venerdì, Gennaio 21, 2022
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Diabolik, recensione del film dei Manetti Bros. con Luca Marinelli

La recensione di Diabolik, l'atteso film dei Manetti Bros con Luca Marinelli, tratto dall'omonimo fumetto. Dal 16 dicembre al cinema.

Diabolik, il “Re del Terrore”, è pronto a debuttare sul grande schermo: dal 16 dicembre sarà infatti disponibile nei cinema l’ultima fatica dei Manetti Bros., un omaggio al fumetto italiano d’autore nato dalla fantasia creativa delle sorelle Angela e Luciana Giussani nel 1962. Negli anni ’60 l’arrivo di un anti-eroe così oscuro scombussolò la cultura pop italiana, tanto da sedurre un maestro del genere come Mario Bava che ne realizzò un adattamento nel 1968.

A distanza di cinquant’anni, spetta ai fratelli Marco e Antonio Manetti l’onere di riportare in vita il mito, affidando a Luca Marinelli (The Old Guard, Martin Eden) l’arduo compito di interpretare lo sfuggente ladro celato dietro la maschera nera. Al suo fianco, Miriam Leone (Marilyn ha gli occhi neri) nei panni dell’algida Eva Kant, Valerio Mastandrea in quelli dell’ispettore Ginko e tanti altri attori in ruoli comprimari, tra i quali spiccano Alessandro Roia, Serena Rossi e Claudia Gerini.

Clerville, anni ’60. Diabolik, uno spregiudicato ladro senza volto né identità, è riuscito a commettere l’ennesimo colpo scappando, in modo rocambolesco, dalla polizia capitanata dall’ispettore Ginko. Ma quando si prepara a mettere a segno un’altra peripezia, fa irruzione nella sua vita la splendida lady Eva Kant, sofisticata ereditiera arrivata in città con un prezioso diamante rosa che fa gola al Re del Terrore. Proprio nel tentativo di commettere il furto, i due finiscono per incontrarsi e per restare attratti l’uno dall’altra in modo irresistibile: consapevoli della loro passione, sono pronti a superare ogni ostacolo che si porrà lungo la loro nuova carriera criminale, incluso un elaborato piano di Ginko per cogliere il ladro sul fatto.

Adattare un fumetto cult che si è imposto, con prepotenza, nell’immaginario collettivo di intere generazioni non è mai un’impresa facile: nonostante la nostra epoca sia, a tutti gli effetti, dominata da cinecomic e adattamenti capaci di contaminare i linguaggi tra la settima e la nona arte, una trasposizione del genere si rivela sempre un arduo compito non esente da rischi. Per farlo nel migliore dei modi, forse l’unica chiave plausibile è quella di trovare un’interpretazione capace di fare da “grimaldello” creando un ponte cross-mediale tra le diverse forme di arti figurative, sfruttando appunto il significato stesso del cinema inteso come “racconto per immagini”.

I Manetti Bros. hanno dimostrato di aver assorbito questa nozione fin dal loro esordio, trasformando un cult come Zora la Vampira in un omaggio al cinema horror (e di genere) contaminato dall’umorismo. Di strada ne hanno fatta tanta, rielaborando i film che li hanno ispirati – autoriali e più “commerciali” – in modo personale e creativo, muovendosi sempre in quel territorio sottile sospeso tra il pulp e la celebrazione amarcord del cinema di un’altra epoca. La passione, l’amore e il rispetto che i Manetti Bros. nutrono nei confronti dei loro maestri – e dei film che li hanno segnati sul piano generazionale, come hanno affermato durante la conferenza stampa – si evince anche da questa nuova versione di Diabolik così vintage ma fedele all’originale, capace di riportare in vita il Re del Terrore e quelle atmosfere suggestive che, negli anni ’60, sconvolsero e sedussero l’opinione dei lettori.

Questa versione odierna si basa su un fumetto specifico (il n. 3) al quale “ruba” trama e suggestioni per costruire un incipit credibile ad una storia ben più complessa e articolata, che in questo adattamento sembra muovere i primi passi iniziando appena a dipanarsi. Diabolik irrompe sulla scena fin da subito, per poi sfuggire alla percezione del pubblico celandosi dietro le parole e i timori degli altri personaggi. Lo spettatore condivide il loro punto di vista e perfino quello dell’occhio meccanico della MdP che spia in silenzio azioni, situazioni e dialoghi con ingombrante onnipresenza.

