Dopo il Matrimonio, recensione del film con Michelle Williams

scritto da: Ludovica Ottaviani

Dopo il Matrimonio è il nuovo film scritto e diretto da Bart Freundlich, che ha realizzato un elegante remake dell’originale – omonimo – diretto dalla regista danese Susanne Bier. Il dramma, con protagonisti Julianne Moore, Michelle Williams e Billy Crudup, doveva essere già approdato nelle sale ma, a causa dell’emergenza COVID-19, ha visto la sua data d’uscita abbondantemente posticipata. Arriverà quindi sulla piattaforma MioCinema.it a partire dal 30 maggio.

Il film è il racconto potente di un grande amore, quello che lega due donne (Moore e Williams) ad uno stesso uomo (Crudup) e quello che ogni madre prova nei confronti della propria figlia. Un viaggio improvviso è destinato a cambiare le sorti di tutti i protagonisti della storia: due donne e due mondi diversi a confronto – l’una manager newyorkese di successo, l’altra un’idealista alla ricerca di fondi per l’orfanotrofio di cui si occupa in India –, un mistero da svelare che fa da filo conduttore.

Dopo il Matrimonio è un concentrato inequivocabile delle tematiche che hanno segnato la filmografia di Susanne Bier: il gusto per il melodramma, la tragicità del quotidiano, l’emotività degli esseri umani messa a dura prova dall’esistenza e dalle situazioni che la vita pone lungo il loro cammino. Il remake di Freundlich sceglie, prima di tutto, di cambiare il punto di vista, perché è il femminile ad essere protagonista, con la coppia di uomini dell’originale trasformata in un conflittuale “Eva contro Eva” tra donne.

Successivamente, dopo il sostanziale cambiamento con tutte le variazioni dovute a questa scelta, il regista decide di porre l’attenzione sui legami, sulla forza – e sul dolore – che spesso quest’ultimi arrecano involontariamente, aprendo uno scenario su una complessa riflessione legata al passato e al presente, all’eterno dialogo conflittuale che spesso si instaura tra queste due dimensioni temporali.

È un film di legami a specchio: tra uomo e donna, tra donne, tra madri e figli. Specchi che riflettono la complessità insondabile delle relazioni, mostrando la loro natura criptica e, talvolta, indecifrabile. Non è facile essere madri, padri o figli, soprattutto perché prima di tutto si è esseri umani. E la vera difficoltà è superare l’egoismo, il peso delle scelte compiute in nome della realizzazione di sé stessi, quelle che appagano l’ego ma finiscono per lacerare interiormente, innescando rimpianti e risentimenti.

La Bier, da sempre avvezza ai toni del melò, realizzò nel 2006 questo film nel quale un matrimonio diventava il semplice pretesto per riflettere su “altre” storie; Freundlich, dopo aver appreso la lezione, si limita a collocarsi nel solco del suo predecessore, chiamando a raccolta un cast hollywoodiano di ottimi attori, tra i quali spiccano le due prime donne protagoniste: Julianne Moore e Michelle Williams, rispettivamente Premio Oscar la prima e candidata – ben quattro volte! – agli Academy Awards la seconda.

Due donne che diventano mattatrici assolute, tanto diverse quanto affini; se il personaggio della Moore è, in apparenza, calcolatore e interessato prettamente alla propria carriera, quello della Williams è invece impegnato nel sociale, emotivo, sensibile e misterioso. Ad accomunarle è la forza dell’istinto, perché la sopravvivenza supera ogni ostacolo, e la vita conferma la propria capacità di sconfiggere l’ombra lunga della morte grazie alla forza dell’amore.

Il risentimento, la perdita e il rimpianto diventano le drammatiche colonne intorno alle quali si avviluppano i rami della regia di Freundlich; con il suo tocco intimo e personale, sembra quasi condividere i differenti punti di vista dei personaggi, spiare nel loro mondo emotivo esplorandolo a mano a mano, scoprendolo progressivamente fino a svelare le carte in tavola dei misteri che aleggiano su di loro. Ed è così che la patina dietro la quale si nasconde la famiglia Carlson inizia a sgretolarsi pian piano, mentre la vita (reale) inizia a far breccia portata dal personaggio della Williams, vento del passato ancorato ai drammi del presente.

Dopo il Matrimonio, nonostante la confezione impeccabile e la fulgida presenza della coppia Moore-Williams, rischia di mettere in gioco troppe emozioni, di ricercare un sentimentalismo manieristico a tratti eccessivo e ingombrante; le tragedie scivolano una dopo l’altra aumentando il peso emotivo nel cuore degli spettatori, coinvolgendoli sempre di più in un valzer degli addii che ferisce, sconvolge e scuote (fin troppo) nel profondo.

Guarda il trailer ufficiale di Dopo il Matrimonio

Ludovica Ottaviani

Imbrattatrice di sudate carte a tempo perso, irrimediabilmente innamorata della settima arte da sempre | Film del cuore: Lo Chiamavano Jeeg Robot | Il più grande regista: Quentin Tarantino | Attore preferito: Gary Oldman | La citazione più bella: "Le parole più belle al mondo non sono Ti Amo, ma È Benigno." (Il Dormiglione)


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