Artemis Fowl, recensione del film di Kenneth Branagh

scritto da: Diego Battistini

L’emergenza Covid-19, come sappiamo, ha modificato il panorama distributivo cinematografico. Con le sale chiuse, le case di distribuzione si sono dovute attrezzare di conseguenza: ci sono state coloro che hanno congelato le uscite fino a data da destinarsi, alcune invece hanno usufruito delle piattaforme on demand bypassando per il momento i cinema, altre ancora hanno optato per un atteggiamento “democristiano”, usufruendo di entrambe di soluzioni a seconda dei film da distribuire. È il caso della Disney, che ha scelto di privilegiare per le pellicole più attese la sala, quindi posticipandole (Mulan e il cartoon Pixar Onward – Oltre la magia), e ha invece optato per l’uscita in streaming del fantasy (atteso sì, ma non troppo) Artemis Fowl, disponibile dal 12 giugno direttamente su Disney+.

Il motivo del diverso trattamento riservato al film diretto da Sir Kenneth Branagh (Thor) è probabilmente intuibile ancor prima di confrontarsi con l’opera, e l’intuizione non può che essere confermata a visione ultimata: Artemis Fowl, nonostante le premesse e l’impegno produttivo (negli uffici di Burbank se ne parlava già dal 2015), non è un film riuscito nel suo complesso. Tratto dalla celebre saga letteraria dello scrittore irlandese Eoin Colfer, il film scritto Michael Goldenberg Judy Hofflund racconta una storia fantastica ambientata in una realtà popolata non solo da esseri umani ma anche da figure tipiche dell’universo fiabesco: troll, elfi, nani, goblin, fate, ecc.

Artemis Fowl Jr. (Ferdia Shaw) è un ragazzo prodigio. Pur avendo appena 12 anni, la sua intelligenza sovrasta non solo quella dei suoi coetanei ma anche quella della maggior parte degli adulti. Orfano di madre, è cresciuto dal padre collezionista, Artemis Fowl Sr. (Colin Farrell), in una magione sulle coste irlandesi. Quando il genitore, a seguito di uno dei suoi misteriosi viaggi all’estero, viene rapito da un oscuro individuo che chiede in cambio della liberazione dell’uomo una potentissima arma magica, Artemis scopre, grazie anche al fido maggiordomo Domovoi (Nonso Anozie), la reale identità del padre e sopratutto l’esistenza di un mondo parallelo abitato da creature da tutti ritenute leggendarie.

Proprio per cercare di salvare il padre, Artemis decide di mettersi in contatto con gli abitanti di questo mondo sotterraneo, trovando dei fidi alleati nell’elfo poliziotto Spinella (Lara McDonnell), pupilla del capo della polizia della sfavillante città di Cantuccio, la Comandante Root (Judi Dench), e nel nano gigante Bombarda (Josh Gad). Tra strabilianti avventure, nemici mostruosi, salti spazio-temporali e molto altro ancora, Artemis si troverà coinvolto in avventure che hanno davvero dell’incredibile e metteranno a dura prova la sua intelligenza e la sua astuzia.

Per chi conosce il cinema di Kenneth Branagh, adepto shakespeareano, probabilmente risulterà difficile comprendere i motivi che hanno spinto l’attore e regista britannico ad accettare l’offerta di dirigere un film come Artemis Fowl: un’opera perfettamente in linea più che con la poetica, con la policy Disney (almeno per quanto riguarda gli ultimi anni) e destinata a un pubblico molto giovane oltre che, in generale, alle famiglie. Eppure, quello che emerge fin dalle prime sequenze del film è un tema cardine all’interno della filmografia del baronetto inglese: quello del rapporto padri/figli. Padri quasi sempre assenti, come è nel caso del genitore di Artemis, le cui ombre e le cui scelte incombono e incidono sempre sul presente e sul futuro dei propri figli.

