mercoledì, Febbraio 11, 2026
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Buen Camino, recensione del film con Checco Zalone

Diretto da Gennaro Nunziante, Buen Camino è il ritorno al cinema di Checco Zalone a cinque anni dal precedente Tolo Tolo. Dal 25 dicembre al cinema con Medusa Film.

Tutti in questo momento parlano dei soldi che incasserà (o non incasserà) Checco Zalone (Luca Medici all’anagrafe). Più o meno di Avatar? Sopra o sotto i 30 milioni? Nella bolla del mondo del cinema si fanno speculazioni, pronostici, gli esercenti piazzano ovunque il film che, complice l’uscita in 1.000 copie e una durata (finalmente!) umana di 90 minuti, sarà letteralmente ubiquo sul territorio italiano.

A questo dibattito, però, manca spesso un elemento: il successo di Zalone non è un algoritmo di Netflix né tantomeno una sceneggiatura scritta con Gemini; dietro i milioni incassati al botteghino ci sono biglietti staccati e un pubblico che ha consapevolmente scelto, negli anni, di acquistarli. Un pubblico che ama Zalone (e inconsapevolmente anche il suo autore, Gennaro Nunziante), che lo ha seguito su Zelig, nelle imitazioni, nei suoi videoclip, negli spettacoli a teatro e che, come lo stesso Luca Medici ha spiegato in conferenza, “ora mi fruisce su TikTok in frammenti di pochi secondi, soprattutto i più piccoli. Evidentemente funziono anche spezzettato”.

Evidentemente si, la formula Zalone funziona – e, spoiler, continua a funzionare anche in Buen Camino, suo nuovo lavoro che arriva al cinema dopo cinque anni di attesa – perché, piaccia o meno, Checco Zalone parla di noi. Attraverso la maschera comica del sempliciotto, un po’ rozzo e spesso molto ignorante, l’attore Luca Medici crea una macchina di rappresentazione del reale che bypassa in modo intelligente il politically correct e arriva laddove il 98% del cinema nostrano non riesce: alle nostre debolezze.

Senza l’ampollosa pretenziosità di Sorrentino ne La grande bellezza o gli stucchevoli sentimentalismi della fiction da prima serata Rai, Zalone offre uno specchio immediato, sincero, amaro e comico dei nostri pregiudizi, dei difetti taciuti, delle vanità solo sognate oppure ostentate, delle ipocrisie nascoste sotto gli occhi di tutti. Incamera le mediocrità umane e poi spara tanto a destra quanto a sinistra, tanto in alto quanto in basso, eleggendo lo sciocco a cantore della verità.

Un film sincero come il suo protagonista

Agli italiani questa sincerità piace, è sempre piaciuta e sicuramente continuerà a piacere. È senz’altro una sincerità “comoda”, perché riassorbita in finali all’acqua di rose che portano a compimento il percorso di crescita del protagonista (come, ad esempio, non avviene in Io sono la fine del mondo, film a suo modo coraggioso e per questo detestato da molti). Ciononostante, forse proprio per via della sua lievità, diventa il più delle volte un balsamo per la finzione nella quale galleggiamo placidamente da quando i social network hanno offerto a chiunque la possibilità di sostituire l’essere con l’apparire, creando enormi fraintendimenti.

Checco Zalone è, non finge, mai. E questo l’ha portato a diventare, forse suo malgrado, un anti-eroe dei tempi moderni, la figura di riferimento a cui non avremmo mai pensato ma che forse ci meritiamo e da cui, inaspettatamente, ogni volta impariamo qualcosa. In Buen Camino interpreta i panni di un figlio di papà ultra miliardario che per anni ha dimenticato di avere una figlia; quando Cristal, non ancora maggiorenne, scappa di casa, dove vive con la madre e il nuovo compagno, dovrà mettersi sulle sue tracce scoprendo che la ragazza ha deciso di intraprendere il Cammino di Santiago.

