Sin dai primi istanti, è difficile capire a che gioco voglia giocare Demeter: Il Risveglio di Dracula. Il perché è presto detto: il film diretto da André Øvredal parte dalla fine, ma già sappiamo tutto. C’è una nave schiantata sulla costa con nessun superstite a bordo. Si prospetta un viaggio a ritroso sulle vicende che hanno portato all’infausto esito che ci si para davanti, eppure da scoprire non c’è praticamente nulla.
La sceneggiatura di Bragi F. Schut e Zak Olkewicz – rimasta nel congelatore per più di vent’anni e passata sotto le mani di molti – si pone infatti ad adattamento del settimo capitolo del romanzo di Bram Stoker su Dracula. In queste pagine è narrato il viaggio dell’equipaggio di una nave, la Demeter appunto, all’inizio ignaro di star trasportando il sarcofago del vampiro. I marinai lo scopriranno a loro spese durante la tratta verso Londra, in cui Dracula si risveglia e massacra tutti quelli a bordo.
Riassumere la trama in modo così brutale finirebbe di diritto sotto un grande cartello con la scritta spoiler, se non fosse che tutta l’operazione dietro Demeter – Il Risveglio di Dracula si basi su dei presupposti in cui non sussiste nemmeno per un istante la sorpresa, o perlomeno una sua vaga parvenza. È chiaro dal titolo (che in italiano è ancora più esplicito dell’originale, The Last Voyage of Demeter), è chiaro dai poster su cui campeggia la silhouette del vampiro, è chiaro dalle sinossi in circolazione. È un’idea tanto evocativa nelle intenzioni quanto fragile nel momento in cui la si vuole andare ad immaginare con un film confinato nello spazio limitato di un vascello e dalla durata davvero esagerata (due ore!) in relazione a ciò che può fare e a come può farlo.
L’incapacità di trovare una soluzione creativa
André Øvredal, a suo modo, è un discreto mestierante. Per le sue mani sono transitati Autopsy e Scary Stories to Tell in the Dark, titoli modesti in grado di evidenziare quantomeno un minimo tocco ludico e volto all’intrattenimento senza infamia e senza lode. Il regista norvegese, in quest’occasione, pare invece davvero poco capace di trovare una soluzione creativa nel momento in cui gli si para davanti uno script particolarmente ottuso e dal quale è faticoso prendere lo slancio.

Demeter: Il Risveglio di Dracula sembra volersi nutrire di una self confidence che non si capisce bene da cosa derivi e in cosa voglia sfociare. Preso atto di tagliare fuori dall’equazione il lato narrativo, che non ha niente da offrire, il film dovrebbe cercare di farsi forza con una precisa identità realizzativa. Che sia questa una spinta sul fronte della violenza in cui scadono gli eventi, che sia questa un lavoro di costruzione sull’asfittico o sull’atmosfera. La pellicola sceglie invece di concentrarsi su una messa in scena della storia in cui il mostro è confinato per gran parte del tempo nel fuoricampo.
Un cortocircuito logico che smonta l’interesse
Dracula fa capolino solo di notte e l’andamento del viaggio della nave è scandito dall’alternanza di “round”: quelli in cui esplode la violenza al chiaro di luna e quelli in cui l’equipaggio (Liam Cunningham, David Dastmalchian, Corey Hawkins, Aisling Franciosi) elabora scialbe strategie alla luce del giorno. Una scelta che lascia francamente sbigottiti per la sua insensatezza, considerato che il fuoricampo come tecnica cinematografica – in particolar modo nell’horror – è funzionale a nascondere l’identità di un qualcosa che solo poco a poco si svela. Ma se l’identità della creatura che infesta la Demeter è già palese a causa di come è impostato l’intero film, si scade in un cortocircuito logico che smonta la credibilità e l’interesse per ciò che si sta guardando.
Il tutto migliora di una virgola quando Dracula (dalla CGI dubbia ma efficace) esce all’aperto e diventa parte di quella coreografia al massacro di cui è artefice. Siamo ampiamente nella seconda parte di Demeter: Il Risveglio di Dracula e arrivati sin qui ci si è già annoiati a sufficienza con diversi sbuffi, consci che per salvare questa nave dall’affondare nel mare dell’indifferenza non basterebbe un miracolo calato dall’alto. Che, per inciso, non arriva mai.


