È difficile esprimere, nelle relativamente poche parole a disposizione nella stesura di una recensione, tutto ciò che rappresenta DAU, culmine di un progetto artistico multidisciplinare partorito vent’anni fa dalla mente del suo regista, Ilya Khrzhanovsky. Provate anche solo a orientarvi sulla pagina di Wikipedia per capire la mole di lavoro richiesta per la sua realizzazione, che si compone di oltre settecento ore di riprese in pellicola 35 mm effettuate su un set di proporzioni gigantesche, che sono poi confluite in installazioni, video performance e una moltitudine di film di vario genere e durata.
Un’opera mastodontica su un uomo e la sua nazione
Mancava però ancora il tassello principale, ora finalmente completo e presentato in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia 2026, sulla vita di colui che ha dato il nome all’intero progetto: il fisico sovietico premio Nobel Lev Landau, soprannominato appunto “Dau”, interpretato magnificamente da Teodor Currentzis. Di origine greca, lo scienziato è il responsabile della messa a punto della prima bomba atomica dell’URSS, e il film segue le sue vicende dal 1928 al 1968, racchiudendole in “appena” tre ore e un quarto.
A pensarci bene, sono solo quindici minuti in più rispetto al biopic sull’ideatore della bomba a fissione nucleare, Oppenheimer. Eppure DAU ha un passo molto diverso, di certo meno serrato nel ritmo e meno compatto nella narrazione. Se il film di Christopher Nolan fosse una pellicola cinematografica, quello di Khrzhanovsky sarebbe probabilmente il suo negativo. Più difficile da digerire, più propenso a divagazioni, ricco di ellissi e momenti di simbolismo extradiegetico, rimane tuttavia un’opera mastodontica nelle proporzioni e nelle intenzioni.
In DAU non c’è infatti solo il film sull’uomo, sull’individuo, ma anche il film sulla nazione forse più contraddittoria di tutte, fondata su ideali nobili che ben presto sono stati manipolati, corrotti e addirittura dimenticati dall’operato del regime. Non a caso, prima che il vero e proprio intreccio prenda una forma concreta passa quasi un’ora. Siamo nel ‘28, la rivoluzione socialista è ancora fresca e la speranza della nascita di una società nuova ancora viva, soprattutto nei cuori dei giovani, cresciuti con una forte morale idealistica che da lì a poco si scontrerà con la realtà dei fatti.

Un approccio crudo, critico e quasi documentaristico
Khrzhanovsky, che nel 2024 ha rinunciato alla cittadinanza russa e ha espresso dissenso nei confronti delle azioni di Putin, ci accompagna così per lungo tempo in un viaggio senza meta per le strade cittadine, dal centro alla periferia dell’allora Leningrado (oggi San Pietroburgo); si addentra tra la gente comune, negli ambienti popolari, nelle feste e nei balli, nelle aule scolastiche che il protagonista frequenta.
E lo fa con precisione chirurgica, senza apologie né romanticismo, e adottando un approccio crudo, fermamente critico e quasi documentaristico. Tanto che, se non sapessimo dell’operazione di ricostruzione sul set, dell’enorme quantità di comparse coinvolte (quasi 400 mila) o del fatto che le macchine da presa dell’epoca riprendevano ancora in bianco e nero, sarebbero indistinguibili da materiali d’archivio.
Facendo suo il concetto vertoviano di cine-occhio – che si ammira in tutta questa prima parte, fatta di immagini immortalate in maniera sublime dai tre direttori della fotografia succedutisi negli anni (Jürgen Jürges, Manuel Alberto Claro e Lol Crawley) -, Khrzhanovsky non si dimentica comunque di far emergere, nell’oceano di persone che riempiono le inquadrature, la figura centrale del racconto, che spicca tra le altre con la sua giacca rosso acceso come la bambina di Schindler’s List.
Un’opera mutaforma…
Il giovane Dau, genio autoproclamato che in questo periodo inizierà a frequentare la futura moglie Nora (Radmila Shegoleva), diventa un’estensione della macchina da presa e dello sguardo del regista, che ne delinea i tratti psicologici principale prima di entrare nel vivo della narrazione. Solo a questo punto si comincia a parlare di esperimenti governativi segreti, di periodi di prigionia, torture fisiche e dilemmi etici, che vanno semplicemente a inserirsi in maniera naturale nel mosaico del Paese appena costruito.
Uomo illuminato, convinto che la scienza sia destinata a migliorare la vita e non a distruggerla, Dau si troverà costretto a sfuggire alle imposizioni del regime, senza però trovare via di scampo. Qui il film cambia parzialmente faccia, assumendo i contorni di un thriller di spionaggio; ma non sarà certo la prima volta che DAU trasfigurerà sé stesso: a un certo punto Khrzhanovsky smetterà di focalizzarsi sulla ricerca scientifica e sulle conseguenze (geo)politiche della messa a punto della bomba, spostando tutta la sua attenzione sulle ripercussioni emotive e psicofisiche che subisce il protagonista.
…e un esempio di grande cinema
Si assiste allora a un delirio sessuale sempre più degradante: la relazione aperta tra Dau e Nora si fa tossica e malata, con il primo che non si fa problemi a fare delle avance ad altre donne davanti agli occhi della moglie, o a trovarsi delle concubine che vivono nella stessa abitazione della sua famiglia. Il sesso e la passione per il femminile sono le sue uniche valvole di sfogo, ma non saranno comunque sufficienti: è lui la bomba pronta a esplodere, come ci ricordano gli improvvisi intermezzi di montaggio assordanti e profetici, che culminano in una straordinaria sequenza post-apocalittica appena prima dell’epilogo.
Epilogo che a dirla tutta appare forse meno centrato, tra un accenno di rapporto incestuoso fuori luogo e un’iniziale sensazione di un finale in decrescendo. Invece, gli ultimi secondi completano la discesa autodistruttiva mostrata fino a quel momento, con immagini di pura potenza demolitrice che attraversano tre livelli: quello del singolo, ovvero un uomo piegato e spezzato dalle ipocrisie della sua nazione; quella collettiva, di una nazione annientata da sé stessa; e quella del set, il cui smantellamento è stato ripreso in diretta e inserito tra le centinaia di ore di girato. Ecco dunque a voi DAU: lunghissimo, pesante, faticoso, caotico, disturbante, angosciante. E un esempio di grande cinema.


