giovedì, Agosto 18, 2022
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Drive My Car, recensione del film di Ryūsuke Hamaguchi

La recensione di Drive My Car diretto da Ryūsuke Hamaguchi, adattamento cinematografico dell'omonimo racconto di Haruki Murakami.

Chi sopravvive è condannato a pensare ai defunti… ma chi pratica il Teatro può in un certo senso farli rivivere, porgendo loro in dono la propria prova d’attore, fosse una solamente; a coloro che, per varie ragioni, dal mondo vengono allontanati il Teatro offre un piccolo abbeveratoio, un sorso di liquore che attutisca la pena di una realtà feroce; una spiegazione a lungo attesa, benigna, a quei brevi stati, al giorno come alla notte, che “interrompono”, più veri del vero, il flusso della vita consentendoci finalmente di essere e non unicamente, meccanicamente di esistere. Dobbiamo imparare a non temere simili “interruzioni”. Il mondo, ancora il mondo, questo sconosciuto, le considererà semplici segni di squilibrio, di malattia… ma non gli servirà a nulla.

Il messaggio, affatto nuovo ma tutt’altro che superfluo (oggi più che mai sentito), fa vibrare, insieme a molte altre suggestioni, Drive My Car, ispirato ad un racconto di Murakami Haruki (nella raccolta Uomini senza donne, Einaudi, 2015) e buon candidato agli Oscar 2022 come miglior film, miglior regista, miglior sceneggiatura originale e miglior film internazionale. Tre ore di durata, non un passaggio in cui il pubblico ceda al tedio o al sonno, anzi. Si esce dalla visione con la strana sensazione di essere stati abbracciati da un nuovo amico, appena conosciuto eppure l’unico, forse, degno di questo nome; dolcissimo e impietoso ad un tempo, che non distrae ma illumina le cose di una luce insolita, eterna, da noi spesso ignorata.

Ingmar Bergman (Dopo la prova), Louis Malle (Vanya sulla 42ª strada), Manoel De Oliveira (Un film parlato): tre astri che, senza alcun dubbio, guidano il “viaggio” di Hamaguchi Ryûsuke, classe ‘78, qui all’ottavo lungometraggio di finzione; gli stessi astri a cui pensa lo spettatore appassionato di cinema, tutto teso ad orientarsi nella trama del film, nipponica alla radice (plausibili echi da certe pagine di Tanizaki Jun’ichirō e Inoue Yasushi) nondimeno solcata da “bagliori” e ossessioni (l’inestricabile e quasi morboso vincolo che lega il destino umano e l’atto compositivo) inequivocabilmente occidentali, ad esser precisi nordeuropei (es. Hoffmann, Andersen).

I personaggi di Anton Čechov sono terribili. I loro panni non si indossano, sono essi a “indossare” l’attore, snidando segreti e intollerabili colpe, perciò Kafuku (Nishijima Hidetoshi), non ancora ripreso dal ricordo della defunta moglie Oto (Kirishima Reika), scrittrice di teledrammi, ha giurato a sé stesso di non vestirli mai più, preferendo mettersi da parte e curare così un allestimento di Zio Vanja (1896) per il Festival d’Arte di Setouchi. Studenti e professionisti, diversi attori – malesi, coreani, mandarini – si presentano al provino. Le barriere linguistiche non sono mai state un problema per Kafuku: in scena, per una specie di miracolo, a poco a poco, cadono.

Ma non è questo ciò che più colpisce (e turba) il nostro nel suo nuovo esperimento teatrale: Takatsuki (Okada Masaki, bello come un angelo), un ragazzo dapprima scelto per incarnare Astrov e poi, inconsuetamente, il maturo Vanja, è forse stato l’amante di Oto, l’ultima persona a parlarle, e che dell’animo inquieto della donna ha certo conosciuto angoli a lui interdetti, per incuria o riluttanza, da troppo tempo. Vorrà dunque Kafuku servirsi del testo di Čechov con Takatsuki come Amleto si servì de “L’assassinio di Gonzago” con Claudio? Intanto, la voce recitante di Oto, incisa su musicassetta, accompagna il vedovo in lunghi giri in macchina, sotto l’occhio pudico e impassibile di Misaki (Miura Tôko, memorabile), la giovanissima autista assegnatagli dal direttivo del Festival…

Nodi ellittici (i racconti di Oto, da lei abbozzati a voce alta all’alba o al picco di un amplesso, il passato della taciturna Misaki e, da parte sua, una conoscenza del potere della menzogna scenica anche maggiore di Kafuku) ed ermetiche apparizioni (il cliente al bar che scatta foto di nascosto) non compromettono la limpida (appena appena “didascalica”) drammaturgia di Drive My Car, culturalmente caratterizzata, come detto, ma capace di portare ognuno dei presenti in sala ad una spontanea immedesimazione.

Temi quali l’impossibilità di concedere a sé stessi il perdono, lacerati fra l’obbligo etico di ricordare e il bisogno umano di dimenticare, la gioia di vivere intesa come donazione totale di sé all’altro e la volontà di amarlo nella sua interezza ed “oscurità” («Sopporteremo pazientemente le prove che c’imporrà il destino» gesticola Sonja [la muta ed espressiva Yoo-rim Park] nell’epilogo di Zio Vanja) commuovono di un modo inusitato. E lo faranno sempre, in ogni generazione. Cresce il desiderio di rileggere Čechov, di tornare al teatro, di ascoltare la propria compagna o compagno di vita con udito più fine. Non è poco. Immagini meravigliose, “alla Antonioni”, di Shinomiya Hidetoshi.

Invitiamo, ovviamente, a rivedere Burning (2018) di Lǐ Cāng-dōng, tratto da Granai incendiati (nella raccolta L’elefante scomparso e altri racconti, Einaudi, 2013); inoltre, per chi volesse sondare più a fondo, fra luci e ombre, il “fenomeno Murakami” consigliamo il pungente saggio Perdendo il Giappone. Identità occidentale nella letteratura contemporanea nipponica (Armando; 2005) dell’anglista Riccardo Rosati.

Guarda il trailer ufficiale di Drive My Car

GIUDIZIO COMPLESSIVO

Nodi ellittici ed ermetiche apparizioni non compromettono la limpida (appena appena “didascalica”) drammaturgia di Drive my car, culturalmente caratterizzata eppure capace di portare lo spettatore occidentale ad una spontanea immedesimazione. Candidata a quattro premi Oscar 2022, la pellicola di Hamaguchi Ryûsuke seduce e tocca con discrezione.
Giordano Giannini
Giordano Giannini
I VHS sono stati fedeli compagni di gioco; mostrandoci “Il ragazzo selvaggio” di Truffaut in quarta elementare, la maestra mi ha indicato, senza volerlo, la strada da seguire | Film del cuore: La strada per il paradiso | Il più grande regista: Andrej Tarkovskij | Attrice preferita: il “braccio di ferro” è tra Jennifer Connelly e Rachel Weisz | La citazione più bella: "Tra quegli alberi c’è qualcosa." (Predator)

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