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Back to Black, recensione del biopic su Amy Winehouse

Diretto da Sam Taylor-Johnson e interpretato da Marisa Abela, Back to Black è al cinema dal 18 aprile.

Un’inconfondibile pompadour nera dal sapore retrò, che subito richiama alla mente le “dive” dei gruppi anni ’60 e, in particolare, la Ronnie Spector delle Ronettes (altra donna legata, per un periodo, ad un uomo che l’ha resa infelice); rossetto rosso (a volte), eyeliner nero grafico e drammatico, con le virgole pronte a sfidare la forza di gravità che sormontano degli occhi sfuggenti come un animale inquieto, ferito e tormentato, che si sente braccato e minacciato.

La silhouette di Amy Winehouse – con i suoi tratti caratteristici, accessori del corpo e dello spirito – permetteva già ad un primo sguardo di provare a decifrare il complesso mistero che aleggiava dietro la sua personalità: l’aria sfrontata da pin-up post-moderna, con la battuta pronta e lo sguardo nervoso, seducente anche se in modo involontario, raramente ammiccante, e poi quell’intima vulnerabilità che l’ha condannata ad un destino crudele, martire di eventi che l’hanno soffocata fino a sopraffarla del tutto, trascinandola in un maelström di paparazzi e disagio nel quale nessuno dovrebbe mai cadere, nemmeno una celebrità.

La star del soul britannico, ponte tra mondi e culture, tradizioni e generi, torna a vivere in questi giorni al cinema (precisamente, dal 18 aprile) grazie al biopic Back to Black, diretto da Sam Taylor-Johnson (Nowhere Boy, Cinquanta Sfumature di Grigio) e scritto da Matt Greenhalgh, con protagonista l’attrice inglese Marisa Abela (vista di recente in Barbie) che si cala, letteralmente, nei panni di Amy cercando di evitare la semplice caricatura, un facile sberleffo che mortifica un’anima così complicata e tormentata. Accanto a lei, Jack O’Connell (Ferrari) ed Eddie Marsan, rispettivamente pronti a prestare volto – e corpo – a due degli uomini più importanti nella vita della donna: il marito Blake Fielder-Civil e il padre, l’aspirante crooner (e tassista) Mitch Winehouse, nel film figlio di Cynthia Levy, riportata in vita dalla stupefacente Leslie Manville (La signora Harris va a Parigi).

Uno stile patinato per inseguire un trend sicuro

Un cast di sensibili interpreti alle prese di una causa difficile, da maneggiare con molta cura, perché il rischio di appiattire in modo brutale una storia (vera) disegnata dai chiaroscuri dell’esistenza è dietro l’angolo, e forse evitare certi ostacoli non è nemmeno un’impresa troppo facile. Dai momenti che hanno portato Amy Winehouse verso il primo grande successo critico, grazie all’album Frank, fino agli eventi che, travolgendola, le hanno permesso di sancire la consacrazione del suo talento attraverso quel capolavoro di album che è Back to Black; al contempo, però, la cantante è stata spinta nel cuore di una spirale di droghe, disturbi alimentari, mal d’amore, turbolenze emotive e dipendenza da alcol, che alla fine l’hanno condotta verso una prematura morte all’età di ventisette anni, facendola entrare di diritto nel macabro “Club 27” insieme ad altri illustri colleghi.

Sono questi i passaggi fondamentali di una vita, purtroppo breve, che ha visto brillare Amy Winehouse sulla scena esattamente come una stella morente, una supernova accecante destinata però ad esplodere in un tempo troppo piccolo, ma appena necessario per renderla immortale, proiettandola nel firmamento. Il film, appena presentato in Inghilterra, è stato pesantemente stroncato dalla critica, ma attenzione: anche qui, proprio come nel recente caso di Ghostbusters: Minaccia Glaciale, bisognerebbe puntare il dito contro un vero vizio di forma imperante nella cinematografia odierna, incarnato dalla tendenza dilagante a semplificare ogni vicenda – perfino quelle che affondano le proprie radici nella realtà – per renderle più vendibili sul mercato, facili da fruire e abbastanza leggere per poter catturare l’attenzione (sempre più ridotta) di un pubblico mainstream spesso distratto da troppi stimoli.

