Adattare parole e pensieri dalla carta al grande schermo non è mai troppo semplice: prima di tutto, c’è il problema di un universo suggestivo di pensieri ed emozioni che, in un romanzo, vengono sciorinate dalla voce narrante – di un personaggio o dello stesso autore – scavando in profondità insondabili; di certo, al cinema (o in una serie tv) può farlo anche una voice over, ma l’effetto non sarà mai lo stesso ed evitare il tranello della spiegazione didascalica diventerà il primo obiettivo da raggiungere per costruire, ex novo, una buona drammaturgia.
In seconda battuta c’è poi la questione delle immagini, perché è così che una storia viene raccontata nell’audiovisivo: attraverso le immagini, sequenze e frammenti che possono ricostruire un intero mondo solo evocando nello spettatore delle suggestioni che solleticano il suo piacere retinico. Esattamente come nella filosofia di Parmenide sui concetti di “essere” e “non essere”, anche qui la letteratura – da sola – non può essere cinema e quest’ultimo, in solitaria, non può godere della drammaticità profonda e complessa delle pagine di carta. Eppure, recentemente, la moda dell’adattamento è sempre più in voga, complice un mix di idee lacunose e voglia di puntare sul sicuro, declinando attraverso nuovi media delle scommesse che hanno già vinto nel mercato editoriale, con alle spalle vendite e nomi d’autore che sono diventati delle vere e proprie garanzie.
Anche noi in Italia (o soprattutto noi qui, nel Belpaese?) siamo stati contagiati da questa moda, trasportando su devices grandi e piccoli le opere contemporanee dei vari Camilleri (l’iconica saga de Il Commissario Montalbano per la tv generalista); oppure L’amica geniale e La vita bugiarda degli adulti tratte da quel mistero che è Elena Ferrante, solo per citarne alcuni in un’orda indefinita di commissari, improbabili detective, storie gialle, nere, rosa o semplicemente storie in grado di catturare l’attenzione di un pubblico via via sempre più ampio e internazionale (esattamente come nel caso Ferrante). Sullo schermo d’argento, tra i tanti autori adattati c’è l’imbarazzo della scelta, ma l’idillio tra le opere di Domenico Starnone e il cinema di Daniele Luchetti gode di ottima salute da lungo tempo, fin dalla prima apparizione de La scuola nelle sale (era il 1995).
Un’opera ambiziosa densa di significati e immagini
Con il nuovo film Confidenza, in uscita il 24 aprile, Luchetti torna a consolidare questo sodalizio adattando l’ultimo romanzo di un’ideale trilogia scritta da Starnone, quella composta dal precedente Lacci (portato al cinema dallo stesso regista) e Scherzetto; un trittico di libri incentrati su un tema potente e universale, quello dell’amore, declinato attraverso forme diverse. Nei primi due si torna sui luoghi della memoria, nei legami tra genitori, figli e nonni, mentre in quest’ultimo si parla di un sentimento più universale e ampio, capace di includere tutti nel proprio discorso.
Protagonista di entrambe le versioni – quella cartacea e la cinematografica – è Pietro Vella (interpretato da Elio Germano), uno stimato professore di lettere di un liceo capitolino di periferia. Durante la sua tormentata relazione con la ex-studentessa Teresa (Federica Rossellini), i due si abbandonano ad un gioco innocente che si rivelerà pericoloso: in un momento di intimità, si dovranno confessare un segreto che non hanno mai detto a nessuno, legandosi così per sempre l’uno all’altra. Ma nonostante tutto, la storia tra i due finisce e le loro strade si dividono; dopo anni però, quando Pietro ha ormai una relazione sana con la professoressa – e collega – Nadia (Vittoria Puccini) e una bella famiglia, la minaccia di quel segreto continua a tormentarlo, con il rischio che Teresa possa rivelarlo per danneggiare la sua carriera e l’intera esistenza che l’uomo è riuscito a costruire, minacciato dall’ombra di una confidenza pericolosa.
Per analizzare Confidenza bisogna partire da un presupposto fondamentale: il film è un’opera ambiziosa, forse troppo, densa di significati e immagini, evocative suggestioni che si susseguono sul grande schermo confondendo i contorni tra reale e immaginario, concreto e astratto. Un’operazione che si colloca fuori dagli schemi (e, in parte, anche al di là della stessa filmografia di Luchetti), definendo i nuovi confini dell’industria audiovisiva nostrana, spingendo fino al limite il potenziale ontologico di un’operazione simile, che porta al grande pubblico delle sale un prodotto letterario e intellettuale, spalancando la porta della pop culture e lasciando che generi, linguaggi, media, obiettivi e target si confondano tra loro, quel tanto da spiazzare la percezione.
