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Black Phone, recensione dell’horror di Scott Derrickson con Ethan Hawke

La recensione di Black Phone, il nuovo horror diretto da Scott Derrickson con protagonista Ethan Hawke. Dal 23 giugno al cinema.

Nel gennaio 2020, Scott Derrickson annunciò di aver abbandonato la regia di Doctor Strange nel Multiverso della Follia, sequel del cinecomic che nel 2016 aveva ufficialmente segnato il suo debutto nell’Universo Marvel. All’epoca, quell’addio venne giustificato attraverso le ormai tradizionali “divergenze creative”, che puntualmente vengono tirate in ballo quando si verificano degli scontri tra i registi e la produzione in merito ai contorni che un determinato progetto dovrebbe assumere, tanto dal punto di vista formale quanto da quello contenutistico.

Come risultato di quella decisione che alla fine ha portato i Marvel Studios ad ingaggiare Sam Raimi come sostituto di Derrickson, quest’ultimo ha colto la palla al balzo e ha deciso di tornare al cinema delle sue origini, quello grazie al quale è diventato apprezzato in tutto il mondo: film come L’esorcismo di Emily Rose e soprattutto Sinister (ampiamente considerato uno dei migliori horror del XIX secolo) sono riusciti a far sì che Derrickson si imponesse nel giro di pochissimi anni come uno dei più acclamati registi di horror della sua generazione, forte anche della collaborazione con il “Re Mida” del genere, Jason Blum, fondatore della casa di produzione Blumhouse Productions, nota per aver portato al cinema – oltre al sopracitato Sinister – anche le saghe di Paranormal ActivityInsidiousLa notte del giudizio e Ouija.

Il risultato di questo attesissimo “ritorno a casa” prende il nome di Black Phone, attraverso cui si rinnova la fortunata collaborazione della triade composta da Derrickson, Blum e dallo sceneggiatore C. Robert Cargill (che aveva già co-sceneggiato non solo Sinister, ma anche il primo Doctor Strange). Il film è l’adattamento cinematografico del racconto breve “The Black Phone”, scritto da Joe Hill (il figlio di Stephen King) e incluso nella raccolta di racconti “20th Century Ghosts” del 2004, e narra la storia di Finney, un tredicenne timido ma perspicace, vittima di bullismo, che un giorno viene rapito da un sadico assassino noto come “Il Rapace”. Rinchiuso in un seminterrato insonorizzato, ben presto Finney scoprirà di poter sentire le voci delle precedenti vittime del killer attraverso un “telefono nero” scollegato. Saranno proprio le voci di quei bambini ad impedire che quanto successo a loro non accada anche a Finney.

Quando si scrive la recensione di un film horror, è doveroso far intendere ai nostri potenziali lettori se la pellicola in questione faccia effettivamente paura oppure no. Ma cosa intendiamo davvero quando parliamo di paura? Lo spettatore medio ha quasi sempre l’illusoria pretesa di andare a vedere un film dell’orrore e di voler letteralmente sobbalzare dalla poltrona o essere costretto a chiudere gli occhi e volgere lo sguardo altrove, ma bisogna essere consapevoli che l’horror è un genere che negli anni si è completamente evoluto, iniziando sempre più a “simpatizzare” con una costruzione narrativa che tende a svincolarsi da quello che comunemente definiremo orrore visibile (che molto spesso coincide con l’utilizzo massiccio della tecnica del jumpscare), andando invece a scardinare quello che all’apparenza non si vede, ma che in realtà è parte integrante della nostra quotidianità, spingendo lo spettatore bendisposto a riflettere su un fatto: il vero orrore è quello che si insidia nelle crepe del quotidiano (tra le mura domestiche o fuori di esse) e da cui veniamo ogni giorno contaminati (anche inconsciamente), senza che per forza la paura debba assumere le sembianze di qualcosa di soprannaturale.