Ma quando si maneggiano delle figure così gigantesche della pop culture, non si corre forse il rischio di sacrificare la veridicità degli eventi in nome di una verosimiglianza posticcia, piegata alle esigenze di uno storytelling preda di egoismi personali? Back to Black è un biopic nato grazie al supporto della The Amy Winehouse Estate, che vede coinvolti attivamente i suoi genitori Janis e Mitch nel preservare l’eredità (patrimoniale e spirituale) della figlia. Ed è a partire da qui che iniziano le contraddizioni: il film di Sam Taylor-Johnson è portatore sano di una visione parziale, viziata, frutto dell’infinita e frammentaria molteplicità dei punti di vista di chi ha conosciuto l’artista britannica durante la su (breve) vita. Allora ciò che manca, dopo una prima visione, è uno sguardo oggettivo sui fatti accaduti, una concatenazione di eventi in grado di scavare nell’oscurità (anche dell’animo umano) e nella profondità di una vita impossibile da ridurre ai minimi termini.

Prima di passare in rassegna le dolenti note (stonate) del film, è più facile mettere a fuoco ciò che lo trasforma comunque in un prodotto godibile, non troppo diverso dai tanti, troppi, biopic sulle stelle della musica che stanno colonizzando il cinema più recente. Perché Back to Black non è meno riuscito (o più scialbo, anzi) di un Whitney – Una voce diventata leggenda o di un Respect, tutti film biografici coevi su icone della musica declinata al femminile. Con il suo stile di regia rassicurante e patinato, molte delle scelte compiute – nel taglio specifico del racconto – sembrano solo inseguire un trend sicuro e contemporaneo, distante dai guizzi di genio che possono tradire una specifica visione d’artista da parte della regista, proprio come la stessa Taylor-Johnson ha dimostrato attraverso lo sguardo lucido e seducente con il quale ha raccontato il giovane John Lennon in Nowhere Boy. 

Marisa Abela in Back to Black. Credit : Courtesy of Dean Rogers/Focus Features

Un mare in tempesta ingabbiato da scelte estetizzanti 

Nel caso di Back to Black, è possibile scorgere il talento della regista soprattutto in alcuni sporadici momenti, quando la macchina da presa si abbandona alla creatività ed esplode in soluzioni visive brevi ma efficaci, trionfi da videoarte pop nei quali la musica sposa, finalmente, le immagini. Un matrimonio, quest’ultimo, quasi doveroso se parliamo di un biopic su una stella della musica ma che sembra destinato ad un infelice epilogo vedendo scorrere pigramente, sullo schermo, fatti ritenuti fondamentali per la nascita dell’icona Amy Winehouse partendo dalla semplice intimità familiare di Amy Jade Winehouse, ragazza dai grandi sogni e dall’incontenibile talento, cresciuta a pane e jazz nella tranquillità borghese di Southgate, Londra.

Il divorzio dei genitori; il rapporto con la figura paterna che si rifletterà nella ricerca costante di un prototipo ideale da proiettare negli uomini della sua vita; l’incontro fatale, in un pub, con Blake Fielder-Civil, che segnerà l’inizio del mito e la fine dell’innocenza: tutto questo è fondamentale per l’arco narrativo del “personaggio Winehouse”, come ha dimostrato la vita stessa. Un’eroina da tragedia moderna, avvolta da un romanticismo nero che l’ha spinta a riversare le sue emozioni “dalle sfumature blu” nei testi che hanno costruito il mito musicale di Back to Black, l’album omonimo che dà anche il titolo al film. Ma nel racconto cinematografico tutto assume una dimensione veloce e sospesa, dettata sì dalla necessità di riassumere tanti eventi in un lasso di tempo fin troppo breve, dimostrando purtroppo la mancanza di un taglio specifico, della scelta necessaria di dare al racconto un certo tipo di timbro.

