Eat Local – A cena coi vampiri, recensione della horror comedy con Charlie Cox

scritto da: Ludovica Ottaviani

Eat Local – A cena coi vampiri è il titolo della gustosa commedia gourmet che segna il debutto, dietro la macchina da presa, dell’attore inglese Jason Flemyng: uno degli attori feticcio del cinema pulp ed iper-cinetico di Guy Ritchie prova a cercare una propria cifra stilistica investendo in un’eccentrica commedia a base di vampiri, soldati e forze del bene e del male coinvolte in un’eterna guerra fino all’ultima… battuta.

Un gruppo di vampiri – otto, tutti quelli della Gran Bretagna – si ritrova per la consueta riunione cinquantennale in una fattoria nella campagna inglese. I vampiri devono discutere della situazione complessiva e regolare le solite questioni territoriali; ma la tranquilla reunion viene turbata prima dall’arrivo di un umano (la loro cena) portato da uno dei vampiri e, in seguito, dall’intervento delle forze armate coadiuvate da un prete pronto a tutto pur di catturarli. Per gli otto protagonisti quella che li aspetta sarà una lunghissima notte di sangue…

Con un cast popolato da volti più o meno noti del panorama cinematografico britannico – da Charlie “Daredevil” Cox passando per Tony Curran, Vincent Regan, Annette Crosbie, Eve Myles, Freema Agyeman, Mackenzie Crook e infine Dexter Fletcher, regista sulla cresta dell’onda dopo il successo planetario di Bohemian Rhapsody e Rocketman – Flemyng sembra quasi provare ad ispirarsi ai grandi horror “manifesto” del passato come L’Alba dei Morti Viventi di George A. Romero per adattare la sceneggiatura di Danny King, realizzando un film dove la domanda che finisce per attanagliare lo spettatore fin dalle prime battute è sempre la stessa: tra gli umani e i vampiri, quali sono i veri mostri?

Tra battute salaci, siparietti al vetriolo conditi da humour nero come nella migliore tradizione britannica e arguti dialoghi brillanti affidati a personaggi decisamente sopra le righe, Eat Local – A cena coi vampiri è paragonabile a una pietanza dall’aspetto splendido, ma dal sapore discutibile: sotto la crosta croccante del witz britannico l’impasto è una pasta-frolla impazzita dal ritmo schizofrenico, in balia di alti e bassi vertiginosi che, nonostante tutto, finiscono però per accrescere il fascino da guilty pleasure della tarda notte della commedia.

La prima regia di Flemyng è lontana dai ritmi indiavolati del cinema di Ritchie o dalla solidità inconfutabile delle sceneggiature di certo cinema mainstream; eppure, nonostante questi limiti, affascina e cattura grazie all’intelligenza sottile dei dialoghi, soprattutto quando vengono messi in scena negli ambienti claustrofobici, lontani da sbocchi esterni: il pericolo, invece di annidarsi all’interno della fattoria dove si sono rifugiati i vampiri, sembra piuttosto tramare nell’oscurità o nella luce a neon di una cantina.

I vampiri, millenarie creature dall’aspetto innocuo, risultano più umani degli umani stessi, preda dei propri meschini impulsi: avidità, corruzione, follia, odio sono solo alcuni di quelli che si palesano nel corso del film. Da nemici, i sinistri figuri si trasformano in simpatiche canaglie dalla battuta sempre pronta; si finisce così per patteggiare per loro e per la loro eterna battaglia per la sopravvivenza. A dar loro manforte un’altra figura, il traveller Sebastian, giovanissimo e capace di cavarsela semplicemente adattandosi alle paradossali situazioni. Outsider che aiutano altri outsider: il “diverso” trova nel gruppo la propria forza, mentre gli umani pronti ad inseguire le proprie pulsioni si avviano verso il crinale dell’inesorabile rovina.

Eat Local – A cena coi vampiri somiglia ad una storiella andata un po’ troppo per le lunghe; un aneddoto annacquato che ispira simpatia, ma non convince mai fino in fondo. L’opera prima paga il pegno della propria disorganicità complessiva riscoprendo, allo stesso tempo, dei punti di forza nei dialoghi incalzanti, nei momenti più teatrali ambientati negli interni che risultano orchestrati meravigliosamente.

Un po’ come nella grande metafora sottesa al film, “l’orrore è proprio là fuori”: l’orrore, i mostri (gli umani avidi e pronti a tutto, prede facili dei dogmi e delle leggende) ma anche il ritmo sfilacciato, che porta fuori tempo l’andamento sinistro ed accattivante dei dialoghi, moderni esempi di kammerspiel da commedia per palati sofisticati.

Guarda il trailer di Eat Local – A cena coi vampiri

Ludovica Ottaviani

Redattrice | Imbrattatrice di sudate carte a tempo perso, irrimediabilmente innamorata della settima arte da sempre | Film del cuore: Lo Chiamavano Jeeg Robot | Il più grande regista: Quentin Tarantino | Attore preferito: Gary Oldman | La citazione più bella: "Le parole più belle al mondo non sono Ti Amo, ma È Benigno." (Il Dormiglione)


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