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Diamanti, recensione del film di Ferzan Ozpetek

Interpretato da 18 attrici italiane guidate da Luisa Ranieri e Jasmine Trinca, Diamanti di Ferzan Ozpetek è al cinema dal 19 dicembre grazie a Vision Distribution.

Se si pensa al cinema di Ferzan Özpetek, la prima scena che viene in mente è quella di una tavolata imbandita per un pranzo conviviale, possibilmente molto numeroso e molto colorato, meglio ancora se organizzato in una terrazza con vista su Roma. Il regista ha prestato in tempi più e meno sospetti la sua stessa casa come scenografia ideale di questa visione (meta) cinematografica, sineddoche audiovisiva della vita di un micromondo, che poi è esattamente ciò che significa fare un film. Il cinema è collettività, non c’è “io” nel cinema, questa è la legge universale e “chi se ne frega se al regista non piace”.

Diamanti, che è in un certo senso l’ di Özpetek, inizia esattamente con un pranzo simile ai tanti della sua filmografia, ma senza sovrastruttura di sorta. C’è il regista a capotavola e i suoi commensali (cuoca compresa) sono il cast, tra habituè e volti nuovi, e tutti interpretano loro stessi. E sono, tra l’altro, tantissimi: Luisa Ranieri, Jasmine Trinca, Stefano Accorsi, Sara Bosi, Loredana Cannata, Geppi Cucciari, Anna Ferzetti, Aurora Giovinazzo, Nicole Grimaudo, Milena Mancini, Paola Minaccioni, Elena Sofia Ricci, Vanessa Scalera, Carla Signoris, Kasia Smutniak, Mara Venier, Milena Vukotic e Vinicio Marchioni.

Loro, come collettività, sono la cosa importante del cinema. Loro con le loro storie personali, i loro vissuti e le loro sensibilità. Loro che sono sempre in bella vista, senza mai svelarsi sul serio, indossando sempre il costume dell’interpretazione. Costume che senza il loro animo e la loro applicazione non sarebbe nient’altro che un abito vuoto, magari stupendo, ma vuoto. Loro sono le gemme che il regista ha il compito di far brillare al meglio.

Diamanti di Ferzan Ozpetek. Foto di Stefania Casellato

Micromondo dietro le quinte

Tenendo fede al messaggio di cui sopra, Diamanti si dispiega alternando il racconto della lettura del suo stesso script con la messa in scena, che però è sempre votata all’indagine dell’intimità di coloro che sono dietro le quinte: attrici nel livello della realtà e delle sarte nel livello fiction. Quello che fa Özpetek è tenere un solido fil rouge, fino a rovesciare l’importanza consueta con cui si giudica ciò che accade a camera spenta o accesa.

Ecco allora che Trinca e Ranieri diventano Alberta e Gabriella, due sorelle fondatrici di una sartoria specializzata in costumi per cinema e teatro in piena attività a Roma negli anni ’70, mentre le altre ospiti nella tavolata iniziale diventano le varie sarte (che è un termine generalista per indicare la professione, quando in realtà il film è molto attento a diversificare tutti quanti i ruoli), con una Venier inaspettata nel ruolo di cuoca e mamma di tutte. Eccolo il nuovo micromondo del regista, stavolta nascosto tra le pieghe del cinema.

Come da tradizione, esso assorbe tutto quello con cui viene in contatto, tra attrici narcise e belligeranti (Smutniak e Signoris), altezzosissime Premi Oscar (Scalera) e tutte le altre figure che man mano incrociano le strade con queste meravigliose donne. “Donne”, ecco l’altra parola chiave di Diamanti, che è un film tutto votato al femminile, spesso osteggiato, spesso nascosto e spesso calpestato, quando in realtà le donne sono “come delle formiche: sembra che non contiamo niente, ma tutte insieme, tutte insieme”.

Diamanti di Ferzan Ozpetek. Foto di Stefania Casellato

Il cinema per Özpetek

La ricetta magica del film di Özpetek è quella dell’alchimia tra le tante protagoniste, ognuna approfondita (in modo più o meno felice) come entità singola e poi come parte di un tutto a cui bisogna necessariamente mettere al servizio. Ancora una metafora cinematografica, eco costante di una storia che per resa, modo di recitare e risvolti narrativi è un continuo omaggio al cinema del cineasta di origine turca. Prendere o lasciare.

Ecco che quindi abbiamo il melò tinto da commedia con un realismo magico a fare da apri porte e da collante, specialmente nei momenti in cui le relazioni si prendono il palcoscenico, mostrando come il cinema di Özpetek diventi improvvisamente muscolare quando sono le relazioni a parlare. Esse impattano, in un abbraccio, in un tremore, in uno schiaffo e in un sorriso. In mezzo le consuete infiltrazioni musicali, ancora, sempre, ovviamente con Mina a tessere i sentieri di cuore, animo e voci.

Diamanti assume dunque la forma di un sentito tributo del regista alla sua idea di cinema, che funziona benissimo fino a quando regge l’intuizione di mettersi da parte (un po’ meno dopo) e lasciare spazio all’eternità, quintessenza della Settima Arte, in grado di elevarsi al di sopra di tutti quanti e legarci, esattamente come può fare l’attività di tessere un abito. Un abito-cinema che è più della summa delle parti che lo hanno creato, diventando così un’entità in grado di superare il confine del tempo, dovendo rispettare solamente i limiti dell’immaginazione.

Guarda il trailer ufficiale di Diamanti

GIUDIZIO COMPLESSIVO

Diamanti è un omaggio all'idea di cinema di Ferzan Özpetek. Un film che vive tra realtà e fiction per raccontarci l’importanza del micromondo che opera dietro ciò che si vede sullo schermo. Una ricerca che passa attraverso una summa della filmografia del regista nel bene e nel male, riproponendo archetipi e stilemi fino alla metafora finale.

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