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Avatar: Fuoco e Cenere, recensione del film di James Cameron

Terzo capitolo della saga fantascientifica di James Cameron, Avatar: Fuoco e Cenere è al cinema dal 17 dicembre distribuito da The Walt Disney Company Italia.

James Cameron è, letteralmente, l’uomo dei miracoli (cinematografici): nessun altro regista è riuscito a spostare così in alto l’asticella sia dei progressi tecnologici che degli incassi come lui nel corso di una carriera durata 47 anni. Nel 1989, su The Abyss, ha iniziato a sviluppare le prime tecniche di motion capture contribuendo alla creazione della prima versione di Photoshop; nel 1991, assieme alla ILM di Lucas, ha dato vita in CGI al “metallo liquido” che ha reso minaccioso e straordinario il T-1000 di Terminator 2; nel 1997, in Titanic, ha creato un set colossale e reso realistiche scene di folla sempre grazie alla computer grafica.

Nel 2009 ha rivitalizzato con Avatar una tecnologia vecchia di mezzo secolo, il 3D, utilizzando un sofisticatissimo sistema di motion capture sviluppato in sei anni di lavoro e un innovativo sistema che consentiva di avere, già nel corso delle riprese, un render digitale dei personaggi e degli ambienti in tempo reale; nel 2022, animato dalla sua inesauribile passione per il mondo subacqueo, ha sviluppato per Avatar: La Via dell’Acqua un sistema di motion capture subacqueo – facendo lavorare tutto il cast in una vasca da 4 milioni di litri d’acqua – e integrando l’intelligenza artificiale generativa negli effetti speciali e nella pre-visualizzazione delle scene.

Come se questo non bastasse, i suoi film hanno incassato circa 8,7 miliardi di dollari (meglio di lui, solo Steven Spielberg, con 10,7 miliardi), e ben tre dei dieci film da lui diretti sono tra i cinque maggiori incassi di tutti i tempi: Avatar (2,9 miliardi, 1° posto), Avatar: La Via dell’Acqua (2,3 miliardi, 3° posto), Titanic (2,2 miliardi, 4° posto). Un successo economico sbalorditivo che ha spinto i 20th Century Studios a dargli carta bianca sui sequel da realizzare. Motivo per cui, complici il perfezionismo di Cameron e la sua ossessione per la tecnologia, una pandemia globale e diversi scioperi degli sceneggiatori e attori, il primo sequel ha impiegato 13 anni per arrivare nei cinema.

Nel 2022 erano tantissimi a nutrire dubbi sulla possibilità che il film riuscisse anche solo a recuperare i circa 400 milioni di dollari di costi – una cifra assolutamente spropositata, anche per Hollywood – ma Cameron ha messo a segno un altro miracolo: più di 2 miliardi di incassi e i Na’vi ancora in pista nell’immaginario collettivo. Arrivati a questo punto, però, la storia si complica.

Tante idee ma non abbastanza

In origine Cameron aveva immaginato la realizzazione di tre sequel, da girare assieme e far uscire al cinema nel 2014, 2015 e 2016. Dopo varie traversie produttive e ritardi i sequel sono diventati quattro, con date di uscita nel 2022, 2025, 2029 e 2031. Ciò che il marketing ha abilmente occultato, anche grazie a un titolo diverso, è che Avatar: La Via dell’Acqua e Fuoco e Cenere sono, di fatto, un unico film, girato contemporaneamente. Lo stesso Cameron ha dichiarato: “Avevamo troppe grandi idee stipate nel primo atto del secondo film (La Via dell’Acqua, ndr). Procedeva veloce come un treno ad alta velocità e non stavamo approfondendo abbastanza i personaggi. Così ho detto: «Ragazzi, dobbiamo dividerlo»”. Questo è probabilmente uno degli aspetti più importanti (e critici) di questo terzo capitolo della saga, dal cui esito al botteghino dipenderà quasi certamente la realizzazione degli ultimi due capitoli.

