Per Emerald Fennell, il romanzo di Emily Brontë non è mai stato un testo da trasporre fedelmente, quanto un deposito iconografico e soprattutto emotivo da riproporre attraverso una nuova sensibilità; una variazione sul tema, una sorta di materiale grezzo da rifondere in un oggetto cinematografico completamente altro.
È per questo che la regista sceglie deliberatamente di svuotare “Cime Tempestose” delle sue stratificazioni sociali, morali e perfino narrative per concentrarsi su un unico nucleo incandescente: il legame sentimentale – e ossessivo – tra Cathy e Heathcliff. Il risultato è un film che usa il prestigio del classico per costruire un melodramma pop, sensuale e patinato, perfettamente in linea con la traiettoria autoriale iniziata con Una donna promettente (2020) e proseguita con Saltburn (2023).
Un classico “tra virgolette”
La regia di Fennell è il vero motore ideologico di “Cime Tempestose”. Abbandonata ogni ambizione di fedeltà letteraria (in tal senso, le virgolette del titolo segnalano fin da subito uno scarto, una distanza, quasi una messa in sicurezza preventiva), la cineasta britannica – autrice anche della sceneggiatura – filtra la storia partorita dalla mente di Brontë attraverso il suo sguardo ossessivamente contemporaneo, dove il gotico si trasforma in estetica e la violenza emotiva in gesto stilizzato.
Le brughiere non sono più uno spazio simbolico di alienazione e conflitto sociale, ma diventano un fondale emotivo, quasi astratto, su cui proiettare le pulsioni primarie: desiderio, gelosia, dipendenza. Fennell non cerca il perturbante brontëiano; preferisce un romanticismo tossico confezionato con consapevole eleganza, più vicino all’immaginario della moda e dei videoclip che alla tradizione letteraria ottocentesca.

Essere fedeli allo spirito del nostro tempo
La scelta più radicale – e più discutibile, per molti – del film è l’eliminazione quasi totale dell’impianto narrativo corale del romanzo. Emerald Fennell sceglie la linearità emotiva: l’ascesa e la caduta di una passione proibita che si trasforma in ossessione. Spariscono le genealogie, i conflitti di classe, la dimensione ciclica della violenza familiare. Rimane soltanto l’amore, o meglio l’idea contemporanea di amore come assoluto totalizzante.
Questa semplificazione non è un limite involontario, ma una strategia precisa: rendere “Cime Tempestose” un racconto immediatamente fruibile, emotivamente diretto, perfettamente allineato con le sensibilità e le aspettative di un pubblico cresciuto tra logiche di streaming e immaginari romantici fortemente soggettivi. In questo senso, il film tradisce la complessità di Brontë per essere fedele allo spirito del nostro tempo.
La distruttività come spettacolo seducente
Margot Robbie, che del film è anche produttrice, è una Cathy magnetica, impulsiva e narcisistica, costantemente in bilico tra desiderio e autodistruzione; una Cathy che vive nello sguardo dell’altro, che ci consuma nel desiderio di essere desiderata. L’attrice riesce a rendere credibile una figura che, privata del contesto sociale del romanzo, rischierebbe l’astrazione totale, ancorandola invece a un’idea molto contemporanea di identità femminile frammentata, esposta e vulnerabile.
Jacob Elordi (reduce dai consensi raccolti grazie al Frankenstein di Guillermo del Toro) trova forse il ruolo più interessante della sua carriera ad oggi. Il suo Heathcliff è meno demoniaco e meno tragico rispetto all’originale, ma proprio per questo più inquietante nella sua normalizzazione dell’ossessione. Il personaggio non è più un agente di vendetta sociale, bensì un corpo che assorbe e restituisce dolore, trasformando l’amore in una forma di dipendenza patologica.
La chimica tra i due attori non è solo evidente ma anche centrale: Fennell costruisce il film quasi esclusivamente su questa tensione erotica potentissima, come un lungo duetto – fatto di avvicinamenti e allontanamenti – in cui i due protagonisti si specchiano l’uno nell’altra, lasciando che siano gli sguardi e i corpi a raccontare ciò che la sceneggiatura sceglie di non articolare e trasformando la distruttività in spettacolo seducente e passionale.

Costruire un’estetica del desiderio
Ogni aspetto di “Cime Tempestose” contribuisce a marcare una precisa volontà di svecchiamento radicale e di ricerca “estetica” del desiderio: dalla fotografia sontuosa e levigata di Linus Sandgren al design minimale e raffinato delle scenografie di Suzie Davis, fino alle canzoni originali di Charli XCX (brani pulsanti e dichiaratamente pop), tutto è teso a trasformare il melodramma in un’esperienza emotiva mainstream, lontanissima dalle intuizioni autoriali e moralmente disturbanti dell’opera di partenza.
Forse, anche per questo motivo “Cime Tempestose” – malgrado una campagna marketing costruita attorno a suggestioni trasgressive e immagini fortemente sensuali – risulta a conti fatti molto meno scioccante o provocatorio di quanto fosse stato lasciato intendere. La violenza è attenuata, la crudeltà psicologica smussata e la dimensione realmente perturbante quasi del tutto assente. Emerald Fennell suggerisce più di quanto effettivamente mostri, estetizzando il conflitto invece di renderlo disturbante.
Anche le dinamiche più tossiche tra i protagonisti vengono filtrate da una patina glamour che ne riduce drasticamente l’impatto: si predilige l’allusione, si gioca con l’eccesso senza mai abbandonarsi completamente ad esso. È una provocazione controllata, addomesticata, pensata non per alienare lo spettatore ma per accompagnarlo in un’esperienza emotiva intensa e, soprattutto, riconoscibile.
Dalla tragedia gotica al melodramma pop
In definitiva, “Cime Tempestose” è un film radiale nel totale distacco dal romanzo originale (di cui conserva soltanto il nucleo passionale), ma sorprendentemente rassicurante nel risultato finale. Un’opera che sacrifica la complessità di Emily Brontë e le sue asperità più scomode sull’altare dell’accessibilità contemporanea, trasformando una tragedia gotica in un melodramma pop di grande eleganza visiva.
Grazie alle interpretazioni carismatiche di Margot Robbie e Jacob Elordi e ad un comportato tecnico di altissimo livello, “Cime Tempestose” seduce e coinvolge. Ma lo fa a costo di svuotare il classico letterario della sua ferocia originaria, lasciandoci con un adattamento che semplifica per ampliare il suo pubblico, che suggerisce l’abisso senza mai precipitarvi davvero, che addomestica l’oscurità per trasformarla in spettacolo.


