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Come pecore in mezzo ai lupi, recensione del film di Lyda Patitucci

La recensione di Come pecore in mezzo ai lupi, esordio alla regia di un lungometraggio di Lyda Patitucci con Isabella Ragonese e Andrea Arcangeli. Dal 13 luglio al cinema.

In un momento storico in cui sembra essere sempre più difficile – e non solo per il cinema italiano! – provare a non replicare percorsi già battuti, Groenlandia – la casa di produzione indipendente fondata nel 2014 da Matteo Rovere – conferma ancora una volta la propria volontà di rincorrere una freschezza di sguardo sulla realtà audiovisiva capace di investire non soltanto la drammaturgia ma anche le immagini, contribuendo di volta in volta ad alzare l’asticella in termini di qualità e intrattenimento.

Dopo i recenti successi in ambito cinematografico e televisivo di Mixed by Erry e La legge di Lidia Poët, Rovere torna ad investire su una giovane promessa (un po’ come era accaduto con Giulia Steigerwalt e il suo bellissimo Settembre) e permette a Lyda Patitucci – già regista di seconda unità di film come Veloce come il vento, Smetto quando voglio (Masterclass e Ad Honorem) e Il primo Re – di compiere il grande passo e di debuttarea alla regia di un lungometraggio con il promettente Come pecore in mezzo al lupi, in sala dal 13 luglio grazie a Fandango.

Al centro della storia partorita dalla mente di Filippo Gravino (autore di soggetto e sceneggiatura, già dietro i sopracitati Veloce come il vento e Il primo Re, ma anche La terra dei figli), troviamo i personaggi di Vera e Bruno, interpretati da Isabella Ragonese e Andrea Arcangeli: la prima è un’agente della Polizia sotto copertura, dal carattere duro e in apparenza impenetrabile, che viene incaricata di infiltrarsi in una banda internazionale di rapinatori; il secondo è un criminale appena uscito di prigione, senza un soldo, che decide di prendere parte al colpo messo in atto dalla banda in cui è stata infiltrata Vera per ricominciare da capo e garantire a sua figlia Marta una vita migliore.

Il problema è che Vera e Bruno sono legati da un rapporto di sangue (sono fratelli!): dopo anni trascorsi senza essersi più rivolti la parola, quindi, si ritroveranno faccia a faccia, obbligati a recitare una parte e a mantenere il segreto che li lega. Inevitabilmente, i due saranno costretti a fare i conti con un passato familiare doloroso – sul quale aleggia l’ombra di un padre dispotico e anaffettivo (Tommaso Ragno) – e con alcune vecchie ferite, ma anche a compiere delle scelte che rischiano di compromettere per sempre il raggiungimento dei reciproci obiettivi.

Una storia piccola che riesce a scavare in profondità

È evidente che l’esperienza sul campo in qualità di regista di seconda unità sia stata cruciale per Lydia Patitucci (che si è fatta le ossa anche in televisione, lavorando ad alcuni episodi della serie Netflix Curon) e per questo suo esordio alla regia di un lungometraggio. Pur restando ancorata agli schemi fissi del genere (quelli del crime ma anche del noir), Patitucci cerca allo stesso di sovvertirli, realizzando un’opera prima in cui c’è l’azione, c’è il movimento, c’è la parte muscolare, ma c’è forse più atmosfera, più tensione e più incursione in determinati meccanismi più affini al dramma di quanto ci si aspetterebbe da un film ambientato in un contesto criminale.

Come pecore in mezzo ai lupi è una storia piccola, con pochissimi personaggi, che riesce tuttavia a scavare in profondità, specie nell’intimità di un legame familiare (quello tra Vera e Bruno) che per tutto l’arco della narrazione si erge a vera e propria cassa di risonanza delle loro emozioni e dei loro sentimenti, giustificandone – nel presente filmico – le azioni e soprattutto le scelte, rendendo più autentico il contesto in cui entrambi si muovono (una Roma scevra dai più abusati stereotipi criminali) e ancora più radicate e complesse le dinamiche spiazzanti che intrattengono. Nell’ardua impresa di rendere i personaggi il vero traino del racconto, Patitucci viene supportata dal talento di due eccellenti protagonisti come Isabella Ragonese e Andrea Arcangeli (pronti a mettere in gioco non solo la propria emotività ma anche a rovesciare la propria fisicità), che la regista dirige in maniera assolutamente coerente rispetto alle situazioni crude e persino spietate nelle quali vengono coinvolti.

In maniera asciutta ed essenziale, ma sempre con tono secco, diretto e onesto, Come pecore in mezzo ai lupi oscilla costantemente attraverso una perturbante dualità sempre in bilico tra azione e relazione, fallimento e possibilità, disperazione e fede, riuscendo grazie ad un punto di vista assolutamente privilegiato – quello dei personaggi – a riflettere sottopelle sulle derive dell’incomunicabilità, forse l’unica condizione in grado di segnare in modo permanente il nostro destino, rendendoci spesso delle pecore in mezzo ai lupi, ma anche dei lupi in mezzo ad un branco di pecore… se siamo fortunati.

Guarda il trailer di Come pecore in mezzo ai lupi

GIUDIZIO COMPLESSIVO

In maniera asciutta ed essenziale, ma sempre con tono secco, diretto e onesto, Come pecore in mezzo ai lupi oscilla costantemente attraverso una perturbante dualità sempre in bilico tra azione e relazione, fallimento e possibilità, disperazione e fede, riuscendo grazie ad un punto di vista assolutamente privilegiato - quello dei personaggi - a riflettere sottopelle sulle derive dell'incomunicabilità, forse l'unica condizione in grado di segnare in modo permanente il nostro destino, rendendoci spesso delle pecore in mezzo ai lupi, ma se siamo abbastanza fortunati... anche dei lupi in mezzo ad un branco di pecore. 
Stefano Terracina
Stefano Terracina
Cresciuto a pane, latte e Il Mago di Oz | Film del cuore: Titanic | Il più grande regista: Stanley Kubrick | Attore preferito: Michael Fassbender | La citazione più bella: "Io ho bisogno di credere che qualcosa di straordinario sia possibile." (A Beautiful Mind)

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In maniera asciutta ed essenziale, ma sempre con tono secco, diretto e onesto, Come pecore in mezzo ai lupi oscilla costantemente attraverso una perturbante dualità sempre in bilico tra azione e relazione, fallimento e possibilità, disperazione e fede, riuscendo grazie ad un punto di vista assolutamente privilegiato - quello dei personaggi - a riflettere sottopelle sulle derive dell'incomunicabilità, forse l'unica condizione in grado di segnare in modo permanente il nostro destino, rendendoci spesso delle pecore in mezzo ai lupi, ma se siamo abbastanza fortunati... anche dei lupi in mezzo ad un branco di pecore. Come pecore in mezzo ai lupi, recensione del film di Lyda Patitucci