesse dopo la sua liberazione siano quelli che il film decide di non raccontare e che riguardano le vicende che lo spettatore immagina possano riguardare il personaggio dopo l’ultima inquadratura e i titoli di coda.

Guarda il trailer di El Camino – Il film di Breaking Bad

Diego Battistini

Collaboratore | La passione per la settima arte inizia dopo la visione di Master & Commander di Peter Weir | Film del cuore: La sottile linea rosssa | Il più grande regista: se la giocano Orson Welles e Stanley Kubrick | Attore preferito: Robert De Niro | La citazione più bella: "..." (The Artist, perché spesso le parole, specie al cinema, sono superflue)


Siti Web Roma