Prosegue la carriera della giovane regista italiana Giulia Steigerwalt, classe 1982, applaudita un paio di anni fa per il suo debutto, Settembre, miglior regia esordiente ai David di Donatello. Il secondo lavoro da regista, in Concorso all’81esima Mostra del Cinema di Venezia, è un’opera ben più ambiziosa e di largo respiro, produzione Groenlandia e Piperfilm con Rai Cinema in collaborazione con Netflix, storia vera dell’uomo che inventò il porno italiano scoprendo dive senza tempo come Ilona Staller e Moana Pozzi. Un film largamente pop, dal ritmo sincopato, foriero di tanti momenti iconici capaci di strappare qualche sorriso attraverso una storia alternativa delle vicende italiane a cavallo tra anni ’80 e primi 2000.
Il resoconto della vita di Riccardo Schicchi e della sua agenzia “Diva Futura” non vive però di volontà storiografiche. A Steigerwalt sembra interessare maggiormente il calco di un ambiente e in tal senso aiuta un percorso narrativo sfilacciato, che salta avanti e indietro nel tempo non concedendo mai davvero allo spettatore di comprendere nello specifico gli eventi storici se non per allusioni. Diva Futura è dominato invece da una galleria di personaggi umani quantomeno curiosi, raccontati attraverso i decenni e nelle loro più imprevedibili particolarità. Tra tutti, il Riccardo Schicchi interpretato da un gigione Pietro Castellitto, divertente e divertito anche quando divorato dalla sua stessa parlata, spesso un vero e proprio limite per la comprensione dei dialoghi. Curiosa anche la sua timida assistente, interpretata da Barbara Ronchi, una specie di doppio dello spettatore, invitato a mettere piede sulla soglia dell’agenzia-circo di un mondo del porno venuto a mancare sotto la scure di internet.

Di porno, politica e società
Dopo essere apparso nella recente serie tv su Rocco Siffredi, Supersex, il re del porno italiano Riccardo Schicchi torna ad essere raccontato in una storia del tutto dedicata a lui e alla sua rivoluzionaria agenzia “Diva Futura”. Il film di Steigerwalt inizia con la sua infanzia; ragazzino lontano dal mito del macho virile e senza paura, investito invece di una sensibilità controcorrente ma anche di un fascino precoce per quei giornaletti per adulti in cui scopre “la poesia del nudo”. Inizia così il percorso di un uomo un po’ folle e stralunato ma con le idee chiare, perché, si dice, e si ripete, “il porno è futuro”.
Dalla fondazione dell’agenzia “Diva Futura” alla sua morte seguiamo Schicchi e le tante donne che circolano per la sua corte, luogo animato da una visione quasi intellettuale della libertà, anche a scapito del denaro. Il potere di Schicchi – per restare sulle note di Supersex – è nello sguardo: nessuno come lui, allora, sapeva individuare una diva. Nessuno come lui, allora, ne ha create tante. Da Ilona Staller a Moana Pozzi, da Eva Henger (sua moglie) a Barbarella. Una galleria di corpi, sguardi, individualità a cui lui concesse lo spazio per esprimersi, creando, per la prima volta nel porno, personalità con una propria storia personale. A tal punto da rendere possibile la creazione del “Partito dell’amore” – fallimentare ma emblematico – e l’elezione di Cicciolina in Parlamento.
Più che il racconto dettagliato del funzionamento del porno italiano dagli albori all’exploit, Diva Futura è una cavalcata senza sosta attraverso le storie delle icone protagoniste di questa rivoluzione di costumi. Lo stile scelto per la narrazione ricalca vagamente quello di un gangster movie alla Scorsese, con ogni personaggio introdotto e raccontato in voice over e l’idea generale di una grande famiglia allargata, abitata da freak capaci di prendere in mano la propria vita e sfidare la società. “Il mondo ci condannava da un lato – dice Schicchi -, ma dall’altra ci sognava. A noi, poi, creare scandalo piaceva tanto“.
