L’arrivo di Babygirl all’81esima Mostra del Cinema di Venezia portava con sé delle aspettative diffuse tra tutti i presenti al Lido. Doveva essere il film dello scandalo, immancabile ad ogni mostra, nonché l’atteso ritorno di Nicole Kidman al cinema erotico. Halina Reijn fa un film dalle premesse, sulla carta, estremamente attuali. Si parla di sesso e potere, di dominazione e di dinamiche di coppia. Il tutto con lo stampo visivo e autoriale della A24, casa di produzione dalla personalità ormai ben definita anche da un punto di vista estetico.
Tutto intorno a Romy (Kidman) è patinato, elegante e ben illuminato. Bellissimo, ma asettico. Se lo può permettere questo lusso. Lei è infatti una super dirigente di un’azienda di robotica. Si occupa di automazioni dei grandi magazzini legati all’e-commerce (non viene mai detto ma si pensa sempre ad Amazon). È sposata con Jacob (Antonio Banderas) e ha la vita che tutti desiderano. Eppure è insoddisfatta. Lo si capisce sin dalla scena di apertura. Fa l’amore con con suo marito e scappa, dopo l’orgasmo di lui, a guardare un filmato porno per concludere il tutto.
Nei diciannove anni di relazione, infatti, le cose vanno bene fuori dal letto, sotto le coperte la donna è frustrata. Il fatto di non riuscire a provare piacere non ha influito in maniera visibile sulla sua vita privata, in segreto ha invece alimentato pulsioni e desideri. Questo suo rimosso esplode quando incontra Samuel (Harris Dickinson), un giovane stagista che non solo è attratto da lei, ma sembra persino sapere ogni mossa da fare per sedurla e possederla. Romy si abbandona a lui, lasciandosi trasportare in una dinamica di sottomissione erotica che la porta a riconsiderare il suo rapporto con il potere.
Se quello che succede in Babygirl vi appare come la premessa di un film porno con tanta trama, non vi sbagliate. A dominare l’occhio cinematografico sono infatti le solite regole dell’attrazione, il desiderio puramente sessuale che spinge per esprimersi. Reijn cerca di divincolarsi da queste premesse provando a inserire nei dialoghi, e a giustificarli con i personaggi, diversi temi. Il problema è che più cerca di scavare oltre la sua superficie, pretendendo di apparire profondo, più Babygirl si rivela essere vecchio e molto meno coraggioso di quello che crede.
Il corpo è il centro: c’è quello giovane e prestante di Samuel e quello altrettanto bello di Romy. Eppure su di lei pesano gli anni che cerca di respingere attraverso un grande investimento di tempo e risorse. Ritocchi estetici, trucchi e una vita all’insegna della cura personale. Dal contrasto tra questi due stati corporei, quello giovane e quello non più giovane, si ferma qui. Non c’è nulla di più di questa piccola intuizione, che rimane a livello di premessa e non viene mai sfruttata appieno.

Un erotismo da poco
Il cinema erotico dovrebbe raccontare la carne. Invece Babygirl è asettico. Gli incontri sessuali che sconvolgono la percezione del proprio corpo da parte di Romy sono in realtà piuttosto ordinari. Per intenderci: la cosa più fuori dal comune che si vedrà è l’ordine impartito dal ragazzo alla donna di mettersi a quattro zampe e leccare il latte da una ciotola. Il resto è sesso piuttosto ordinario, senza sudore, spesso pudicamente fuori fuoco e soprattutto senza passione.
Ancora peggio sono le conclusioni che trae da tutto il suo discorso. Le riportiamo senza fare spoiler sul finale, sono considerazioni sul significato del film che non rovinano la visione. È chiaro che ad Halina Reijn interessa parlare del potere e di come venga percepito nella società odierna. C’è una donna ai vertici che ha il controllo sui suoi sottoposti, ma che ha il desiderio di essere controllata a sua volta. C’è un marito che è “politicamente corretto” a letto. Rifiuta ogni gesto che possa essere degradante per sua moglie. Ride delle richieste bizzarre. Ha il volto di Banderas, ma dovrebbe essere imbranato e poco seducente. L’unico che sa come risolvere questo labirinto di attrazioni e desideri è il giovane Samuel, che usa la sua sessualità come arma per imporsi a livello aziendale e sentimentale.
È la figura delle femme fatale al contrario. Non c’è un uomo al potere, ma una donna. Non c’è una donna a sedurre e a rompere in questo modo l’equilibrio di una vita ideale e “pulita”, bensì un ragazzo. La sua giovane età e la differenza con quella dell’amante non diventa mai importante in Babygirl. Ignorando questo dato e puntando tutto sulla relazione tra i due, il film costruisce un tono veramente confuso. Si ride molto, ma non si capisce mai se lo si fa con il film o del film. Ci sono passaggi esilaranti durante le litigate più drammatiche. Le scene enfatiche spesso sconfinano nel kitsch. Come commedia, però, vale poco. Come film d’autore, anche.

Il messaggio di Babygirl
Perché quello che Babygirl dice è totalmente inaccettabile. Non lo è moralmente, nessuno si scandalizzerà per un film che vuole turbare con furbizia, quindi tenendosi ben distante dal fastidio. Lo è invece per la sua inattualità. È infatti un’opera che, forse involontariamente, ignora anni di lotte e conquiste femminili, sia sullo sguardo cinematografico che sul tema dell’accesso ai vertici lavorativi.
Nell’ottica del sesso e del potere è totalmente inaccettabile che il personaggio femminile di Romy abbia un arco narrativo simile. La donna al potere – dice il film – è comunque insoddisfatta. Non è quello il suo posto di realizzazione. Lei si realizza invece venendo sottomessa, privata cioè del suo potere, da un uomo che invece è molto più adatto a guidarla, nonostante sia solo uno stagista. Pure le ragazze più giovani sanno come ricattarla. Quando lavora la vediamo intenta a mandare una mail al telefono, per il resto la sua vita da CEO è caratterizzata da tanto tempo libero e frivolezze.
Che occasione sprecata questo Babygirl: il cinema ha bisogno di ritrovare il suo spirito “guardone”, di far parlare di nuovo lo sguardo dell’attrazione indirizzandolo però meglio. Ha bisogno di farlo spostandolo da quello maschile che l’ha caratterizzato per anni a quello femminile. La prospettiva adottata dalla regista dovrebbe essere dagli occhi di una donna, sembra invece tanto quella di un uomo.


