E così, è iniziata la corsa agli Oscar di Tom Cruise. È iniziata con il tipo di trasformazione fisica fatta di corpi e volti deformi, imbruttiti, modificati da una dieta estrema per dimagrire o ingrassare visibilmente o nascosti sotto strati di trucco prostetico, con cui l’Academy di solito va a nozze: lo dimostrano i premi a Charlize Theron per Monster, Joaquin Phoenix per Joker, Matthew McConaughey per Dallas Buyers Club o Brendan Fraser per The Whale.
È una delle vie più battute per ottenere una statuetta, soprattutto se non si ha abbastanza talento musicale per interpretare un noto cantante in un biopic; e poiché a Cruise una nomination manca da ventisei anni (con Magnolia di Paul Thomas Anderson), in Digger segue la procedura alla lettera e fa il possibile per aumentare le sue chance. Che, se non fosse per il John Malkovich di Wild Horse Nine, non sarebbero da sottovalutare.
Un Tom Cruise irriconoscibile
Invecchiato, spelacchiato come il gatto malaticcio a cui il suo personaggio è fortemente legato e con gli addominali sostituiti da un vistoso e flaccido lardo, il protagonista di Mission Impossible abbandona momentaneamente l’immagine dell’action hero indistruttibile costruita con millimetrica attenzione negli ultimi quarant’anni e veste i panni di un uomo anziano, debole e pieno di acciacchi. Si chiama Digger, come il film, ed è un imprenditore plurimiliardario a capo di una compagnia di (guarda caso) estrazione petrolifera. Quando la sua negligenza nei confronti del rispetto delle misure di sicurezza provoca un disastro naturale senza precedenti, il magnate si auto investe del ruolo di salvatore dell’umanità prima che le conseguenze delle sue stesse azioni diventino irreparabili.

Un teatro grottesco e caricaturale alla deriva
Di più sull’intreccio è bene non svelarlo, anche perché non ci vorrà molto prima che il regista Alejandro González Iñárritu sveli completamente le sue carte, aggiungendo un ulteriore livello di lettura a una delle creazioni cinematografiche più bizzarre, strane e peculiari della sua carriera. È una deriva inaspettata – un po’ come l’enorme iceberg in balia delle correnti oceaniche che forse si abbatterà sul Nord Europa – che richiama in parte Birdman e la sua fusione tra realtà e messa in scena, e che dota il film di una doppia natura di innegabile fascino (sebbene anche possibilmente respingente).
Angosciante, cinico, nichilista, Digger affonda nella satira più nera, gemella di quella di Don’t Look Up di Adam McKay, affidando a un cast eccellente – John Goodman, Sandra Hüller, Jesse Plemons, Riz Ahmed, Michael Stuhlbarg – il compito di imbastire un teatro grottesco e caricaturale, che in un altro tempo sarebbe classificato come “dell’assurdo” e invece oggi appare agghiacciante. Forse perché l’assurdo lo viviamo già quotidianamente, costringendo qualsiasi opera che voglia commentare il presente per via umoristica all’esagerazione più totale.
Lo abbiamo osservato nell’evoluzione di The Boys, nel fanatismo dei personaggi di Bugonia, nella performance esaltata ed esagitata di Sean Penn in Una battaglia dopo l’altra; e lo osserviamo anche in Digger, dove il parere della scienza viene ignorato, dove un Presidente USA allucinato blatera sulla Cina e su non necessari bombardamenti nucleari, e dove l’uomo più ricco e potente del mondo non ha più paura di rivelarsi per come è davvero davanti agli occhi di tutti. Dove abbiamo già visto questo film? Ah già, non era un film, ma il notiziario di ieri.

Ambientalismo e distopia apocalittica
Molte delle situazioni e della comicità del film passano dunque attraverso un pesante filtro di attualità difficile da ignorare, ed è per questo che i momenti di genuina ilarità sono rari, mentre prevale un senso di orrore e disgusto. Il make-up trasfigura un magneticamente farsesco Cruise in una figura stanca, rugosa e incompetente, emblema di un’egocentrica classe dirigente che si aggrappa al potere con tutte le sue forze nonostante sia già stata superata da un pezzo la data di scadenza, nonché riflesso diretto della decadenza di un pianeta ormai sull’orlo del collasso, che continua a respirare solo per miracolo. Non a caso l’unica creatura per cui Digger Rockwell prova un genuino attaccamento emotivo è un gatto di trentotto anni che sembra un cadavere ambulante.
Tutto ciò passa attraverso la magnificente resa visiva e sonora di Iñárritu (che gira interamente in VistaVision come Brady Corbet in The Brutalist), tra una ricostruzione scenografica impeccabile e simbolica (l’intero arredamento della magione di Digger ne è la prova) e una componente sonora che subito – con i martellanti e dissonanti rumori della natura in via d’estinzione che aprono il film – rende evidente quanto il nobile proposito ambientalista non possa più prescindere dall’inevitabile piega distopica e catastrofista che sta prendendo il nostro mondo. E forse, in mezzo al grigiore della distruzione e dell’apocalisse, tutto ciò che resta è uno spettacolo sgargiante, sontuoso, indubbiamente sbilanciato nelle intenzioni e nell’esecuzione, eppure allo stesso tempo provocatorio e catartico.


