martedì, Agosto 9, 2022
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Collateral Beauty, recensione del film con Will Smith

David Frankel, regista del cult modaiolo Il Diavolo Veste Prada e della toccante dramedy Io & Marley, torna alla regia addentrandosi nei territori limacciosi del drama puramente hollywoodiano, orchestrando un cast stellare nel nuovo Collateral Beauty, in uscita nelle sale italiane il prossimo 4 gennaio grazie alla Warner Bros. Entertainment.

Collateral Beauty è un riferimento alla “bellezza collaterale” che si invita a scovare anche nelle situazioni più drammatiche, e che connette persone, luoghi e situazioni distanti tra loro: lo imparerà dopo un lungo percorso Howard (Will Smith), pubblicitario newyorkese sulla cresta dell’onda, che lavora in un clima sereno insieme al suo migliore amico Whit (Edward Norton), all’amica di sempre Claire (Kate Winslet) e al suo pupillo, il rampante Simon (Michael Peña). Ma quando la sua vita viene sconvolta da un lutto, la morte improvvisa della figlioletta, comincia ad allontanarsi progressivamente dallo stile di vita che conduceva e perde interesse nei confronti dell’esistenza proprio perché non riesce ad avere una risposta dall’Universo, al quale indirizza tre lettere destinate alla Morte, al Tempo e all’Amore.

I suoi tre amici, disperati e in procinto di perdere il controllo della società senza una sua firma su un contratto, decidono di attuare un piano disperato: far interpretare i tre concetti astratti a degli attori – Brigitte (Helen Mirren), Amy (Keira Knightley) e Raffi (Jacob Latimore) – che proveranno a convincere Howard ad infrangere il muro del silenzio dietro il quale si è barricato.

Collateral Beauty è il classico prodotto audiovisivo confezionato ad arte per conquistare l’interesse, la fiducia e il cuore degli spettatori, facendo leva sulle corde più sottili dei sentimenti, attingendo a piene mani dal registro del dramma e del romanticismo, segnando un trionfo dei buoni sentimenti che – soprattutto in prossimità delle feste – tendono a compiacere il pubblico pagante meno esigente, in cerca di piacevoli evasioni.

Smith, Norton, Winslet, Mirren, Knightley e soci sono nomi altisonanti di fuoriclasse che riescono a bucare lo schermo anche solo con uno sguardo o un gesto – grazie alle loro navigate esperienze – dimostrando di non avere nessuna difficoltà a cimentarsi con una sceneggiatura prettamente hollywoodiana, dove una serie inarrestabile di coincidenze costituiscono il pretesto per architettare questo elaborato, quanto effimero ed improbabile drama patinato che vorrebbe riflettere su ciò che rimane dopo la morte e sul difficile processo di metabolizzazione del lutto, ma che si regge in piedi su fragili fondamenta d’argilla che fanno somigliare i 97 minuti finali ad un ardito disegno tracciato con le tessere del domino.

Frankel riconferma la sua verve rassicurante e patinata nel dirigere attori ed evocare situazioni, che però non basta a salvare un film che si basa su una delle regole d’oro che ogni bravo sceneggiatore (e che forse Allan Loeb deve aver momentaneamente perso di vista mentre scriveva lo script) deve tenere sempre a mente, ovvero che troppe coincidenze, perfino sul grande schermo teso a sublimare i fasti (e i dolori) della vita, non possono in nessun modo funzionare interagendo tra loro.

Il risultato finale è caotico, debole, ambizioso ma non abbastanza forte da risultare credibile, vittima di improbabili colpi di scena e plot point snervanti che riescono perfino ad infiacchire l’efficacia delle interpretazioni del cast stellare, che si limita ad eseguire pigramente il proprio compito senza brillare di luce propria.

Guarda il trailer ufficiale di Collateral Beauty

Ludovica Ottaviani
Ludovica Ottaviani
Imbrattatrice di sudate carte a tempo perso, irrimediabilmente innamorata della settima arte da sempre | Film del cuore: Lo Chiamavano Jeeg Robot | Il più grande regista: Quentin Tarantino | Attore preferito: Gary Oldman | La citazione più bella: "Le parole più belle al mondo non sono Ti Amo, ma È Benigno." (Il Dormiglione)

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