È innegabile che il cinema, soprattutto quello di matrice hollywoodiana, segua spesso e volentieri dei trend. Se la Hollywood classica aveva fra i suoi generi principe il western, con protagonisti del calibro di John Wayne (Ombre rosse, Sentieri selvaggi) e Gary Cooper (Mezzogiorno di fuoco, Vera Cruz), negli anni ’70 è stata la volta dei film catastrofici (L’avventura del Poseidon, L’inferno di cristallo), impreziositi da all-star cast pantagruelici (nomi come Gene Hackman, Steve McQueen, Paul Newman). Le cose non sono cambiate in tempi recenti, dove la macchina produttiva degli studios sembrerebbe ancora di più affidarsi a formule di successo, fra cinecomics (I Fantastici 4: Gli Inizi, Superman) e brand movie (Barbie, Un film Minecraft).
Il ritorno dei mostri classici
Tutti filoni ben noti e dalle filmografie consistenti. Diversa è la situazione di una piccola parentesi produttiva, sviluppatasi durante gli anni ’90, che vedeva la ripresa dei mostri classici. Figure spesso dall’origine letteraria, in seguito immortalate per sempre nell’immaginario cinematografico dai celebri film prodotti dalla Universal tra gli anni ’30 e ’40. L’idea era quella di rileggere questi personaggi attraverso la visione di autori importanti, mettendoli al centro di drammoni di prestigio. Un trend iniziato con il visivamente sbalorditivo Dracula di Bram Stoker, diretto dal maestro Francis Ford Coppola, e portato avanti da produzioni come Frankenstein di Mary Shelley, Wolf – La belva è fuori e Mary Reilly.
Dopo questa breve serie di pellicole degli anni ’90, sembrerebbe che le icone dell’horror siano ancora una volta pronte a invadere l’odierno panorama cinematografico. Un trend che andrà presto ad arricchirsi con ben due nuove pellicole dedicate alla creatura di Mary Shelley (il Frankenstein di Guillermo del Toro, La sposa! di Maggie Gyllenhaal) e con una incentrata sul mito dell’uomo lupo (Werwulf di Robert Eggers). Un filone produttivo su cui domina, come sempre, l’affascinante principe delle tenebre Dracula, già protagonista, in anni recenti, di una rilettura in salsa cinecomic (Renfield) e di un elegante ritorno alle sue origini cinematografiche (l’ultimo Nosferatu, sempre di Eggers).
Rientra sotto questo trend anche una nuova reinterpretazione, battente bandiera francese, sempre dedicata alla figura del vampiro per antonomasia: Dracula – L’amore perduto, disponibile anche nelle nostre sale a partire dal 29 ottobre grazie a Lucky Red. Non solo l’ennesima reinvenzione della leggenda di Vlad Dracul, in questo caso in salsa romantico-fiabesca, ma anche l’ultima fatica di uno dei più importanti registi di genere d’oltralpe, Luc Besson (Léon, Dogman), che qui si avventura per la prima volta in territori vicini all’horror.

La trama di Dracula – L’amore perduto
Transilvania, XV secolo. Il principe Vlad (Caleb Landry Jones) è pronto a difendere la sua terra dall’invasione turca. Il valoroso condottiero ha solo una richiesta agli altri prelati della Chiesa: che preghino affinché dio vegli sull’incolumità della sua amata Elisabeta (Zoë Bleu, che assomiglia tanto a mamma Rosanna Arquette). La giovane principessa, purtroppo, cade presto vittima di un’imboscata del nemico. Il dolore insostenibile causato dalla morte della consorte porta l’uomo a rinnegare dio, da cui si sente tradito, attirando così su di sé la maledizione che lo rende un vampiro.
Da quel giorno, Dracula ha attraversato i secoli alla ricerca della sua amata per le corti di tutta Europa, convinto che quest’ultima sia rinata a nuova vita, lasciandosi alle spalle una lunga scia di morte. Dovrà aspettare più di quattrocento anni per ritrovarla a Parigi nel corpo di Mina Murray (sempre Bleu), promessa sposa del mite avvocato Jonathan Harker (Ewens Abid). Ma il gruppo guidato da un prete esperto di materie occulte (il premio Oscar Christoph Waltz) è pronto a dare al malefico succhiasangue del filo da torcere.

Deviazioni dal canone
Dracula – L’amore perduto riprende quanto fatto da Coppola nel suo celebre film del ’92, fondendo la trama del romanzo di Bram Stoker con elementi della biografia di Vlad II di Valacchia (il conflitto contro la minaccia turca), figura ispiratrice del famoso conte transilvano. Ma Besson si concede molte più libertà, prima di tutto spostando l’azione dalla Londra vittoriana alla Parigi ottocentesca. Comprimari come R.M. Renfield e Lucy Westerna, inoltre, vengono riuniti in una singola figura, quella della vampira Maria (la nostra Matilda De Angelis).
Il personaggio forse più interessante, figlio di questa reimmaginazione, è il prete chiamato a sostituire il professore Abraham Van Helsing, storica nemesi di Dracula. Un uomo di fede sui generis, che approccia la materia soprannaturale con gli strumenti offerti dal metodo scientifico e da quello logico deduttivo, basandosi su l’osservazione e lo studio di tali fenomeni. Una sorta di Sherlock Holmes del paranormale che predilige la prova empirica alla superstizione, a cui l’istrionismo dell’interpretazione di Waltz sicuramente giova.
Un bizzarro tono fiabesco
Ma Dracula – L’amore perduto si distingue soprattutto per il suo tono bizzarro, a volte al limite dello schizofrenico, che spinge l’acceleratore su alcune strane derive fiabesche (Dracula che gira il mondo alla ricerca di un profumo in grado di ammaliare chiunque, soggiogandone la volontà). Alcune scelte compiute da Besson in questo senso non sono delle più felici, raggiungendo spesso picchi di comicità involontaria di un certo livello (per esempio, al conte vengono appioppati come servitori alcuni ridicoli gargoyle animati in computer graphics; esserini che ci aspetteremmo di trovare più in un film fantasy per ragazzi che in una pellicola dell’orrore).

Una produzione con diversi limiti
Il regista francese, inoltre, si dimostra incapace, in alcuni frangenti, di nascondere una certa povertà di mezzi, soprattutto nelle scene più ambiziose (durante una sequenza di battaglia con l’armata turca nel prologo, si nota di stare in realtà assistendo alla scaramuccia fra uno sparuto gruppo di comparse girata in un prato dietro casa). Forse la scelta di rappresentare alcune situazioni in modo più stilizzato avrebbe potuto aiutare. Non giova sicuramente il confronto con Dracula di Bram Stoker, citato esplicitamente più volte. Un gioco di rimandi che sottolinea in continuazione i limiti della produzione francese, che non può contare né sul talento visivo di Coppola, né sui meravigliosi e iconici costumi della premio Oscar Eiko Ishioka.
Dracula – L’amore perduto riesce comunque a regalare alcune immagini suggestive, come quella di un gruppo di suore che, affascinate dai poteri del vampiro, si ammassano, una sopra l’altra, intorno a lui contorcendosi, possedute da una incontrollabile frenesia, in una scena al limite dell’orgiastico memore de I diavoli di Ken Russell. Questa fiaba nera su una tormentata storia d’amore che attraversa i secoli, purtroppo, ha poco altro da offrire, scadendo spesso e volentieri nello sdolcinato, se non nel ridicolo. Besson, di sicuro, risulta più a suo agio nel suo elemento naturale: l’action, come dimostrato durante la sequenza finale dell’assalto al castello.