Il secondo film si chiudeva su una vittoria parziale dei buoni e i cattivi in ritirata. Il terzo film, che arriva al cinema (ben) tre anni dopo, riparte esattamente da lì, ma senza un momento di riepilogo chiaro. Questo è il primo grosso difetto di Fuoco e Cenere, ovvero l’abbandonare lo spettatore un po’ smarrito tra legami di parentele varie e avvenimenti che quasi sicuramente non ricorderà. Superato lo spaesamento iniziale, si palesa subito il secondo grosso handicap del film: se è vero, come dice Cameron, che aveva troppe idee per un film solo, forse tocca ammettere che le idee non erano sufficienti a reggere 389 minuti di cinema (Fuoco e Cenere dura 3 ore e 17 minuti, 5 minuti in più del precedente). Così, per i primi 30 minuti di film accade poco o pochissimo: qualche esercizio di stile registico, chiacchiere in famiglia e momenti di dubbio interesse raccordati in modo poco efficace – il montaggio fa piuttosto fatica a mantenere in piedi il film, soprattutto all’inizio.

Solo dopo la prima mezz’ora la storia comincia finalmente a ingranare ma non mancheranno, in seguito, altri lunghi momenti “filler” che, alla fine dei giochi, si sarebbero potuti tradurre in una quarantina di minuti in meno che nulla avrebbero tolto al senso complessivo del film (forse Disney intende utilizzare questa durata spropositata come uno strumento di marketing per spingere le famiglie ad andare al cinema? Bigger is Better? Chissà). A questo si va ad aggiungere – terza penalità – il fatto che buona parte del finale e delle ambientazioni siano un déjà-vu del precedente film, elemento che impatta rovinosamente con l’aspettativa di un capitolo in grado di distanziarsi dal precedente, come era stato per La Via dell’Acqua.

Un impianto visivo spettacolare

Il valore complessivo di Avatar: Fuoco e Cenere viene così inficiato da un ritmo molto discontinuo, pochi momenti “wow” e una certa ripetitività degli schemi narrativi, con una serie di accadimenti legati tra loro in modo spesso forzato. Al netto di questo, però, ci sono ovviamente molti pregi, che confermano ancora una volta l’abilità di Cameron come affabulatore geniale e tra i pochi registi al mondo in grado di cimentarsi con opere dal respiro così imponente.

L’impianto creativo e spettacolare è, come sempre, lussuosissimo e unico nel suo genere: dalla varietà di creature aliene alla rappresentazione dei paesaggi, dalla fluidità dei movimenti alla cura registica nell’enfatizzare la grandiosità della messa in scena. Il design, tanto del mondo naturale quanto di quello umano, non fa rimpiangere lo sfarzo pirotecnico degli Star Wars di Lucas e rappresenta, in termini fantascientifici, il contrappeso pop all’estetica ugualmente maestosa ma senza dubbio più squadrata dei Dune di Villeneuve. Quindi si, Avatar: Fuoco e Cenere è una gioia per gli occhi (di tanto in tanto anche per le orecchie, più per gli effetti sonori che per la soundtrack, firmata dal poco noto Simon Franglen), sebbene, come anticipato, molti contesti e situazioni risultino già visti e, in alcuni momenti, ai limiti del videoludico un po’ datato.

Cattivi straordinari e tematiche affascinanti

È forse sul fronte tematico che si registrano le maggiori novità rispetto ai due precedenti capitoli. Qui si, c’è materiale a sufficienza per riempire un intero film, sebbene vada poi valutato quanto al pubblico, dopo quindici anni, interessi ancora delle vicissitudini interne alla famiglia Sully. L’aspetto sicuramente più riuscito nonché una dei principali motivi per cui vedere Avatar: Fuoco e Cenere è il lavoro svolto sui cattivi: oltre all’immarcescibile colonnello Miles Quaritch (interpretato dal carismatico Stephen Lang), alle prese con un (lieve) dissidio interiore e la sua natura di clone, fa il suo ingresso in scena la strega Varang, interpretata da una strepitosa Oona Chaplin. Il suo arrivo, unito alla scoperta di una intera tribù di na’vi dissidenti e malvagi, è una boccata d’aria fresca in un film che altrimenti sarebbe stato quasi inutile. La dicotomia alieni/umani viene così bruscamente interrotta, aggiungendo un livello di complessità maggiore a un mondo che rischiava di vivere solo della contrapposizione tra alieni buoni e umani cattivi.