Intenti ambiziosi, certamente, forse anche troppo che finiscono però per creare uno strano ibrido ineccepibile ma difficile da comprendere, una roccaforte intellettuale che evoca la natura ermetica dei film à-la-Antonioni anche se su un piano diverso, utilizzando l’adattamento come grimaldello per accedere ad una disamina, più ampia e stratificata, che coinvolge il ruolo del maschio nella società attuale, la percezione del maschile nella contemporaneità, i rapporti tra uomo e donna, il concetto stesso di amore, la pericolosità dei segreti nella vita di tutti i giorni e il valore sociale della scuola, collocata all’interno di un discorso più ampio sulla “pedagogia dell’affetto” (e, forse, degli affetti). A sottolineare l’intera vicenda ci pensa anche la colonna sonora firmata da Thom Yorke, leader dei Radiohead, che esplicita le contraddizioni dell’universo umano – e narrativo – di Pietro e co. attraverso l’uso di suoni distorti, dissonanti, che trasportano nelle melodie complesse e strapazzate del bepop più estremo e sperimentale.

Un discorso troppo denso per il cinema
Dal punto di vista registico, Confidenza è ineccepibile: Luchetti mostra tutto il suo talento dietro la macchina da presa, confonde reale e immaginario scomponendo la percezione di chi guarda come in un puzzle, un gioco enigmistico nel quale è necessario ricollocare i concetti di “realtà” e “immaginario”. Ciò che vediamo a quale piano appartiene? Gli eventi che si susseguono sullo schermo stanno accadendo realmente oppure sono frutto delle necessità oscure di Pietro, che ha da sempre un’attrazione smodata verso il concetto stesso di morte? Amore e morte, Eros e Thanatos, diventano quindi i due poli intorno ai quali gira il mondo evocato da Starnone e dallo stesso regista: due attrazioni fortissime e inarrestabili verso oblii oscuri, bocche spalancate di buchi neri che risucchiano tutto al loro interno, rendendo totalizzante ogni esperienza vissuta.
Pietro è un uomo rovinato dall’amore ma sedotto dalla morte, e viceversa; lo dimostra nel corso del film, tra gli alti e bassi del quotidiano, lottando strenuamente per resistere (e restare a galla) in una vita mediocre che esplode, infine, nel pirotecnico fuoco d’artificio di un successo inaspettato. È la sindrome dell’impostore adattata per il grande schermo, traslata pian piano dal piano psicanalitico a quello pratico attraverso l’uso delle immagini: Pietro non è davvero chi dice di essere e ciò che millanta, per questo il segreto che condivide con Teresa rischia di distruggere per sempre la sua carriera, l’intera vita che si è costruito, la credibilità che ha guadagnato ma soprattutto… minaccia la sua intera esistenza. È un pericolo ontologico, il ritorno a quei concetti di “essere” e “non essere” già esplicitati da Parmenide, con in mezzo il dramma umano dell’uomo qualunque (o dell’uomo senza qualità, per dirlo alla Musil) incarnato da Pietro Vella.
Confidenza ruota tutto intorno ad una confessione intima e sconvolgente che è un MacGuffin, un pretesto narrativo per tenere alta l’attenzione dello spettatore senza farla scivolare nella noia – contorta – di un discorso forse troppo denso, ricco di tanti spunti che appesantiscono la natura stessa del cinema, arte popolare dell’intrattenimento, che dovrebbe spingere il pubblico ad una catarsi immediata con i propri protagonisti. Pietro Vella rappresenta il maschio odierno, schiacciato tra innumerevoli contraddizioni castranti, eroe (im)popolare celebrato dalla narrativa novecentesca, qui alla ricerca di una propria dimensione (narrativa ed umana) nella quale sopravvivere mantenendo lo status quo costruito, i fragili equilibri della propria comfort zone e un segreto da difendere ad ogni costo mentre è “fagocitato” da due figure femminili diverse ma complementari: la moglie Nadia e la ex Teresa. Due esempi di un femminino atipico e al contempo universale, simulacri di un discorso più ampio (e denso) che sfiora l’autoaffermazione e la ricerca di sé; due emblemi di comportamenti antitetici che fanno da controcanto alle scarse qualità di Pietro, a quel successo guadagnato all’improvviso che lo proietta sotto le luci dei riflettori ma lo costringe a muoversi in bilico su un sottile filo di seta, pronto a spezzarsi alla prima oscillazione contraria del vento.
E in questo macro-discorso – contorto e metaforico, da interpretare e decodificare attraverso piani di lettura diversi – si colloca anche quello sulla scuola, sulla validità di un sistema scolastico basato (nell’ottica di Vella) sulla “pedagogia dell’affetto”, dando amore agli alunni e spronandoli, così, a tirare fuori un proprio potenziale. Un argomento caldissimo – come lava, una delle metafore usate nel libro per descrivere l’amore – che finisce per infiltrarsi nelle crepe di un discorso già fin troppo ricco e sfaccettato, riprendendo idealmente una narrazione iniziata da Starnone e Luchetti nel lontano 1995, ma che in Confidenza finisce per diventare solo l’ennesima parentesi di un discorso troppo ampio da poter essere racchiuso nei margini della semplice inquadratura.