Il plot, semplicissimo e lineare, viene sfruttato da Nunziante e Medici in modo brillante per creare tanti di spunti di riflessione. Quello attorno a cui ruota tutto il film verte ovviamente sulla difficoltà di dialogo tra genitori e figli. Da una parte adulti irrisolti che non sono riusciti a trovare un equilibrio tra le aspettative della generazione precedente e le proprie aspirazioni personali; dall’altro adolescenti nati con i social network e nel benessere materiale ma privi di obiettivi e valori di riferimento, e anche per questo particolarmente insicuri sulle scelte da compiere. Il dialogo tra questi due mondi, tendenti all’isolamento o all’autoreferenzialità, diventa un territorio di silenzi o scontro nel quale la sceneggiatura cerca di portare apertura, comprensione e scambio.

Risate ma anche tanti spunti di riflessione

Nella sua vita di lusso ostentato tra compleanni faraonici, yatch, fidanzate ventenni e balletti della servitù, che assomiglia terribilmente a quella del nostrano Gianluca Vacchi, Zalone mette in scena l’inconsapevole crisi di mezza età di uomo la cui esistenza mediocre è abilmente occultata dietro un manto di opulenza (di qui i fraintendimenti cui si faceva prima riferimento). Come lui la figlia, “pariolina” che a un certo punto riconosce il vuoto che si cela dietro la ricchezza di cui è circondata. La crisi, in questo caso, è ovviamente quella dei valori, che il Novecento sembra aver trattenuto a sé come una spugna.

Le ideologie politiche di un tempo così come la religione appaiono in Buen Camino sostituite dal consumismo o, peggio, da surrogati radical chic dove la concretezza è sepolta sotto una verbosa inettitudine. Il Cammino di Santiago diventa così un’opportunità per padre e figlia di scollarsi dalla propria routine aprendosi al mondo. Il tempo lento della marcia restituisce a una mente e uno spirito atrofizzati l’anelito del pensiero, della riflessione, del dubbio, consentendo un incontro più che con Dio o con il metafisico con se stessi e le persone che si amano, lontano dall’incessante brusio del superfluo.

Checco Zalone, affiancato da due bravissime co-protagoniste, sua figlia (la giovane e promettente Letizia Arnò) e Alma (una perfetta Beatriz Arjona), compie anche questa volta il suo percorso di formazione, non approdando alla verità ma ritrovando una direzione. Ancor più che in Quo vado? abbiamo a che fare con una trasformazione radicale e forse ancora più difficile della rinuncia al posto fisso. È vero, si ride un po’ meno rispetto al film del 2016, forse il capolavoro di Medici dopo Cado dalle nubi, ma a Buen Camino non manca nessuno degli ingredienti di successo dei precedenti film: comicità intelligente e battute taglienti, ottimi tempi comici, una storia coerente e ben rappresentata, una regia priva di guizzi ma che valorizza luoghi, personaggi e situazioni.

È un esempio perfettamente riuscito di commedia pensata per un pubblico ampissimo, in grado di suscitare risate, riflessioni e qualche lacrimuccia. Se proprio si volesse muovere una critica al film, l’unica cosa che manca è un pizzico di convinzione in più del suo principale artefice, Luca Medici. Nonostante il sodalizio con Nunziante sia ormai una macchina da guerra collaudata, è palpabile un certo grado di “stanchezza”: la si ravvede in qualche gag, nella performance del protagonista, nelle musiche poco centrali e orecchiabili, nella reiterazione comoda di schemi narrativi già collaudati.

Nulla è per sempre, neanche Zalone, e da questa consapevolezza è nata forse una paura che sembra aleggiare su tutta la produzione. Per ora, tuttavia, Medusa, Indiana e lo stesso Checco possono dormire sonni tranquilli: Buen Camino ha tutti gli ingredienti per tornare a parlare con il grande pubblico, lo stesso che ha, ad esempio, saputo premiare C’è ancora domani della Cortellesi.

Guarda il trailer ufficiale di Buen Camino 

GIUDIZIO COMPLESSIVO

Nonostante la lunga attesa (cinque anni sono passati dal precedente Tolo Tolo), il nuovo film di Checco Zalone, che torna a collaborare con Gennaro Nunziante, non delude le aspettative. In Buen Camino c’è tutto: risate, riflessione, un ottimo cast, una storia godibile e soprattutto una lucida e intelligente rappresentazione di una società smarrita nel materialismo e alla ricerca di nuovi valori. Nonostante qualche incertezza di fondo, una commedia ineccepibile che merita di sbancare il box office.

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