lunedì, Agosto 8, 2022
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Death to 2020, recensione del mockumentary dai creatori di Black Mirror

La recensione del mockumentary Death to 2020, scritto dai creatori di Black Mirror Charlie Brooker e Annabel Jones . Disponibile su Netflix.

Partiamo da un presupposto: Death to 2020 non è un film su Covid-19; sebbene la Pandemia abbia rappresentato per gli autori un incentivo alla creazione di questo bizzarro mockumentary targato Netflix (attualmente disponibile in streaming). Un falso documentario, quindi, finalizzato a “mettere in scena” l’infausto anno che ci siamo – se Dio vuole – lasciati ormai alle spalle (anche se i suoi strascichi, per ora, continuano ad angustiarci: non solo il virus, ma anche le conseguenze dello spirito antidemocratico che ha caratterizzato gli anni della presidenza Trump).

E proprio l’ormai ex presidente degli Stati Uniti è tra i grandi protagonisti del film ideato da Charlie Brooker – avvezzo alle distopie, essendo l’ideatore della serie Black Mirror – e Annabel Jones, affiancati per l’occasione da uno stuolo infinito di co-sceneggiatori (in totale, 16). Non è l’unico, perché di personaggi eccentrici (un eufemismo) che hanno caratterizzato il 2020 ce ne sono stati parecchi, e tutti hanno dato un loro significativo “contributo” per renderlo a suo modo indimenticabile (a voi la scelta di dare al termine un’accezione negativa, positiva, oppure neutra).

Sulla base dei fatti realmente accaduti dallo scorso gennaio allo scorso dicembre (il film si conclude con l’inizio della vaccinazione di massa negli States), Death to 2020 ne ricostruisce la recente storia attraverso la testimonianza di un nutrito gruppo di (falsi) opinionisti, interpretati da volti noti (e meno noti) al grande pubblico: un giornalista afroamericano a cui piace fare bizzarri paragoni musicali e videoludici (Samuel L. Jackson); uno storico britannico lievemente alcolizzato che sovente confonde la Storia con la finzione seriale e/o cinematografica, citando Il trono di spade Star Wars (Hugh Grant, da pochi giorni protagonista anche della serie The Undoing); una portavoce di Donald Trump che mette in discussione la vittoria elettorale di Joe Biden (Lisa Kudrow); il creatore (miliardario) di una startup che si è rifugiato in un bunker ipertecnologico (Kumail Nanjiani); la Regina Elisabetta, che ancora non ha perdonato Harry e Meghan per la loro fuga oltreoceano (Tracey Ullman); un biologo che ha studiato in laboratorio il Covid-19 (Samson Kayo); una psicologa rancorosa (Leslie Jones); una tra le cinque persone più comuni del mondo (Diane Morgan); la madre di un ragazzino che gioca a calcio, decisamente complottista, razzista e non troppo velatamente trumpiana (Cristin Milioti, già vista nel delizioso Palm Springs, disponibile su Prime Video); un millennial disoccupato che ha fatto fortuna pubblicando video divenuti virali su YouTube (Joe Kerry, lo Steve di Stranger Things).

Trait d’union tra realtà e finzione cinematografica è la voce narrante di Laurence Fishburne, chiamato a guidare lo spettatore lungo 365 giorni pieni di accadimenti: i devastanti incendi in Australia, l’avvento del Covid, la morte di George Floyd, le presidenziali americane, l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea. Death to 2020 è una panoramica sull’anno passato decisamente scorretta. Colpisce duro qualsiasi cosa o soggetto li capiti sotto tiro. Sebbene Donald Trump sia il bersaglio privilegiato, nessuno viene risparmiato: lo “spaventapasseri” Boris Johnson; il “fossile preistorico” Joe Biden; la sua vice Kamala Harris, dapprima accusatrice del futuro presidente degli Stati Uniti – reo di essere troppo moderato e, per giunta, accusato di molestie sessuali –  e poi felice (ed appagata) alleata; la “deprimente” Greta Thunberg.

