Dumbo, recensione del live action Disney diretto da Tim Burton

scritto da: Stefano Terracina

Dumbo è sicuramente il classico d’animazione targato Disney che più di tutti gli altri si fa portavoce di uno straordinario messaggio di uguaglianza: se il mondo (o una parte di esso) considera la diversità come qualcosa da combattere e non da abbracciare o dalla quale trarre insegnamento, la storia dell’elefantino volante – certamente una delle più commoventi che la Casa di Topolino abbia mai partorito – ci ha invece insegnato che è proprio quella diversità che agli occhi degli altri ci fa apparire come “fuori dal comune”, ad essere il nostro punto di forza e a renderci unici e speciali.

Nessuno se non Tim Burton, che sul tema del diverso ha costruito una straordinaria carriera fatta di personaggi che proprio nella loro spiacevole e inquietante eccezionalità scoprivano se stessi e le proprie sconfinate possibilità, avrebbe potuto far rivivere sul grande schermo il quarto Classico Disney secondo il canone ufficiale (uscito nel lontano 1941) in quella che è a tutti gli effetti un’interessante commistione – anche se non perfettamente riuscita – tra la visione e le esigenze della fabbrica dei sogni americana e lo stile, inconfondibile, del regista di capolavori immortali come Edward mani di forbice.

Dumbo, che per ovvi motivi (considerata la durata estremamente breve della pellicola originale) riadatta le tematiche del classico d’animazione per dare vita ad una versione nuova di zecca della storia scritta da Helen Aberson, è ambientato nel 1919, quando Holt Farrier, ex star circense, viene assunto insieme ai figli Milly e Joe da Max Medici, proprietario di un circo, per occuparsi di un elefante appena nato le cui orecchie sproporzionate lo rendono lo zimbello di una realtà in gravi difficoltà economiche. Le cose cambiano quando saranno proprio Milly e Joe a scoprire che il tenero e impacciato elefantino, proprio grazie alle sue enormi orecchie, è in grado di volare.

A quasi dieci anni di distanza da Alice in Wonderland, Burton torna a lavorare con la Disney realizzando un prodotto che indubbiamente risponde a tutte quelle logiche che hanno contribuito a porre le basi di una fidelizzazione da parte della Casa di Topolino ormai duratura e stabile, senza rinunciare ad infondere la materia non tanto del suo estro creativo (che forse si è definitivamente estinto dopo l’uscita di Sweeney Todd nel 2007) quanto della propria mano artigianale, seppur a sprazzi. Le tematiche esplorate in Dumbo rappresentano chiaramente un terreno fertile per il regista, all’interno del quale muoversi quasi in punta di piedi, come chi – nonostante i dovuti ma inspiegabili compromessi – sembra avere ancora la voglia di stupirsi di ciò che quella meravigliosa dream machine chiamata cinema è in grado di concepire.

Senza mai approfondire veramente nessun argomento, Burton e lo sceneggiatore Ehren Kruger realizzano un film che prende la materia originale, la reimpasta e la aggiorna, cercando di dare spazio tanto al caro tema burtoniano della diversità quanto a quelli dell’importanza dei legami familiari e dello sfruttamento degli aniamali selvatici nell’arte circense. Il tutto – come da tradizione – filtrato attraverso gli occhi dei suoi personaggi: quegli occhi in grado di esprimere l’ineffabile e di trasmettere tutta la bontà della quale solo l’anima può essere pervasa. In questo senso, il nuovo straordinario design dell’elefantino volante diventa il veicolo perfetto per emozionare attraverso un approccio comunicativo così reale da sembrare a tratti sbalorditivo.

Accanto agli occhioni azzurro cielo di Dumbo, non è solo una ritrovata artigianalità nella costruzione delle scenografie (soprattutto nella seconda parte del film, quella ambientata a Dreamland) a rendere più magico e spettacolare il risultato finale (nonostante nella prima parte, a causa del massiccio uso di CGI, tutto risulti estremamente artificiale e tedioso), ma lo sono anche le bellissime note della colonna sonora realizzata da Danny Elfman (storico collaboratore di Burton, vero e proprio alter ego del regista), che ancora una volta conferma di riuscire a donare alle immagini concepite dal regista quel senso tangibile di profondità, ricollegandosi in maniera quasi ancestrale alle immortali note realizzate nel lontano 1990 per Edward mani di forbice, simbolo della poetica burtoniana sulla diversità per antonomasia.

Con Dumbo, Burton mette in scena un discreto spettacolo d’intrattenimento, sufficiente a soddisfare le principali esigenze di un pubblico senza troppe pretese (ma anche dei fan della prima ora del regista senza ormai troppe aspettative quando si tratta di un suo nuovo film), con un cast in grande spolvero, nonostante nessuno dei personaggi “umani” risulti efficacemente incisivo (Colin Farrell debutta per la prima volta in un film di Burton, mentre Danny DeVito, Michael Keaton, Eva Green e Alan Arkin avevano tutti già lavorato in precedenza con il regista).

Dumbo (qui il trailer italiano ufficiale) non è certamente un film memorabile, vittima di una sceneggiatura lineare dalle derive animaliste fin troppo prevedibile e superficiale, che ha però il merito di non essere una copia carbone del suo prototipo e di riuscire, nonostante la drammaticità degli eventi, a non sconfinare eccessivamente nell’emozione ricattatoria e poco genuina.

Guarda il trailer ufficiale di Dumbo

Stefano Terracina

Direttore responsabile e editoriale | Cresciuto a pane, latte e Il Mago di Oz | Film del cuore: Titanic | Il più grande regista: Stanley Kubrick | Attore preferito: Michael Fassbender | La citazione più bella: "Io ho bisogno di credere che qualcosa di straordinario sia possibile." (A Beautiful Mind)


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