Back to Black ha una voce pop flebile e commerciale; un innocuo vagito che non risponde assolutamente alla grinta oscura e malinconica della voce della vera Amy. Scegliere la scorciatoia commerciale sacrificando “una visione” – che invece hanno dimostrato di avere altre opere come Rocketman o il recente Bob Marley: One Love – non sempre si rivela una formula vincente, in grado di includere la porzione più ampia di pubblico nella narrazione di una storia universale, ormai di dominio pubblico. Ridurre così l’intera vicenda della Winehouse a una questione di mal d’amore – che ne ha determinato la tragica scomparsa, ma anche il successo eterno – è superficiale e banale, un modo per evitare di affrontare una complessità insondabile che aleggia intorno alla figura della protagonista.

Sarebbe stato più interessante, ad esempio, porre al centro della narrazione il ruolo delle figure femminili all’interno dell’industria dello spettacolo, nonché la considerazione che spesso si ha di quest’ultime: corpi da mostrare, talenti cristallini da sfruttare (da parte di chi sta loro intorno), oppure anime attraversate da fragilità emotive che rischiano di essere fagocitate dalle avide luci dei paparazzi? I tabloid non volevano Amy ma la pin-up dal cuore spezzato e l’aria smarrita, icona post-moderna perduta tra le strade londinesi, con le ballerine di stoffa sporca e i capelli sempre più arruffati; e anche chi le è stato vicino spesso non ha voluto vedere il demone sotto la pelle della giovane donna, abbacinato dall’incantesimo gettato dalla sua voce, mai così vicina al dolore oscuro del blues, esattamente come i testi delle sue canzoni.

Amy Winehouse ha cercato di attraversare il proprio dolore esorcizzandolo tramite la musica, e per fortuna resta quest’ultima a celebrare il suo talento unico proprio perché figlio di tutto questo, delle ferite tragiche vissute e mai rimarginate, dei rimpianti e delle scelte sbagliate, come dimostra anche la scelta di affidare un brano della OST a Nick Cave, che interpreta una canzone originale intitolata semplicemente “Song for Amy”. E questo immenso mare in tempesta si agita sotto la forma, ingabbiato da scelte estetizzanti da videoclip, rutilanti immagini patinate e un po’ vuote che si susseguono sullo schermo con un unico pregio: quello di non dipingere mai né vittime né carnefici, non ancora super partes ma almeno in grado di staccarsi dalle polemiche, provando a imbrigliare il tormento di un talento enorme nel tempo piccolo di una canzone, quella sì immortale.

Guarda il trailer ufficiale di Back to Black

GIUDIZIO COMPLESSIVO

Back to Black non esce fuori dal coro dei biopic musicali contemporai, inseguendo un trend che vede nella regia patinata e nella costruzione di un "santino laico" - celebrativo - l'unico modo per portare in vita, sullo schermo, le grandi icone della musica, affidandosi ad una ricostruzione posticcia di eventi reali. A fronte di una regia senza guizzi, rassicurante nella sua prevedibilità, e di una sceneggiatura fuori fuoco e banale, il film ha il pregio di provare ad essere super partes, senzamai giudicare moralmente nessun personaggio e cercando di valorizzare le immortali canzoni di Amy Winehouse.
Ludovica Ottaviani
Ludovica Ottaviani
Imbrattatrice di sudate carte a tempo perso, irrimediabilmente innamorata della settima arte da sempre | Film del cuore: Lo Chiamavano Jeeg Robot | Il più grande regista: Quentin Tarantino | Attore preferito: Gary Oldman | La citazione più bella: "Le parole più belle al mondo non sono Ti Amo, ma È Benigno." (Il Dormiglione)

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