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Divano di famiglia, recensione del film con Ewan McGregor

Divano di famiglia, esordio alla regia di Niclas Larsson con protagonisti Ewan McGregor, Rhys Ifans, Taylor Russell e Ellen Burstyn, arriva nelle sale dal 29 agosto.

Un’anziana donna (Ellen Burstyn) decide di piazzarsi seduta su un divano e di non alzarsi più. Il divano però non è il suo. È un oggetto in vendita in un remoto negozio di mobilia abbastanza buio e abbastanza impolverato. Lo gestisce una giovane commessa (Taylor Rusell) e qui ce l’hanno accompagnata i figli David (Ewan McGregor) e Gruffudd (Rhys Ifans), convinti di sbrigare con poco la pratica di comprare una cassettiera.

Questa donna però di alzarsi non ne ha proprio intenzione. Al divano rimane ancorata e Divano di famiglia (Mother, Couch in originale), film presentato nella sezione “Freestyle” della 18esima edizione della Festa del Cinema di Roma e in uscita nelle sale italiane il 29 agosto, inizia a girarle attorno. Lo scrive e dirige Niclas Larsson a partire dal libro “Mamma I Soffa” di Jerker Virdborg, intessendo una tela sulla quale dissemina indizi, dubbi, domande. Perché questa signora non vuole schiodarsi da lì? Perché David, il vero protagonista del film, sembra essere perennemente più confuso e spaesato rispetto a tutti gli altri?

La crisi di un rapporto familiare

Divano di famiglia ci mette presto al corrente che sotto questa situazione assurda si nasconde dell’altro. Non lo dice ad alta voce, ma lo lascia filtrare nel suo lavorare attraverso l’uso dell’atmosfera e di una continua dissonanza comunicativa tra i personaggi. A un certo punto entra in scena una terza sorella (Lara Flynn Boyle) e fanno capolino anche i due gemelli proprietari (F. Murray Abraham). Sembra che tutti interagiscano decentrando di continuo la questione. David perde il filo del discorso, suda e incespica durante i disperati tentativi di trovare delle risposte a cosa stia accadendo. Perché la madre si ostina a non volersi alzare? Perché è così scontrosa?

Non si impiega molto a capire quali strumenti narrativi stia sfruttando Divano di famiglia per rappresentare la crisi di un rapporto familiare, e più nello specifico le complessità di una relazione con il materno. Larsson sceglie un impianto di matrice quasi teatrale, dove gli spazi liminali e di confine di questo magazzino raccontano attraverso i loro vuoti e le loro penombre le distanze abissali di quello che potrebbe essere un inconscio. C’è qualcosa da elaborare, qualcosa da ricostruire scendendo a patti con una realtà che è forse espressione di una mente piegata sotto il peso di un’insofferenza mai affrontata a viso aperto.

Un palcoscenico del metaforico

Questo palcoscenico del metaforico è quindi intenzione e sostanza del film, collocato da qualche parte a metà tra The Father, Madre! e l’angoscia di un’altra opera sempre con McGregor tra i protagonisti, Stay – Nel labirinto della mente. Certo, cattura un’ironia aspra del tutto differente da questi film, ma risponde anche alle coordinate di una pellicola che fa dei setting la struttura interpretativa di uno stato interiore e di una condizione psicologica. Quindi, siccome intenzione e sostanza vanno in casi del genere di pari passo, qui ci sono da rintracciare anche i limiti dell’esordio alla regia cinematografica di Larsson. C’è cura, così come una buona dose d’estro, nella realizzazione di una messa in scena desolante che arriva letteralmente a collassare un pezzo alla volta.

C’è però anche una precoce adesione tra l’intuizione riguardo ciò di cui si sta parlando e il disvelamento effettivo dei perché sotto queste molte metafore. Nel senso che Divano di famiglia vuole farsi forza sul meccanismo, ma l’efficacia delle sue dinamiche interne è più contenuta di quanto preventiva. Si fa complice pure una coda finale che un poco ne raffredda la stoccata conclusiva. Che Larsson abbia la mano e lo sguardo giusti non è comunque in dubbio. Il suo esordio ha l’ambizione di lavorare in una cornice ambiziosa nella quale muovere, tra l’altro, un cast di alto profilo che fa il suo. Si intravede del buono e chissà che nel prossimo avvenire riservi qualche intrigante sorpresa.

Guarda il trailer ufficiale di Divano di famiglia

GIUDIZIO COMPLESSIVO

C’è cura, così come una buona dose d’estro, nella realizzazione di una messa in scena desolante che arriva letteralmente a collassare un pezzo alla volta. C’è però anche una precoce adesione tra l’intuizione riguardo ciò di cui si sta parlando e il disvelamento effettivo dei perché sotto queste molte metafore. Nel senso che Divano di famiglia vuole farsi forza sul meccanismo, ma l’efficacia delle sue dinamiche interne è più contenuta di quanto preventiva. Si fa complice pure una coda finale che un poco ne raffredda la stoccata conclusiva.

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C’è cura, così come una buona dose d’estro, nella realizzazione di una messa in scena desolante che arriva letteralmente a collassare un pezzo alla volta. C’è però anche una precoce adesione tra l’intuizione riguardo ciò di cui si sta parlando e il disvelamento effettivo dei perché sotto queste molte metafore. Nel senso che Divano di famiglia vuole farsi forza sul meccanismo, ma l’efficacia delle sue dinamiche interne è più contenuta di quanto preventiva. Si fa complice pure una coda finale che un poco ne raffredda la stoccata conclusiva.Divano di famiglia, recensione del film con Ewan McGregor