Immagini di repertorio si alternano ai commenti dei sedicenti esperti, provocando una escalation di comicità provocatoria e distruttiva. Certo, non tutti gli sketch sono dello stesso livello qualitativo. Se un po’ sacrificati (e non particolarmente incisivi) appaiono quelli con Kumail Nanjiani e Diane Morgan, decisamente una spanna sopra gli altri sono quelli offerti da Hugh Grant (irresistibile) e Cristin Milioti. Mentre l’autoreferenzialità di Netflix all’interno del racconto – che sfocia in una improbabile (ed efficace fino a un certo punto) ironica autopromozione della major di Los Gatos e del suo catalogo – lascia un po’ il tempo che trova.

Ma la domanda che un’opera come Death to 2020 suscita nello spettatore, al di là della sua evidente qualità intrinseca è: si può davvero ironizzare su ogni cosa? È un quesito che, ciclicamente, da spettatori (o lettori) ci troviamo a porci. Ebbene, il cinema – così come altre forme d’arte e comunicazione – ci ha insegnato che sì, è possibile. Si può ironizzare anche sulle tragedie riconosciute (come la Pandemia, che ha causato quasi due milioni di morti in tutto il mondo). L’importante è farlo con coscienza e sopratutto con rispetto. Ridere, fare dell’ironia su una determinata cosa o un determinato accadimento non significa per forza di cose prendere in giro o sottovalutare/ridimensionare un problema. Anzi, può risultare persino catartico. Può aiutarci ad andare avanti, nonostante tutto.

Da un certo punto di vista Death to 2020 funge quasi da terapia di gruppo. Ci fa ripercorrere il 2020, ci pone di fronte agli avvenimenti che l’hanno contraddistinto, ci aiuta a guardare in faccia quanto abbiamo subito e quanto abbiamo sofferto. Ma non lo fa attuando un processo di commiserazione. Non lo fa con proclami retorici – della serie: ce la faremo; alla fine ne usciremo migliori, ecc. -, ma riconsegnandoci l’assurdità di una realtà di fronte alla quale non si può non ridere. Non certo di gusto, sicuramente non per divertimento o soddisfazione, bensì per motivazioni antitetiche: per incredulità, per disperazione, per – come si suol dire – non piangere.

Così, nella sua ora o poco più di durata, Death to 2020 “gioca” a fare dell’ironia, ma in realtà getta al contempo uno sguardo polemico, disilluso, quasi incazzato sul mondo che ci circonda. Un circo in cui recitano pagliacci ben più (tragicamente) comici di quelli finzionali di cui si avvale il film; questi ultimi usati proprio come termine di paragone per mettere ancora più in evidenza il grottesco insito nella nostra realtà storica e nelle figure di spicco che la popolano: cittadini uccisi solo per via del colore della loro pelle, leader mondiali che minimizzano la portata della Pandemia facendosi beffa del virus (che poi contraggono e a causa del quale rischiano di rimetterci le penne), un presidente degli Stati Uniti che fomenta una rivolta popolare perché non accetta la sconfitta alle elezioni. E la lista potrebbe essere ancora lunga.

Comico e tragico si fondono a tal punto in Death to 2020 da essere indistinguibili. Lo sconcerto prevale sullo stupore. Le storture dell’anno bisesto anno funesto ci appaiono davvero come una serie tv lunga 365 giorni, e a ben vedere neanche delle più emozionanti. Ripetitiva, squallida, a volte persino poco credibile, decisamente assurda. Una risata li/ci seppellirà. Ma forse, una risata potrà anche farci prendere coscienza e, perché no?, persino salvarci.

Guarda il trailer ufficiale di Death to 2020

GIUDIZIO COMPLESSIVO

Nella sua ora o poco più di durata, Death to 2020 "gioca" a fare dell'ironia, ma in realtà getta al contempo uno sguardo polemico, disilluso, quasi incazzato sul mondo che ci circonda. Un circo in cui recitano pagliacci ben più (tragicamente) comici di quelli finzionali di cui si avvale il film.
Diego Battistini
Diego Battistini
La passione per la settima arte inizia dopo la visione di Master & Commander di Peter Weir | Film del cuore: La sottile linea rossa | Il più grande regista: se la giocano Orson Welles e Stanley Kubrick | Attore preferito: Robert De Niro | La citazione più bella: "..." (The Artist, perché spesso le parole, specie al cinema, sono superflue)

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