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Club Zero, recensione del film di Jessica Hausner con Mia Wasikowska

La recensione di Club Zero, film di Jessica Hausner con Mia Wasikowska presentato alla 21esima edizione di Alice nella Città. Dal 9 novembre al cinema.

Alimentazione consapevole, monodieta, bulimia, respirianesimo. Questi sono solo alcuni dei termini e dei concetti che Jessica Hausner mette al centro di Club Zero, suo nuovo film arrivato in anteprima italiana alla 21esima edizione di Alice nella Città dopo il passaggio al Festival di Cannes.

Un’opera tesa fra critica e satira, che si sostanza del suo rigore formale nel momento in cui vuole mettere in accusa gli estremismi di una società. La regista, che scrive la sceneggiatura assieme a Géraldine Bajard, prende in particolare di petto un’alta borghesia apolide. Ci sono solo lussuose e modernissime ville affacciate sulla natura, in cui abitano famiglie manifesto di una ricchezza alla moda, schizofrenica e sconnessa con il resto di una società che non compare mai per davvero. Famiglie con figlie e figli che frequentano il Talent Campus, scuola dove si studia la lingua del futuro, il mandarino, e attrezzata con ogni comfort e corso all’ultimo grido.

Tra questi, quello tenuto dalla nuova insegnante Kovak (Mia Wasikowska). La sua assunzione è stata suggerita dal consiglio dei genitori e le sue lezioni vertono sull’imparare a consumare cibo in maniera più consapevole. Si legga: a mangiare drasticamente di meno, fino a ridurre le porzioni dei pasti a uno spicchio di patata al forno o di mela. Attorno al corso della professoressa Novak si raduna un gruppetto di studenti. C’è chi segue i suoi insegnamenti per accumulare sufficienti crediti per acquisire la borsa di studio e perseguire l’idea di poter far parte della élite; chi vuole combattere il cambiamento climatico riducendo la produzione e inquinando meno; chi è interessato a mantenere un peso forma perfetto; chi invece è alla ricerca solo di una figura forte di riferimento.

La sordità di una classe sociale privilegiata

Ci vuole poco perché le ragazze e i ragazzi da alunni diventino a tutti gli effetti adepti. Lo si dice in più di un’occasione, dopotutto è una questione di fede. Se lo si crede per davvero, la forza di volontà può sostituirsi alla necessità di un nutrimento reale. E quindi vivere così, della propria convinzione. È chiaro dove Club Zero voglia andare a parare. Schiaccia in superficie la sordità di una classe sociale altamente privilegiata e viziata dalla costante incapacità di governare i fenomeni più sentiti dalle generazioni che vivranno il futuro. Hausner pare voler mettere in guardia sulla presenza dell’insidia in quel vuoto che separa la permeabilità dell’adolescenza e lo sgretolamento valoriale di adulti distratti, confusi, raggomitolati su un falso benessere.

Ci sono tutti i loro tic, le loro ipocrisie – appunto del peso, dell’aspetto fisico, del fare del bene dall’altra parte del mondo a costo di trascurare chi si ha in casa. E lo fa mutuando una sorta di regia della “sorveglianza” già propria del suo precedente film, Little Joe. Camere fisse, panoramiche, zoom ad entrare ed uscire sui personaggi. Come a suggerire che c’è qualcuno che osserva con freddezza l’ampliarsi delle crepe e in queste trova lo spazio per insinuarsi, per avvelenare i pozzi. Che sia questo qualcuno Miss Novak o chi come lei nutre un interesse malsano nell’indirizzare il corso degli eventi verso il baratro.

Un film dall’aspetto di una gimmick

Quello che però Club Zero ha da dire lo esaurisce in realtà molto in fretta. È un film dall’aspetto di una gimmick, ovvero di una trovata, dove la forza propulsiva sta tutta all’inizio e poi ciò che arriva dopo è uno strascico d’inerzia. La perplessità maggiore sta probabilmente nel fatto della mancanza di un reale punto di fuga che non sia quello associabile – per tono assunto e ironico atteggiamento di sfida lanciato – a quello che conduce a Miss Novak.

Sta tutta lì la forza dell’opera, ma sta tutta lì anche l’equivocità di una presa di posizione che trotterellando sul metaforico fino all’ultimo dimentica la stoccata. Dimentica lo shock, la catarsi traumatica in cui far convergere l’allucinazione collettiva di un mondo che in questa maniera non si sveglia mai e resta sopito. Addormentato sotto il peso di peccati che, insomma, non diventano mai tali.

Guarda il trailer ufficiale di Club Zero

GIUDIZIO COMPLESSIVO

Quello che però Club Zero ha da dire lo esaurisce in realtà molto in fretta. È un film dall’aspetto di una gimmick, ovvero di una trovata, dove la forza propulsiva sta tutta all’inizio e poi ciò che arriva dopo è uno strascico d’inerzia. La perplessità maggiore sta probabilmente nel fatto della mancanza di un reale punto di fuga che non sia quello associabile – per tono assunto e ironico atteggiamento di sfida lanciato – a quello che conduce a Miss Novak.

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Quello che però Club Zero ha da dire lo esaurisce in realtà molto in fretta. È un film dall’aspetto di una gimmick, ovvero di una trovata, dove la forza propulsiva sta tutta all’inizio e poi ciò che arriva dopo è uno strascico d’inerzia. La perplessità maggiore sta probabilmente nel fatto della mancanza di un reale punto di fuga che non sia quello associabile – per tono assunto e ironico atteggiamento di sfida lanciato – a quello che conduce a Miss Novak.Club Zero, recensione del film di Jessica Hausner con Mia Wasikowska