Dopo un’introduzione abbastanza quadrata, il film va sfilacciandosi, spostando avanti e indietro il racconto tra i decenni e alternando così l’euforia anni ’80 alla nostalgia di inizi 2000, quando il sogno di una rivoluzione dei costumi incontra anche i lati oscuri di un’industria guidata da personaggi ben diversi da Schicchi, interessati a sfruttare le proprie dive per il profitto. Riferimento per la sceneggiatura – scritta dalla stessa Steigerwalt – è il romanzo di Debora Attanasio “Non dite alla mamma che faccio la segretaria”, che libera il racconto di ogni moralismo ma al contempo sembra privarlo dell’opportunità di riflettere su un momento apicale per i costumi della società italiana, restituendo solo a tratti la complessità d’insieme di quegli anni per dedicarsi un po’ troppo alle piroette del suo protagonista.

La vita di Schicchi: orgogliosamente amorale
È molto giocoso Diva Futura, divertito dal proprio tema e dalla libertà che racconta. Un elemento che fa la gioia del pubblico, in sala visibilmente coinvolto, ma che al contempo limita la portata del film. Non c’è quasi mai, in Diva Futura, un momento per riflettere su quanto riferito, e la sensazione paradossale, a fine film, è di non aver avuto l’occasione di conoscere approfonditamente questo mondo. Del funzionamento del porno, dei meccanismi che li guidava all’epoca, si parla poco, quasi per niente. Così, quando Schicchi viene arrestato, non si hanno gli elementi per comprenderne le ragioni, e intanto sul fondo scorrono le immagini di momenti storici legati prima alla DC, poi alla discesa in campo di Berlusconi, come a mettere tutto in prospettiva con la storia d’Italia ma restituendo solo un insieme poco chiaro delle vicende.
A Steigerwalt – si è detto – interessa inquadrare maggiormente i singoli individui, accennando solo in controcampo il loro ambiente. E questo funziona, molto. A raccoglierli, come in una hall della rivoluzione dei costumi, è l’ufficio di “Diva Futura” in Via Cassia a Roma, dove Schicchi dà sfoggio delle proprie stramberie, dalle decine di gatti con cui lo riempie, ai momenti dedicati ai giochi tra una ripresa hard e l’altra. Incredibilmente, nel film non c’è davvero spazio per il sesso, più riferito che mostrato, come invece accadeva in un film, dai temi molto simili, come Boogie Nights di Paul Thomas Anderson, dove registro divertito e racconto dei cortocircuiti interni di un sistema trovavano reciproco spazio, qui invece assente.
“Noi siamo amorali, non immorali”. Ce ne sono tante di frasi-icone in Diva Futura, in linea con il proprio protagonista, Schicchi, un uomo a cui piaceva sorprendere con espressioni colorite e inaspettate. Nasconde Schicchi, e in sé il film, anche un’inaspettata dolcezza, che prende forse il posto di quell’analisi politica-sociale di cui si è già sottolineata l’assenza. Soprattutto nelle parti del film ambientate dopo il 2000, Schicchi, che abita con Eva Henger, i figli e il suo nuovo compagno, è un fantasma di un’epoca passata, spazzata via non solo da internet ma anche da quei magnati del porno che sulla sua idea di “Diva” hanno fondato un’industria spregiudicata. Difficile dire se sia o meno credibile l’ingenuità di Schicchi, sostanzialmente sollevato nel film da ogni dubbio o riflessione critica nei suoi riguardi.
Passaggi importanti di questa vicenda, come l’assunzione in ufficio dello stalker di Eva Henger, per riportarne solo uno, vivono di citazioni a mezza bocca e poi abbandonati. Fa estrema simpatia l’interpretazione di Pietro Castellitto, che subisce però gli effetti di una parlata che tanto lo caratterizza – rendendolo senz’altro uno dei personaggi più freschi del cinema italiano contemporaneo – tanto lo rende a tratti incomprensibile, limitandone l’efficacia. È più col corpo che riesce a restituire l’andamento funambolico e imprevedibile di un uomo che sembra vivere una fiaba e di cui sarebbe stato bello, invece, conoscere la storia.


