Che Fine Ha Fatto Bernadette?, recensione del film con Cate Blanchett

scritto da: Salvatore Cusimano

Dopo il successo di School of Rock e Boyhood, Richard Linklater torna in grande stile con Che Fine Ha Fatto Bernadette?, basato sul romanzo best-seller del New York Times di Maria Semple, “Dove vai Bernadette?”, radunando un cast di livello sorretto dal Premio Oscar Cate Blanchett.

Bernadette Fox (Cate Blanchett), un’architetto spumeggiante, sparisce all’improvviso poco prima di partire per un viaggio in Antartide con la sua famiglia. Spetterà al marito Elgie e alla figlia Bee ricostruire con acume e pazienza il rapporto con lei e con le sue insicurezze e stravaganze.

Come nelle opere precedenti dello stesso regista, anche qui si respira aria di commedia, con la Blanchett regina assoluta in un ruolo che sembra fatto apposta per lei. Il rapporto con la figlia Bee (interpretata da Emma Nelson) aggiunge quel tocco di commozione e divertimento che rende il film gradevole, ma anche pieno di messaggi che arrivano dritti al cuore.

La pioggia di Seattle, nella parte iniziale, fa da contraltare ai ghiacciai dell’Antartide, grazie anche alla splendida fotografia, che crea un gioco di luci ed ombre che rispecchia gli stati d’animo della regina incontrastata Blanchett; a fare da contorno, ma allo stesso tempo vitali come l’aria, la figura del marito Elgie (interpretato da Billy Crudup) e della figlia Bee, quest’ultima perfetta sintesi tra una madre piena di stranezze, ma comunque amorevole, ed un padre assente ma ugualmente premuroso.

Una delle domande fondamentali, a cui ognuno che vede il film troverà la sua risposta, è la seguente: la creatività e il genio, presenti o assenti che siano, possono giungere alla follia e condizionare ogni aspetto della vita, fino a stravolgerla completamente? La finestra aperta nel vuoto – presente sin dal trailer – è il simbolo di una fuga da tutto e da tutti, ma soprattutto dalle ansie e dalle insicurezze, che a mano a mano si trasformano nel corso del viaggio che l’ex architetta intraprenderà, riprendendo il tema del viaggio come catarsi, come ricerca di sé stessi e come cura ai malanni della mente e della psiche umana.

La sceneggiatura, anche se a tratti sembra poco lineare (l’Antartide sembra irraggiungibile, ma alla fine si ritrovano tutti lì…), crea empatia con lo spettatore. La capacità di Cate Blanchett di appiccicarsi questo ruolo addosso dimostra l’ormai perenne stato di grazia di questa attrice meravigliosa in qualsiasi ruolo le si offra, dalla commedia al dramma, dagli alti ai bassi, dai ruoli di femme fatale a quelli in toni dimessi.

Per certi versi, l’opera ricorda I Sogni Segreti di Walter Mitty, soprattutto per le ambientazioni e le sue stravaganze, ma i ghiacciai dell’Antartide donano quel pizzico di fascino in più. Il risultato alla fine è un giusto mix di imprevedibilità e di emozioni, e, anche se non siamo ai livelli di School of Rock o Boyhood, il film riesce ad ammaliare e a lasciare attaccati alla poltrona fino ai titoli di coda.

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