L’esasperazione complottistica che mescola thriller, sarcasmo e fantascienza trova in Bugonia di Yorgos Lanthimos un terreno fertile e disturbante, un film che conferma la poetica dell’autore greco, trainato dalle consuete derive grottesche. Presentato in concorso all’82 esima Mostra del Cinema di Venezia, il film nasce come remake in lingua inglese del cult sudcoreano Jigureul jikyeora! (Save the Green Planet!, 2003) di Jang Joon-hwan, un’opera che già all’epoca seppe anticipare le ossessioni paranoiche del nuovo millennio. A distanza di oltre vent’anni, Lanthimos rielabora quella materia visiva e narrativa con un cast di prim’ordine – capitanato dai due feticci Emma Stone e Jesse Plemons (già insieme nel precedente Kinds of Kindness) – affiancato da un team creativo consolidato, dal direttore della fotografia Robbie Ryan al montatore Yorgos Mavropsaridis.
Prodotto tra gli altri da Ari Aster, il film si inserisce in una cornice produttiva d’autore che unisce alcune delle voci più radicali e innovative del cinema contemporaneo. La scelta di girare in pellicola 35mm, con un’estetica volutamente ruvida e claustrofobica, conferisce al racconto un tono alienante che ben si adatta all’ossessione dei protagonisti, imprigionati in un delirio paranoico che diventa metafora del nostro presente. Se il punto di partenza sembra quasi una farsa dai toni surreali, il percorso compiuto dal film porta lo spettatore a confrontarsi con un affresco più complesso, fatto di potere, manipolazione e disincanto. Lanthimos gioca con l’assurdo, ma è nell’assurdo che intrappola l’umanità intera, costretta a confrontarsi con il sospetto che dietro il ridicolo si celi una verità indicibile.

Prigionieri della paranoia
La trama di Bugonia si dipana con apparente semplicità: due giovani ossessionati dai complotti, convinti che la fine del mondo sia imminente e che gli alieni siano già tra noi, decidono di rapire Michelle Fuller, carismatica e temutissima amministratrice delegata di una multinazionale farmaceutica. A vestirne i panni una Emma Stone radicalmente trasformata da un look rasato e androgino, una figura di potere algida, impenetrabile, bersaglio perfetto per le paure dei suoi carcerieri. L’ambientazione, spesso ridotta a interni soffocanti, amplifica il senso di claustrofobia e tensione, lasciando che la paranoia diventi aria respirata dai personaggi e dallo spettatore stesso.
Lanthimos costruisce la prima parte come una sorta di gioco al massacro, in cui l’assurdo e il ridicolo si confondono: interrogatori improvvisati, teorie complottiste che si accumulano, situazioni al limite del farsesco. Tuttavia, ciò che in apparenza sembra una semplice messa in scena dell’ossessione paranoica si trasforma gradualmente in una riflessione più ampia sulle fragilità del nostro presente. Il sospetto che la donna sia davvero un’aliena, la paura che il potere si nasconda dietro sembianze inumane, l’inquietudine di una realtà che sfugge al controllo diventano carburante narrativo di un film che, pur con una costruzione a tratti disomogenea, riesce a trovare nella seconda parte una dimensione maggiormente compatta.

Potere, alienazione e sarcasmo
Sotto la superficie surreale si svelano dinamiche nette: una donna potente e manipolatrice contro due uomini inetti che mascherano la loro impotenza col complottismo. Il sarcasmo diventa arma critica contro diffidenza verso scienza, tecnologia e istituzioni, intrecciandosi ai timori globali di crisi e guerre. Lanthimos deride il complotto ma lascia spazio al dubbio, alimentando la sua ambiguità tipica. La regia alterna comicità grottesca, thriller e fantascienza: nella seconda parte questi elementi trovano una maggiore armonia, ma non abbastanza da evitare prevedibilità e cali di tensione. Gli attori restano il vero punto di forza, con la succitata Stone e Jesse Plemons ancora una volta magnetici, ad incarnare personaggi indubbiamente scritti con senno e cognizione di causa.
Bugonia però fatica a coinvolgere: l’avvio farsesco e ripetitivo mantiene a distanza lo spettatore. Quando sembra implodere, il film rilancia con un climax più compatto e incisivo, in cui sarcasmo e assurdo diventano finalmente taglienti. È un recupero parziale, che non elimina l’impressione di un’opera disomogenea e a tratti prevedibile. Un film che guarda al presente con un tono insieme derisorio e inquieto, costruendo un mosaico grottesco e volutamente imperfetto, ma che non sembra sfruttare a pieno le proprie potenzialità, forse perché esageratamente ancorato ad alcuni stilemi ridondanti del suo autore. È cinema che divide e infastidisce e che probabilmente, proprio per questo, lascia traccia, riflettendo un mondo dove l’assurdo è ormai regola e la linea tra realtà e complotto sempre più sottile. Una traccia che, però, rischia di non rimanere impressa quanto quelle che l’anno preceduta.


