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Cento domeniche, recensione del film di e con Antonio Albanese

La recensione di Cento Domeniche, film di e con Antonio Albanese, presentato nella sezione "Grand Public" della 18esima Festa del Cinema di Roma. Dal 23 novembre al cinema.

“L’impresa eccezionale, dammi retta, è essere normale”, cantava Lucio Dalla. È un concetto, quello di ordinarietà, a cui spesso pensiamo con disprezzo, così assuefatti ad una narrazione che ci vorrebbe invece eroici, coraggiosi, pronti a calpestare chiunque si frapponga tra noi e il successo. In Cento Domeniche, presentato nella sezione “Grand Public” della 18esima edizione della Festa del Cinema di Roma, Antonio Albanese (qui nella triplice veste di sceneggiatore, regista e attore principale) parla di un uomo normale.

Quest’uomo è Antonio Riva (Albanese). Ormai in pre-pensionamento ma trattato con accondiscendenza dall’ex capo, a cui continua a dare una mano per arrotondare e per gentilezza, con un matrimonio fallito alle spalle e un’amante che lo considera poco, Antonio avrebbe molti motivi per essere di cattivo umore. Ma Antonio è felice perché ha un sogno: accompagnare all’altare la figlia Emilia (Liliana Bottone), ormai prossima alle nozze, e pagare di tasca propria il ricevimento. “Io sono il padre della sposa”, dice Antonio con orgoglio, mentre con gli occhi lucidi ricorda di quando lui e la bambina di tanti anni prima inscenavano per gioco quel giorno speciale.

Antonio è un risparmiatore e per questo, ora che è pronto a svincolare parte dei soldi che ha messo pazientemente da parte in tanti anni di duro lavoro operaio, è sereno. Prima va dal sarto per farsi cucire l’abito su misura e poi si reca nella sua banca di fiducia, quella che un tempo custodiva i risparmi del padre e che ora lui chiama “confessionale”: là dentro lo conoscono bene e sono così gentili da aprirgli persino la porta laterale per non farlo passare da quella automatica che lo agita tanto.

Il dramma di un uomo perbene

Persino quando un direttore mai visto gli rivela sbrigativamente che le sue obbligazioni si sono trasformate in azioni (“Signor Antonio, è stato lei ad acconsentire, anche se non si ricorda di aver firmato”) e gli suggerisce che gli converrebbe chiedere un prestito alla banca anziché riscattare questi beni fruttiferi, Antonio si fida ciecamente. Perché non dovrebbe, del resto? Quei soldi sono suoi e se il direttore, che ne sa più di lui, gli suggerisce di fare così, allora avrà sicuramente le sue buone ragioni. Antonio, ignaro che l’istituto è prossimo al fallimento, scoprirà suo malgrado di essere stato raggirato proprio da chi aveva in mano le chiavi del suo futuro.

Quando leggiamo dei numerosi crack bancari che hanno coinvolto gli istituti del nostro paese, non pensiamo immediatamente ai loro risvolti tragici. Preferiamo osservare il quadro generale senza riflettere sulle singole storie drammatiche, spesso lasciate in ombra dalle grandi paginate dei giornali. Nel mettere in scena il dramma di quest’uomo perbene, Antonio Albanese rappresenta il dramma potenziale di tutti noi, quello che tante volte scacciamo dalla mente con angoscia e paura. La visione di Cento Domeniche è un pugno in faccia, prima che ai responsabili, a noi potenziali vittime.

Nell’osservare la progressiva discesa nella disperazione di questo brav’uomo, sappiamo che al suo posto potremmo esserci noi: in balìa di un sistema impietoso, dove domina la burocrazia e di cui non comprendiamo appieno i meccanismi, ci rapportiamo all’impiegato di turno, spesso un volto amico e familiare, una presenza rassicurante nelle nostre vite. Ho capito tutto? Ho fatto bene a firmare? Ho letto attentamente tutte le clausole? Sono domande che si affollano nella nostra mente, mentre una parte di noi ci ricorda che ci fidiamo perché siamo costretti a farlo e prega che vada tutto bene.

Antonio Albanese per primo, proveniente da un piccolo paese e figlio di famiglia operaia, sa che “quell’Antonio” avrebbe potuto essere lui, in un’altra vita. Cento Domeniche costruisce così una fortissima immedesimazione per raggiungere il suo vero scopo e trasformarsi in film di denuncia, mezzo per generare un’indignazione potente e necessaria. Con encomiabile sintesi ed efficacia, Albanese inscrive nella tragedia di uno la condizione di tutti gli ultimi: vittime sacrificali guardate con sufficienza, trattate con superbia, sminuite nel loro disagio.

Un disagio che ha a che fare con problemi concreti e reali, come il diritto fondamentale di mettere insieme il pranzo con la cena, ridotti però a capricci e a crisi passeggere da risolvere con un paio di gocce di ansiolitico al giorno. Albanese, oltre a regalarci una performance magistrale, ci consegna un gioiello da trattare con cura e rispetto. Cento Domeniche non ha effetti speciali o scene madri, è una storia “semplice” che pure riesce ad elevarsi a Cinema con la C maiuscola, inteso come strumento per smuovere le coscienze e per suggerire un cambiamento urgente e radicale nella società che sta descrivendo.

Regalare una voce ad un esercito di invisibili

Il volto di Antonio Riva è quello dell’uomo comune, gentile e mite, che conta sempre fino a dieci prima di aprire bocca, molto lontano sia dagli atteggiamenti aggressivi di cui spesso ci lamentiamo, sia dagli standard di comportamento con cui veniamo martellati ogni giorno. È il volto di tutti coloro che hanno lavorato almeno “cento domeniche”, a testa bassa, senza lamentarsi, per ricevere poi soltanto schiaffi, disprezzo e l’odiosa pretesa che siano loro ad assumersi la colpa di tutto.

Antonio è nostro padre, nostro zio, un caro amico, il vicino di casa che incrociamo al supermercato. Persone come Antonio sono ad ogni angolo, ma non vengono mai celebrate: se ne stanno in disparte e fanno “il loro” senza chiedere in cambio niente di diverso da quello che gli spetta. Cento Domeniche regala una voce a questo sterminato esercito di invisibili: un grido potente e disperato rimbomba nelle nostre orecchie, smascherando finalmente il beffardo silenzio dei più forti.

Guarda il trailer ufficiale di Cento domeniche

GIUDIZIO COMPLESSIVO

Antonio Albanese, oltre a regalarci una performance magistrale, ci consegna un gioiello da trattare con cura e rispetto. Cento Domeniche non ha effetti speciali o scene madri, è una storia “semplice” che pure riesce ad elevarsi a Cinema con la C maiuscola, inteso come strumento per smuovere le coscienze e per suggerire un cambiamento urgente e radicale nella società che sta descrivendo.  
Annalivia Arrighi
Annalivia Arrighi
Appassionata di cinema americano e rock ‘n’ roll | Film del cuore: Mystic River | Il più grande regista: Martin Scorsese | Attore preferito: due, Colin Farrell e Sean Penn | La citazione più bella: “Questo non è volare! questo è cadere con stile!” (Toy Story)

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