Photo Credit: Antonello&Montesi

In Diabolik l’artigianalità e la conoscenza della macchina-cinema dei Manetti Bros. passano per la scelta precisa delle inquadrature, per la decisione radicale di lasciarsi ispirare dalle tavole del fumetto stesso e dal maestro della suspense Alfred Hitchcock per concepire una storia crime dalla struttura esile e convenzionale, ma capace di restituire le suggestioni glaciali della tradizione di un intero genere declinato in tutte le sue variazioni (thriller, noir, giallo, polar, crime etc.). Elementi estetici che depongono a favore di un film pioneristico, di un azzardo intrigante e suggestivo almeno sulla carta, ma che rimane vittima di se stesso e di un dettaglio in particolare: la ricerca spasmodica della forma perfetta.

L’equilibrio estetico raggiunto dai registi raggela quel gusto “pop” che ha accompagnato, in più occasioni (come in Song ‘e Napule e Ammore e Malavita, ma anche nella serie dell’Ispettore Coliandro) le loro produzioni più note: il colore e l’eccesso ipercinetico passano qui per un gusto citazionista (e derivativo) per modelli rubati al cinema di genere degli anni ’60, tra split screen e inquadrature che inseguono grandi classici, depauperando però questa nuova versione di Diabolik di una propria identità indipendente. A contribuire a questo processo di “sospensione” sono anche altre scelte registiche apportate sugli attori e sui loro personaggi, che finiscono per contribuire a creare uno stallo nel ritmo, che sembra rarefatto e sospeso nel tempo stesso (nonostante le coordinate spazio-temporali delineate con discreta costanza da scenografia, trucco e parrucco).

Miriam Leone, nei panni di Eva Kant, riesce nell’impresa rischiosa di restituire un’anima e un passato ad un’icona di carta, conferendo tridimensionalità ad un personaggio che in tal modo evita il tranello della “figurina” solo bella e impossibile, trasformandosi – agli occhi dello spettatore – in un’iconica bionda da film hitchcockiano, “ghiaccio bollente” con il pericolo nel sangue; un processo analogo è quello che coinvolge Mastandrea, che grazie alla sua indimenticabile presenza iconica restituisce uno spessore ad un uomo che non è più, in tal modo, la semplice ombra vittima del mito di Diabolik.

I veri problemi si annidano proprio nelle scelte compiute sul Re del Terrore, nei cui panni si cala un Luca Marinelli distante e freddo, remoto pianeta di un sistema alla deriva nello spazio: negli occhi del genio del crimine non c’è traccia di mistero, di enigmi inesplorati e seduzione del male, ma solo di lontananza abissale. Una distanza che pesa sulle relazioni in scena e sull’interazione tra i personaggi, che faticano a ricreare un’alchimia tale da sospendere totalmente l’incredulità degli spettatori.

Diabolik, per quanto rappresenti un’avventura pioneristica e un omaggio alla pop culture italiana degli anni del Boom, purtroppo non riesce a compiere il grande passo di “rompere” i vincoli della gabbia del fumetto, adattando fedelmente suggestioni e atmosfere che potevano sconvolgere negli anni ’60 ma che oggi non trovano lo stesso seguito, complice l’epoca della post-modernità nella quale viviamo e che ci ha abituato ad un altro livello di percezione.

La stragrande maggioranza del pubblico è figlia di un’era Marvel disillusa, tecnologica e dall’altissimo profilo (e dalle ancor più ambiziose aspettative), che ha sempre bisogno di maggiori stimoli visivi per soddisfare il piacere retinico e la componente psicologica: nella sua fedeltà ortodossa ai modelli originali, Diabolik finisce per restare intrappolato nella fitta maglia della gabbia di una tavola che vincola e impone un equilibrio formale rigoroso e, purtroppo, fin troppo anacronistico e vintage.

Guarda il trailer ufficiale di Diabolik

GIUDIZIO COMPLESSIVO

Diabolik, per quanto rappresenti un’avventura pioneristica e un omaggio alla pop culture italiana degli anni del Boom, purtroppo non riesce a compiere il grande passo di “rompere” i vincoli della gabbia del fumetto, adattando fedelmente suggestioni e atmosfere che potevano sconvolgere negli anni ’60 ma che oggi non trovano lo stesso seguito, complice l’epoca della post-modernità nella quale viviamo e che ci ha abituato ad un altro livello di percezione.
Ludovica Ottaviani
Imbrattatrice di sudate carte a tempo perso, irrimediabilmente innamorata della settima arte da sempre | Film del cuore: Lo Chiamavano Jeeg Robot | Il più grande regista: Quentin Tarantino | Attore preferito: Gary Oldman | La citazione più bella: "Le parole più belle al mondo non sono Ti Amo, ma È Benigno." (Il Dormiglione)

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