Black Phone

Fatta questa premessa (doverosa, almeno dal nostro punto di vista!), diventa quindi di fondamentale importanza, se il desiderio è quello di approcciarsi alla visione di Black Phone a partire dal prossimo 23 giugno (data di uscita del film nelle sale italiane), sapere che non si tratta di un horror che vi farà tremare dalla paura, ed è proprio in questo aspetto che risiede il suo fascino e anche la sua raffinatezza: Scott Derrickson e C. Robert Cargill realizzano un horror contaminato sì dall’elemento paranormale, ma che essenzialmente fa dei suoi punti di forza qualcosa di molto più ancorato alla realtà, come la glorificazione della nostalgia, la concretizzazione delle nostre paure più profonde (che non riguardano solo la manifestazione soprannaturale che non si riesce a spiegare, ma soprattutto la minaccia della porta accanto, incarnata in questo caso specifico da uno straordinario Ethan Hawke, personificazione del male puro, a metà tra un Pennywise “in nero” e una rivisitazione in chiave moderna della maschera di Lon Chaney ne Il fantasma del castello) e, soprattutto, l’esaltazione di un periodo molto importante nella vita di ogni essere umano, ossia il passaggio dall’infanzia all’adolescenza.

In questo modo, la storia di Finney, il nostro protagonista, interpretato dall’esordiente Mason Thames (bravissimo!), si fa specchio dei traumi e dei pericoli cui erano soggetti i bambini che hanno vissuto nell’America a cavallo tra gli anni ’70 e ’80, la cui ricostruzione nel film si rivela particolarmente intensa e intima, ma anche spaventosa ed inquietante, grazie non solo al contributo lodevole della fotografia di Brett Jutkiewicz e delle musiche di Mark Korven, ma anche ai continui rimandi all’universo del “Re del brivido” Stephen King, in particolare a quello iconico di IT, creando un bellissimo gioco di citazioni in parte anche metacinematografico (basti pensare alla presenza nel cast di James Ransone, che ha interpretato Eddie Kaspbrak in IT – Capitolo Due di Andy Muschietti). Ancora, le disavventure del povero Finney fungono anche da rappresentazione, quanto mai attuale, di tutte le ansie e le insicurezze dei ragazzini del mondo di oggi, che puntualmente devono combattere contro forze all’apparenza superiori che cercano in ogni modo possibile (a volte attraverso gli attacchi fisici, a volte attraverso quelli verbali) di schiacciarli e farli sentire costantemente inadeguati.

Così, a mano a mano che i minuti scorrono, Black Phone rivela la sua vera natura di film che trascende il concetto di genere e che si serve dell’elemento horror miscelato a quello supernatural per raccontare una storia di formazione e di crescita a tutti gli effetti, in cui le azioni degli adulti si rivelano vane nonostante gli sforzi, e dove sono gli stessi bambini – in questo caso Finney – a dover far appello a tutta la loro forza interiore e anche alla loro intelligenza (troppo spesso sottovalutata dagli adulti!) per riuscire a sopraffare chi vuole continuare a prendersene gioco (che si tratti dei bulli della scuola, o di un padre violento che sfoga le sue frustrazioni sui corpi inermi dei figli, o di un terrificante mostro intenzionato a privarli della libertà), riuscendo così a trasformarsi da disillusi perdenti in consapevoli eroi pronti finalmente ad affrontare il mondo a testa alta.

Guarda il trailer ufficiale di Black Phone

GIUDIZIO COMPLESSIVO

A mano a mano che i minuti scorrono, Black Phone rivela la sua vera natura di film che trascende il concetto di genere e che si serve dell'elemento horror miscelato a quello supernatural per raccontare una storia di formazione e di crescita a tutti gli effetti.
Stefano Terracina
Stefano Terracina
Cresciuto a pane, latte e Il Mago di Oz | Film del cuore: Titanic | Il più grande regista: Stanley Kubrick | Attore preferito: Michael Fassbender | La citazione più bella: "Io ho bisogno di credere che qualcosa di straordinario sia possibile." (A Beautiful Mind)

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