Dalla coalizione tra Quaritch e Varang si dipanano una serie di avvenimenti che complicano non poco la vita di Jake Sully (Sam Worthington) e della sua compagna Neytiri. Anche quest’ultimo personaggio, interpretato magistralmente da Zoe Saldana, merita qualche parola in più: in questo film la vediamo alle prese con l’elaborazione del lutto, il riconoscimento di un figlio non suo e la rivalità con la matriarca di un altro clan (Ronal, ben interpretata da Kate Winslet). Le donne del film, tra le quali va inclusa anche la piccola Kiri (dietro le cui sembianze c’è in realtà la magnifica Sigourney Weaver), sono le autentiche protagoniste e il motore propulsore delle vicende. Fa eccezione il giovane “Spider” (interpretato da Jack Champion), un personaggio che acquisisce in questo terzo capitolo grande importanza e tra i più interessanti della saga.

Non mancano poi le tematiche care a Cameron: la difesa della natura, l’importanza della famiglia al netto dei suoi travagli interni, il fallimento del capitalismo, la lotta di Davide contro Golia, ovvero di un manipolo di eroi contro una forza soverchiante apparentemente invincibile. Insiste su tutto una visione un po’ naïve e zuccherosa (nella quale non si capisce perché Eywa, ovvero la Madre suprema, abbia sembianze umane e non na’vi), figlia di un mondo diverso da quello attale, evidentemente attraversato da altri problemi.

Il capitolo meno risolto della saga

Oltre a sopportare il peso di un decennio di ritardo rispetto alla data di uscita originariamente immaginata, questo Avatar: Fuoco e Cenere paga anche lo scotto di una evidente fatica da parte di Cameron nel tenere insieme i pezzi del mondo incredibile da lui immaginato: la sensazione è che, nonostante la grande coerenza che caratterizza i tre film, in quest’ultimo capitolo il regista si sia perso nel labirinto da lui stesso creato, dibattuto tra la fedeltà al progetto iniziale e una riscrittura che ha dovuto tener conto di un mondo che cambiava radicalmente durante la lunghissima produzione.

Anche per questo motivo Avatar: Fuoco e Cenere resta finora il capitolo meno risolto della saga, quello più penalizzato dal ritardo con cui arriva al cinema e dalle scelte del suo artefice. Ciononostante, merita di ottenere grande e ampio successo (difficile, a detta di chi scrive, che sfondi il muro dei 2 miliardi di dollari, salvo un altro miracolo!) perché portatore sano di un’idea di cinema immaginifico ricco e vitale, intelligente e spettacolare, che porta al centro dell’intrattenimento la sala cinematografica, di cui oggi come non mai è minacciata la sopravvivenza.

Nota a margine per il 3D: la sensazione è che stavolta la tridimensionalità nulla aggiunga alla narrazione e, anzi, sottragga tanto alla visione: gli occhialetti tolgono al film luminosità e colori, soffocando letteralmente la bellezza di un mondo brillante e dettagliato. Da questo punto di vista, forse, la battaglia di Cameron per in difesa del 3D può dirsi definitivamente persa…

Guarda il trailer ufficiale di Avatar: Fuoco e Cenere

GIUDIZIO COMPLESSIVO

Avatar: Fuoco e Cenere è forse il capitolo più irrisolto della saga: di fatto è una lunghissima Parte 2 di Avatar: La Via dell'Acqua e soffre di un ritmo discontinuo e una certa ripetitività di ambientazioni e situazioni. Cameron pare essersi un po’ perso nel mondo da lui stesso creato, pur non avendo smarrito il tocco magico: i valori artistici e tecnici sono ai massimi livelli, lo spettacolo per tutta la famiglia è garantito, anche grazie a tante tematiche interessanti e a dei cattivi veramente straordinari. Nota di demerito per il 3D: da vedere assolutamente in sala ma, se possibile, in un tradizionale 2D.

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