Autopsy (titolo dato al film sul mercato italiano e che abbrevia l’originale – e ben più significativo – The Autopsy of Jane Doe) è il nuovo horror americano prodotto da 42, IM Global e Impostor pictures, attive nel mercato dell’orrore audiovisivo contemporaneo, su una sceneggiatura di Richard Naing e Ian Goldberg per la regia di André Øvredal, talento svedese che si era già fatto notare con il suo precedente found footage Troll Hunter, e che con questo film segna il suo debutto a stelle e strisce.
Nella Contea della Virginia un cadavere viene portato prontamente dallo sceriffo nello studio legale del medico Tommy Tilden (Brian Cox) che dovrà eseguire durante la notte l’autopsia per indicarne le cause del decesso. Visti i tempi stretti anche il figlio Austin (Emile Hirsch) resterà per aiutarlo, ma nessuno dei due è assolutamente pronto ad affrontare ciò che troveranno all’interno del sacco: un cadavere di giovane donna, senza nome – per tale motivo ribattezzata Jane Doe – senza visibili segni esterni, ma con un quadro clinico interno fatto di sevizie, torture e cruente mutilazioni. Con il passare della notte e il procedere dell’autopsia, non solo i due medici legali dovranno scoprire le cause che hanno portato Jane alla morte, ma dovranno anche fronteggiare un’oscura e sovrannaturale minaccia che sembra aleggiare sulle loro vite, dopo aver infestato lo studio legale dove si trovano.
Inquietante, torbido, impeccabile nelle scelte di regia condotte da Øvredal, Autopsy si configura come un horror atipico soprattutto nel panorama americano, ormai saturo di film clone che ripropongono, all’infinito, schemi e logiche del terrore ormai abusati, usurati e scontati.
Il “macro tema” che balza subito agli occhi dello spettatore, quello legato ad una situazione di vita ordinaria che diventa negativamente straordinaria quando il soprannaturale vi fa irruzione con prepotenza, è trattato con originalità e fascino, giocando con i cliché del genere (obitori, tempeste, morti che ritornano, etc.) ma aggiornandoli ad una sensibilità diversa al servizio di una regia impeccabile, di stampo nordeuropeo e teatrale, capace di adattare la concezione dello spazio strindberghiano alle necessità di un film scritto per scatenare suspense e orrore.
Lo spazio è quello claustrofobico dello studio medico legale dove si svolge l’intera vicenda: un luogo dedalico ed emblematico, conosciuto e famigliare (visto anche il discorso legato proprio alla tradizione di famiglia che viene tramandata) che si trasforma in un incubo ad occhi aperti, mutando in un tipico esempio di unheimlich freudiano.
Ma ci sono altri temi nascosti in Autopsy che balzano agli occhi degli spettatori, soprattutto durante un’ideale prima parte del film (quella legata alla ricostruzione delle cause ipotetiche della morte di Jane, prima di lasciare il passo ad un ideale “secondo tempo” più canonico e scontato): il legame tra padre e figlio e una profonda riflessione sulla morte.
Tommy e Austin sono legati da un vincolo di sangue, ma Austin vorrebbe interrompere questa tradizione e svincolarsi dallo studio legale; nonostante tutto, però, accetta di restare con il padre durante l’intero arco della macabra notte. Nello stesso tempo la morte è legata al “cadavere eccellente” di Jane, giunto sul tavolo dell’obitorio senza informazioni e che continua a celare dettagli sul suo conto anche dopo: in tal modo una forza oscura ed inafferrabile, scientemente, per l’uomo si trasforma in una minaccia perfino per chi è abituato, da sempre, a “maneggiarla” con cura, così come accade a Tommy e Austin.


