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Cinque secondi, recensione del film di Paolo Virzì

Presentato alla Festa del Cinema di Roma 2025, Cinque secondi di Paolo Virzì con Valerio Mastandrea arriverà nelle sale il 30 ottobre distribuito da Vision Distribution.

Il cinema di Paolo Virzi è innervato dall’attenta osservazione e dal conseguente assorbimento del cinema d’autore con la vocazione più commerciale, lontano da quello tipico italiano. Si vedono gli schemi delle sceneggiature rifinite nei tre atti in stile scuola americana e quel modo di mettere in scena cercando sempre il pubblico più ampio tipico proprio di Hollywood. Virzi però è – e resta in maniera fortemente identitaria – un cineasta italiano. Figlio quindi di una scuola europea di ricerca di realismo, dove le piccole cose possono diventare grandi strumenti per delineare i personaggi, dove i drammi interiori contano come (se non proprio di più) l’intreccio. Questa commistione tra due anime quando funziona è il principale pregio del suo cinema. Quando invece è meno oliata è spesso l’unica cosa che trattiene un suo buon film dal diventare ottimo.

Un esempio dell’attenzione alle piccole cose nella sua ultima fatica, Cinque secondi, si trova nel modo in cui Valerio Mastandrea mette in scena Adriano Sereni. Il suo personaggio, un avvocato in volontario esilio, sembra sempre avere freddo. Se ne va infatti in giro per la campagna indossando sempre un maglioncino piuttosto ridicolo, mentre gli altri se ne stanno a maniche corte. Non è un uomo di fatica e gli abiti lo raccontano nella sua anzianità interiorizzata, in contrasto con la dinamica gioventù che lo circonda. È un dettaglio delizioso che suggerisce molto del “freddo interiore” che sta attraversando il personaggio. Adriano sembra un po’ un Ebenezer Scrooge rintanato nelle stalle di Villa Guelfi, uno spazio tra i vigneti della Toscana incantevole eppure decadente.

Un gruppo di giovani, capitanati da una “contessina” (Galatéa Bellugi), occupa gli spazi un tempo dedicati alla produzione del vino. Il loro progetto è di riqualificare il vigneto, un terreno confiscato. Ecco un altro dettaglio che Virzì riesce a tradurre in significato per la storia: i ragazzi non vogliono sradicare il passato da quel terreno e piantare nuove viti. Vogliono invece provare a far rivivere i vecchi tralci. Adriano, che si sente proprio come quei rami secchi, è sia attratto che respinto dal loro progetto. Nel suo passato c’è infatti una tragedia che non riesce a perdonarsi e un processo che, in quei giorni, sta volgendo al termine.

Cinque secondi. Foto di Antonello&Montesi

Troppi stereotipi in un film dai molti volti

Nel cinema i cliché e gli stereotipi, a volte, servono. Assolvono a una funzione importante: permettono ai registi di fare le cose velocemente. Si arriva dritti al punto senza dover spiegare tutto. In un film come Siccità tutti gli elementi che costituivano il filone apocalittico venivano messi in scena per poi essere variati in chiave nostrana. Per lo più il gioco funzionava. Così come funzionava l’effetto “già visto” in Ella & John, o la nostalgia di Notti magiche che diventavano un elemento di famigliarità per lo spettatore casuale.

In Cinque secondi i cliché di genere creano invece un attrito con l’aspetto più realistico del racconto che stride. Delle tante trame che Virzi, aiutato dal sodale Francesco Bruni, mette nel suo film solo poche funzionano. I giovani che si ribellano al sistema e che coinvolgono Adriano sono scritti come si immagina che sia la gioventù ribelle chi in realtà non la frequenta da tempo. Strano, perché Bruni ha sempre dimostrato col suo cinema e la sua penna di avere ben altro occhio per le nuove generazioni. Emerge la sua mano nella trama più personale di Adriano, quella incentrata sul rapporto con sua figlia disabile. Un continuo di molte domande esistenziali poste da Bruni in Cosa sarà e Tutto chiede salvezza, ma qui meno efficaci.

Cinque secondi. Foto di Antonello&Montesi

Cinque secondi per vivere e per morire

Finalmente un ruolo insolito per Valeria Bruni Tedeschi che interpreta una donna spigliata, avvenente, sicura di sé! A lei sono affidate le scene che purtroppo più rallentano un film che lavora sull’eccesso, sull’abbondanza, ma a cui avrebbe giovato un approccio un po’ più scarno. Per fortuna il suo personaggio viene redento da un colpo di scena tanto repentino quanto utile a riportare al centro il tema del corpo, della malattia e della voglia di vivere. Sul finale lei, quanto la vigna, è la chiave con cui leggere il percorso interiore di Adriano.

È qui che Cinque secondi fa vedere il Virzì che ricordiamo. Nei rari momenti in cui trova un equilibrio riesce a raccontare un qualcosa di vero: la cura che richiede vivere. È una cura verso di sé, poi verso gli altri, verso i tempi della natura e le sue stagioni. Quelle per vivere e quelle per morire, quelle per giudicare e per essere giudicati. I Cinque secondi sono quelli per lasciare andare e per provare a perdonarsi. Si poteva dire tutto questo molto meglio. Lo si poteva fare con più discrezione cinematografica e con una recitazione più a fuoco.

Del nutrito cast sembra sintonizzato sul film solo Valerio Mastandrea, che però qui è gigantesco. Sarebbe stato meglio consultare dei veri giovani, prima di bollare come dei neo-hippy una generazione alla riscoperta dell’agricoltura e di un mondo lontano dal digitale. Però alla fine molto si può perdonare a un film per certi versi sbagliato, ma che ha avuto la lucidità di affrontare temi urgenti e la capacità di dipingere uno scorcio di mondo cinematografico che fa stare bene e che può anche emozionare.

Guarda il trailer ufficiale di Cinque secondi 

GIUDIZIO COMPLESSIVO

Cinque secondi è pieno di cliché e stereotipi, ha troppe trame e una recitazione non sempre impeccabile. Eppure è chiara la storia che volevano raccontare Paolo Virzì e Francesco Bruni. Sono chiare le loro ambizioni e ciò che vogliono dire. Questa chiarezza rende l’opera un viaggio nell’interiorità del suo protagonista che è bello intraprendere.

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Cinque secondi è pieno di cliché e stereotipi, ha troppe trame e una recitazione non sempre impeccabile. Eppure è chiara la storia che volevano raccontare Paolo Virzì e Francesco Bruni. Sono chiare le loro ambizioni e ciò che vogliono dire. Questa chiarezza rende l’opera un viaggio nell’interiorità del suo protagonista che è bello intraprendere. Cinque secondi, recensione del film di Paolo Virzì