Escludendo i ritorni di gsaghe come Scream e La casa, quest’anno l’horror più interessante è arrivato perlopiù dal cinema indipendente e, soprattutto, da nuovi cineasti della Gen Z come Curry Barker di Obsession e Kane Parsons di Backrooms – sempre che A24 si possa ancora considerare indipendente. Se c’era però un tassello mancante, in questo mosaico di mitologie del web e idee originali, apparteneva di certo al sottogenere che meno degli altri viene “elevato” a uno sguardo autoriale, ovvero lo slasher. Non più: direttamente dall’ultimo Festival di Cannes, ci pensa ora Camp Miasma: Adolescenza, Sesso e Morte a riempire quel vuoto.
Uno slasher in chiave queer
Premiato con la Queer Palm alla Croisette lo scorso maggio, dei film diretti da Jane Schoenbrun è quello che più di tutti, finora, sembra prendere avvio da elementi autobiografici. Fan precoce dell’horror e appassionata fin da bambina di opere come Nightmare – Dal profondo della notte, la regista e sceneggiatrice (transgender e non binaria) trasferisce il proprio background nella protagonista Kris (Hannah Einbinder), che fa il suo stesso mestiere ed è anch’essa queer. L’ossessione per Freddy Krueger diventa ossessione per Little Death (Jack Haven) e il franchise su di lui viene rinominato Camp Miasma, anche se in realtà l’ispirazione più evidente arriva da un’altra popolare e longeva saga, Venerdì 13: l’ambientazione in un campeggio estivo è la stessa e l’origin story del killer mascherato ricorda quella di Jason Voorhees (entrambi annegano in un lago).
I titoli di testa – grande esempio di come raccontare tanto con poco – ci conducono in un viaggio nella storia della saga, dal successo iniziale all’espansione crossmediale in videogiochi, giochi da tavolo e romanzi, fino all’inevitabile declino e all’impoverimento artistico degli ultimi capitoli. Nel mezzo, spuntano accuse di sottotesti transfobici, alcuni giornali si chiedono che fine abbia fatto l’attrice protagonista del primo film, Billy Presley (Gillian Anderson), mentre altri annunciano che la “Wunderkind” Kris Williams si occuperà della realizzazione di un reboot.

Un labirinto metacinematografico
La giovane sa di essere stata assunta solo per ripulire quella che lei stessa definisce una “proprietà intellettuale zombie” dal fango dell’anti-progressismo che ne ha intaccato la reputazione. Il woke “è un grande problema a Hollywood”, dirà in uno sfogo contro le logiche produttive americane che, di certo, fa eco ai pensieri della stessa Schoenbrun. Allo scopo di “battere Hollywood al suo stesso gioco”, Kris rintraccia proprio Billy Presley, ritiratasi a vita privata nello stesso luogo dove si erano svolte le riprese del primo Camp Miasma.
Le similitudini tra le due registe sono solo il primo livello del labirinto metacinematografico in cui Camp Miasma: Adolescenza, Sesso e Morte si addentra. Fin da subito il set diventa realtà e la realtà diventa set, senza soluzione di continuità, come se stessimo varcando la soglia di un reame favolistico, una bolla fuori dal tempo e dallo spazio delimitata dai fondali dipinti di uno sconfinato paesaggio invernale. All’interno di questi confini, attori e personaggi si confondono e, quasi alla Jumanji, è possibile premere play ed entrare nel film stesso solo per il piacere di venire brutalmente massacrati.

Morte e piccola morte
La riscrittura, dunque, avviene su più strati. Kris, ispirata dalle parole di Billy, reinventa il mito di Little Death a partire dalla sua identità fluida, immaginandolo nudo e senza maschera in un buco in fondo a un lago. I film nascono da lì e il killer si diverte a guardarli e a collezionarli. È lui ad aver creato Camp Miasma, non il contrario, ed è lui il suo vero produttore, regista, sceneggiatore e protagonista. Noi siamo solo attori che giocano una piccola parte nel suo capolavoro, burattini sfruttati per il suo godimento.
L’estasi che prova un qualsiasi appassionato di slasher nel vedere zampilli di sangue e teste mozzate viene quindi ribaltata con il nascondiglio segreto di Little Death, che sembra una cavità vaginale e serve a connettere materialmente il demone assassino con il piacere carnale. Sangue e sesso, sventramenti delle membra ed erotismo, senso del pericolo ed eccitazione sono la stessa cosa. Del resto Kris ammetterà ben presto che per poter vivere appieno l’atto sessuale deve immaginare di essere inseguita e uccisa, e non a caso “little death”, cioè “piccola morte”, è un termine che si riferisce all’orgasmo e alle sensazioni che ne seguono.

Un’autrice sempre più matura
La patinatura queer è evidente, con l’invito ad ascoltare il proprio corpo e a liberare il proprio io da una percezione limitata, ma non è trattata come materia sacra e inattaccabile. Anzi, il personaggio di Billy le fa quasi da contraltare, quando rimprovera Kris di ragionare in modo troppo accademico sulle intersezioni tra cinema e questioni di genere: “Camp Miasma parlava di due cose molto semplici: carne e fluidi”. Forse, in fondo, è più importante sentire che pensare. In questo Schoenbrun sembra portare sul piano della liquidità corporea l’appello alla riscoperta di noi stessi fatto da Spielberg in Disclosure Day, e lo fa con una scrittura mai troppo verbosa o didascalica, supportata da una meravigliosamente eterea Gillian Anderson e da un’ottima Hannah Einbinder.
Con tutto questo in ballo, sarebbe stato facile dimenticare il genere di partenza, o anche solo di raccontare una storia, come può capitare ad autori che sovraccaricano le immagini del proprio cinema di troppi significati. Per fortuna, non è questo il caso. Certo, tornano elementi cari alla regista come le videocassette e i televisori anni ‘90 di Ho visto la TV brillare, o le videochiamate di We’re All Going to the World’s Fair – via Zoom, questa volta: Skype non esiste più -, ma sono giusto piccole contaminazioni che rendono solo più coeso e maturo il panorama visivo e tematico di Jane Schoenbrun.
Per il resto, nonostante si prenda i suoi tempi e costruisca lentamente un intreccio piuttosto semplice, Camp Miasma lavora benissimo sulla tensione (sessuale) tra le due – o dovremmo dire tre? – protagoniste, ed è un film che sa divertirsi e divertire, con non pochi momenti ironici e una pungente satira contro il sistema hollywoodiano. Finché non esplode in gustose ed estese sequenze splatter che tra soggettive, piani sequenza e colonna sonora non potranno che lasciare soddisfatti.


