lunedì, Agosto 8, 2022
HomeRecensioniAssassinio sul Nilo, recensione del film di e con Kenneth Branagh

Assassinio sul Nilo, recensione del film di e con Kenneth Branagh

La recensione di Assassinio sul Nilo, il mystery-thriller di Kenneth Branagh tratto da Agatha Christie. Nelle sale dal 10 febbraio.

Assassinio sul Nilo è il titolo del film che segna il ritorno di Hercule Poirot, l’infallibile investigatore belga nato dalla penna di Agatha Christie, sul grande schermo. Ancora una volta – dopo Assassinio sull’Orient Express – dietro la macchina da presa c’è Kenneth Branagh (lanciatissimo nella corsa agli Oscar di quest’anno con Belfast), che dirige se stesso nei panni di Poirot e un cast di stelle capitanato da Gal Gadot, Tom Bateman, Annette Bening, Russell Brand, Armie Hammer, Rose Leslie, Emma Mackey, Sophie Okonedo e Letitia Wright. Il film, girato alla fine del 2019, è finalmente pronto ad uscire nelle sale italiane dal 10 febbraio, distribuito da The Walt Disney Company Italia.

La vacanza in Egitto dell’investigatore belga Hercule Poirot a bordo di un elegante battello a vapore, lanciato in una lussuosa crociera lungo il Nilo, si trasforma in una terrificante ricerca di un assassino quando l’idilliaca luna di miele di una coppia perfetta viene tragicamente interrotta. Sullo sfondo di uno scenario epico, caratterizzato da ampi panorami desertici e dalle maestose piramidi di Giza quanto dal Tempio di Abu Simbel che sembra vegliare sui crimini e i misfatti dei vari personaggi, questa drammatica storia di un amore finito male è incentrata su un gruppo cosmopolita di viaggiatori dal look impeccabile e da segreti inconfessabili che ne minano la credibilità; a Poirot l’ardito compito di trovare il colpevole prima che sia troppo tardi.

Assassinio sul Nilo è un gustoso divertissement: complice l’ambientazione vintage ricreata a tavolino (anzi, in CGI), il profumo e i dettagli degli anni ’30 che permettono allo spettatore di evadere in un’epoca lontana, imbarcandosi in un viaggio che sembra destinato ad un finale tragico fin dalle prime battute, il film riesce a trovare delle chiavi giuste per sedurre, ammaliando sia il piacere retinico che quello puramente intellettuale del pubblico. Il meccanismo narrativo alla base del genere giallo è già, di per sé, un ottimo espediente per mantenere alta l’attenzione, coinvolgendo chi guarda in intrighi e supposizioni, svelando una verità celata a piccole dosi e seminando indizi che si dovranno poi raccogliere pian piano e, come in un puzzle, assemblare per risolvere l’enigma finale.

A salvare il film dalla monotonia è, ancora una volta, la presenza di Agatha Christie che sembra aleggiare, come uno spettro del Natale passato, sull’intera operazione: la storia è congegnata alla perfezione per essere “risolvibile” ma mai banale, semplice peccato ludico di un Cluedo interattivo le cui intenzioni sono quelle di raccontare tutt’altro, usando l’arma affilata del genere per svelare le contraddizioni e le idiosincrasie di un’epoca che non c’è più. Un tempo lontano, ma che si rivela quanto mai attuale perché tecnicamente Assassinio sul Nilo tratta di un tema universale, che ci tocca tutti da vicino: l’amore. Intrighi, avidità, gelosie, vendette crudeli si agitano sotto la superficie patinata di un’aristocrazia – e di un’alta borghesia – esclusiva ed elitaria, annoiata e vittima della maledizione del denaro, che allontana gli affetti veri lasciando intorno solo quelli che si possono comprare.

Ma il vero cuore pulsante del giallo è senza tempo, perché la riflessione sull’amore (declinato in tutte le sue sfumature) è talmente universale da valicare ogni confine fino a raggiungere la sala buia dove lo spettatore è seduto, oggi, pronto a godersi lo spettacolo. Uno spettacolo che Kenneth Branagh, da navigato professionista, sa bene come allestire per creare lo stupefacente effetto del prestigio, proprio come un mago sul palcoscenico; nonostante le libertà prese nel processo di adattamento, si dimostra ancora una volta capace di non tradire l’essenza filologica di un’opera letteraria pre-esistente, plasmandola piuttosto alle necessità che ogni media reclama. Ecco quindi che i personaggi cambiano, si adattano ai tempi moderni e ai nuovi standard, approfondiscono nuovi aspetti non presenti nel romanzo pur mantenendo il risultato inalterato, con l’essenza distillata dalla Christie nel libro che rimane inviolata.

