venerdì, Ottobre 7, 2022
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Bardo – La cronaca falsa di alcune verità, recensione del film di Alejandro G. Iñárritu

La recensione di Bardo, il nuovo film di Alejandro G. Iñárritu, presentato in Concorso a Venezia 79. Da 16 dicembre su Netflix.

Tra i registi più acclamati dell’ultimo decennio vi è sicuramente Alejandro González Iñárritu, il cineasta due volte premio Oscar che ha ipnotizzato gli USA con Birdman e ha portato alla vittoria dell’ambita statuetta Leonardo DiCaprio grazie a Revenant.

Dopo questi due film statunitensi però, Iñárritu sceglie di tornare in madre patria con Bardo – La cronaca falsa di alcune verità e lo fa con l’opera più personale e intima della sua filmografia, presentata alla 79esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia.

Lo status di autore pare essere ancora oggi strettamente legato al dover riversare nelle proprie opere del personale, a volte addirittura dell’autobiografico. È vero che bisogna scrivere ciò che si conosce, ma cosa succede se poi questo finisce con l’incartarsi su sé stesso? Cosa accade se l’autore preferisce psicanalizzare sé stesso piuttosto che raccontare qualcosa di universale? Il rifiuto del pubblico è una delle risposte più plausibili a queste domande ed è esattamente ciò che potrebbe accadere guardando Bardo.

Bardo è la trasposizione dell’ego del suo autore

Nel giocare a fare il Fellini di e il Bob Fosse di All That Jazz, con poi un attore protagonista che gli somiglia particolarmente (Daniel Giménez Cacho), Iñárritu arriva a portare sullo schermo soprattutto il suo ego e nel tentare senza riuscire di narrare qualcosa di universale, strettamente legato alle sue origini, al suo paese natio, alla tanto delicata discussione sulla migrazione e il rapporto tra Stati Uniti d’America e Messico, finisce perfino con il palesare la sua ipocrisia in quanto uomo privilegiato.

Non solo Bardo rischia di risultare antipatico per ciò che racconta e troppo banale e superficiale nel trattare i temi di fondo, ma anche respingente per la sua forma che gioca con le linee temporali, con l’onirico e l’allucinatorio, per l’infinito tempo di tre ore quasi piene. Il tutto filtrato da un onnipresente grandangolo che ha poco a che fare con quello del collaboratore degli ultimi tempi Emmanuel Lubezki (non a caso Darius Khondjii – direttore della fotografia – ha nella sua filmografia progetti abbastanza distanti da quest’ultimo).

Addirittura, il cineasta messicano decide di mettere le mani avanti inserendo nella sceneggiatura le critiche che i recensori avanzeranno su Bardo, confermando una certa insicurezza da parte sua nel vedersi come un narratore a tutto tondo piuttosto che solamente come un esteta, che sicuramente conosce il linguaggio cinematografico da un punto di vista tecnico, ma che non riesce a sfruttarlo come vorrebbe (e dovrebbe) per raccontarci davvero una storia.

Le stesse trovate visive e sonore si rivelano qui non abbastanza accattivanti: c’è molto della regia di Birdman (come ad esempio long shot/veri e propri piani sequenza) o di Revenant (che già di per sé doveva molto al cinema di Terrence Malick), ma meno ispirate, mentre il resto attinge un po’ qua e là: a parte le già citate opere di Fellini e Fosse – la stessa colonna sonora, con il trombone ricorrente, fa un po’ il verso all’iconica composizione di Nino Rota per (d’altronde, lo stesso finale ricalca la passerella felliniana) -, vale la pena anche accennare a Big Fish di Tim Burton e al compaesano Alfonso Cuarón.

Alejandro González Iñárritu sarà anche tornato a casa con Bardo, ma a dargli il bentornato con entusiasmo rischia di trovarne davvero pochi.

Guarda il trailer ufficiale di Bardo

GIUDIZIO COMPLESSIVO

Non solo Bardo rischia di risultare antipatico per ciò che racconta e troppo banale e superficiale nel trattare i temi di fondo, ma anche respingente per la sua forma che gioca con le linee temporali, con l'onirico e l'allucinatorio, per l'infinito tempo di tre ore quasi piene.

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Bardo - La cronaca falsa di alcune verità, recensione del film di Alejandro G. IñárrituNon solo Bardo rischia di risultare antipatico per ciò che racconta e troppo banale e superficiale nel trattare i temi di fondo, ma anche respingente per la sua forma che gioca con le linee temporali, con l'onirico e l'allucinatorio, per l'infinito tempo di tre ore quasi piene.