Certo, non si tratta in questo caso di affrontare il problema da un punto di vista edipico o freudiano, come invece avveniva nel primo capitolo di Thor (ricordate il turbolento rapporto tra il dio del tuono e il padre Odino?); in Artemis Fowl la tematica fa capolino, come detto, ma è poi diluita lungo l’arco della narrazione finendo per diventare un elemento accessorio che, a livello narrativo, giustifica soprattutto il pasticcio in cui viene a trovarsi, a sua insaputa, il protagonista. In fin dei conti, siamo al cospetto di un’opera di puro intrattenimento e come tale deve essere osservata criticamente.

Da questo punto di vista, nulla si può eccepire a livello puramente estetico. Non che la caratterizzazione del mondo fantastico sotterraneo o i vari personaggi siano descritti in maniera memorabile – insomma, non siamo ai livelli di “sua maestà” Harry Potter, saga che rappresenta un po’ la pietra filosof… oh, pardon volevamo dire “la pietra di paragone” che solitamente viene chiamata in causa quando si giudicano opere di questo genere -, ma nel complesso da un punto di vista squisitamente narrativo è difficile trovare in Artemis Fowl degli oggettivi punti deboli. Certo, sovente regna il già visto e non sembra ci sia stato davvero un particolare interesse da parte dei creatori del film (regista e sceneggiatori in primis) a cercare di rinnovare un po’ l’estetica tipica del fantasy, ma è innegabile che alcune sequenze siano riuscite, a cominciare dall’assalto finale alla magione di Artemis.

Purtroppo, i veri problemi del film sono altri. Si tratta oltretutto di problemi non solo interconnessi tra di loro, come vedremo, ma anche talmente insormontabili da inibire il potenziale (e anche la credibilità) dell’operazione. Stiamo parlando, nello specifico, della caratterizzazione del protagonista e dell’interpretazione offerta dall’attore chiamato ad impersonarlo, il giovanissimo Ferdia Shaw. Diciamolo con sincerità: è mai possibile appassionarsi a una storia il cui protagonista risulta essere antipatico? Chiaramente no. Ed è un po’ ciò che accade per quanto riguarda Artemis Fowl. La caratterizzazione di questo giovane cervellone, oltretutto ricchissimo e pressoché privo di difetti (ma quale eroe che si rispetti non ha almeno un punto debole?) è profondamente respingente e costringe il personaggio a una “bidimensionalità” che non permette allo spettatore alcun tipo di immedesimazione.

Queste carenze strutturali relative al personaggio sono amplificate dall’interpretazione davvero poco convincente del giovane Ferdia Shaw, la cui inespressività alla lunga diventa davvero irritante (a memoria non si riesce a trovare un altro attore-bambino così poco fotogenico), anche se non era facile riuscire a dare anima a un personaggio così “etereo” come quello di Artemis. Insomma, un passo falso a livello di casting che incide negativamente sul film e sul giudizio che si è chiamati a dare su di esso, e che contraddistingue l’opera di Branagh dalla prima all’ultima inquadratura.

Per concludere, il progetto Disney prevede la realizzazione di altri episodi legati alla saga – i volumi di Colfer in totale sono 8 -, ma, date le premesse, non stupirebbe la scelta della major di non produrre un seguito. Naturalmente, come sempre, al pubblico spetterà l’onere di decidere del destino di Artemis e dei suoi amici, anche se la scelta di farlo giungere direttamente in streaming potrebbe già essere indicativa delle intenzioni in casa Disney.

Guarda il trailer ufficiale di Artemis Fowl

Diego Battistini

La passione per la settima arte inizia dopo la visione di Master & Commander di Peter Weir | Film del cuore: La sottile linea rosssa | Il più grande regista: se la giocano Orson Welles e Stanley Kubrick | Attore preferito: Robert De Niro | La citazione più bella: "..." (The Artist, perché spesso le parole, specie al cinema, sono superflue)


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