A fronte però dello sforzo drammaturgico e concettuale, come pure delle indubbie capacità di Branagh come regista (il prologo, utile ad approfondire il passato di Poirot donandogli una nuova tridimensionalità, è un piccolo gioiello che evoca le atmosfere di 1917), resta il fatto che Assassinio sul Nilo finisce per essere appiattito e infine schiacciato dalla sua stessa forma. I personaggi, ben distanti dalla teoria creata dalla Christie, sembrano in molti casi figurine di cartone in un teatro delle ombre: si aggirano smarriti tra le scene e i fondali opulenti, funzionali solo alla scorrere di una storia che funziona, ma che perde definitivamente la propria verità.

Anche la ricostruzione della Londra degli anni ’30, dei fumosi nightclub dove si suona il blues, e infine la maestosa ricostruzione dell’Egitto con la sua Valle dei Re e il Nilo imponente si riduce ad una mera cartolina, un fondale proiettato su green screen talmente perfetto da non preoccuparsi di dissimulare la finzione, consapevole che ormai allo spettatore sia necessario poco tempo per sospendere la propria incredulità. La prima parte di Assassinio sul Nilo, inoltre, si sviluppa come un lunghissimo setup utile a raccogliere indizi e a permettere alla situazione di dispiegarsi, con il risultato di appiattire ancora una volta l’azione, tra schermaglie amorose e intrighi appena stilizzati sullo schermo. È quando ci si addentra nel giallo che il film inizia a carburare veramente, richiedendo quel piccolo sforzo interpretativo e quella collaborazione nello spettatore che non è però mai entrato veramente nel gioco del film, sopraffatto dalla natura effimera di immagini e situazioni che scorrono – pigre e perfette – evocando mondi lontani, ma senza mai scendere veramente in profondità.

Assassinio sul Nilo è un patinato divertissement architettato da un regista “prezioso” ed esperto come Branagh, che cerca di svelare la profondità dietro il perfetto meccanismo del giallo: in tal modo, il film finisce per essere un’opulenta riflessione sulle innumerevoli forme dell’amore e sulle sue fatali conseguenze. Ma la ricostruzione patinata e perfetta non contribuisce a mettere in risalto il suo sforzo, anzi, lo vanifica appiattendo la forma e i personaggi, ai quali non resta altro che vagare smarriti come marionette, pedine sul tabellone di un gioco crudele che li riduce a sagome vuote, funzionali alla narrazione ma incapaci di creare un vero transfert emotivo con gli spettatori.

Guarda il trailer ufficiale di Assassinio sul Nilo

GIUDIZIO COMPLESSIVO

Assassinio sul Nilo è un patinato divertissement architettato da un regista “prezioso” ed esperto come Branagh, che cerca di svelare la profondità dietro il perfetto meccanismo del giallo: in tal modo, il film finisce per essere un’opulenta riflessione sulle innumerevoli forme dell’amore e sulle sue fatali conseguenze. Ma la ricostruzione patinata e perfetta non contribuisce a mettere in risalto il suo sforzo, anzi, lo vanifica appiattendo la forma e i personaggi.
Ludovica Ottaviani
Ludovica Ottaviani
Imbrattatrice di sudate carte a tempo perso, irrimediabilmente innamorata della settima arte da sempre | Film del cuore: Lo Chiamavano Jeeg Robot | Il più grande regista: Quentin Tarantino | Attore preferito: Gary Oldman | La citazione più bella: "Le parole più belle al mondo non sono Ti Amo, ma È Benigno." (Il Dormiglione)

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui

RECENTI

- Advertisment -
Assassinio sul Nilo, recensione del film di e con Kenneth BranaghAssassinio sul Nilo è un patinato divertissement architettato da un regista “prezioso” ed esperto come Branagh, che cerca di svelare la profondità dietro il perfetto meccanismo del giallo: in tal modo, il film finisce per essere un’opulenta riflessione sulle innumerevoli forme dell’amore e sulle sue fatali conseguenze. Ma la ricostruzione patinata e perfetta non contribuisce a mettere in risalto il suo sforzo, anzi, lo vanifica appiattendo la forma e i personaggi.