Ormai il pubblico (italiano e non solo) sa cosa aspettarsi da un thriller, action se preferite, meglio, da una spy story – il film è tutte e tre le cose insieme – di Matthew Vaughn. Il titolo è Argylle – La Super Spia, arriva nei cinema italiani il 1° febbraio per Universal Pictures e ha un cast, diciamolo pure, notevole. A cominciare dalla coppia di protagonisti, che sono Bryce Dallas Howard e Sam Rockwell, per proseguire con Henry Cavill, Samuel L. Jackson, Bryan Cranston, John Cena, Ariana DeBose e tanti altri.
Si parla di Matthew Vaughn e del suo senso per il cinema. È la mente, talvolta il braccio, di uno dei franchise più popolari degli ultimi anni, vale a dire Kingsman. Nel suo vocabolario la parola spionaggio è sinonimo di azione e umorismo. Ha una visione delle cose meno opprimente del Bond contemporaneo e ama il mistero. E se si allude al mistero, inevitabile che si finisca a parlare di Taylor Swift. Lecito domandarsi cosa c’entri in questa storia. Forse niente, magari tutto, dipende dal punto di vista. Potrebbe trattarsi di un colossale amo di marketing, o forse e più semplicemente è il frutto discutibile (in questo caso abbastanza innocuo) del tipico delirio (social)complottista. Argylle –
Argylle è l’adattamento – sceneggiatura di Jason Fuchs – dell’omonimo romanzo, il fortunato debutto, di una misteriosa scrittrice americana, Elly Conway. Incidentalmente, Elly Conway è il nome della protagonista. Misteriosa, l’autrice, perché di lei si sa poco o niente; le note biografiche sul sito della casa editrice italiana, Mondadori, parlano di una nativa “di Upstate New York” che ha scritto “il suo primo romanzo mentre lavorava come cameriera in un ristorante aperto di notte”. L’impossibilità di associare al nome un volto e una serie di coraggiose associazioni, non ultima la centralità nella storia di un gatto: tanto è bastato a scatenare la fantasia di molti. Va detto che se Vaughn ha perentoriamente sgonfiato lo Swiftgate (scusate), il resto del cast ha mantenuto un profilo più ambiguo. Ecco, ambiguità è una parola che descrive bene il gioco al centro della storia.
Dal romanzo di spionaggio alla realtà, sola andata
All’inizio di Argylle – La Super Spia, Elly Conway (Bryce Dallas Howard), e noi con lei, sa esattamente cosa sia la realtà e cosa sia la finzione. L’universo in cui si muove l’agente Argylle (Henry Cavill) in compagnia del fido Wyatt (John Cena), della geniale Keira (Ariana DeBose) e della perfida LaGrange (Dua Lipa), è a una tranquillizzante distanza di sicurezza dal nostro. È il parto della fervida immaginazione di un’autrice di successo – la serie di “Argylle” conta quattro volumi pubblicati e un quinto in arrivo, ma solo nel film – amata dai fan e letta dalle spie, quelle vere.
Elly comprende la realtà geopolitica e le dinamiche del gioco spionistico con una sottigliezza che sconcerta persino quelli del mestiere. Nel quotidiano, è la persona meno eroica del mondo. Non ha una vita sociale o sentimentale, alla mamma (Catherine O’Hara) spiega che scrive storie di spie e non romanzi d’amore per una ragione, e vive tutta sola con il gatto Alfie, uno Scottish Fold (come Taylor Swift). Non si aspetta molto dalla vita. Si incaglia sul finale del quinto libro. Non ha le idee chiare. È un problema, soprattutto per la sua incolumità. La miccia è la miracolosa lungimiranza di una scrittrice tanto brava da immaginare una storia più vera del vero. Tutti i libri, in particolare il quinto non ancora uscito, raccontano senza volerlo un mucchio di cose realmente accadute. Basta un’adrenalinica scazzottata sul treno e la vita di Elly cambia registro.
Non più spettatrice consapevole di una fantasia orchestrata a debita distanza, ma protagonista senza rete di sicurezza di un complotto da cui non è scontato uscire tutti interi. Lo shock è grande e Matthew Vaughn lo imbriglia modellandolo sui canoni dello standard action hollywoodiano: scenari esotici, abiti eleganti, azione. Elly ha solo una persona dalla sua parte, si chiama Aidan (Sam Rockwell) ed è una vera spia, in fisico e postura lontano anni luce dall’atletico Argylle ma comunque efficace. Il nemico è la Divisione, simil Spectre con a capo il mefistofelico Ritter (Bryan Cranston). Nel mezzo, una serie di figure di cui ci si può fidare o forse no, da Samuel L. Jackson a Sofia Boutella. Se i film sono come treni nella notte, la progressione di Argylle è sorretta da una lucida follia.

Realtà vs. menzogna, in pieno stile hollywoodiano
Realtà e menzogna sono mondi separati da una cesura tranquillizzante, la penna di una scrittrice. Nel mezzo, tutto si mischia e non è più possibile tracciare contorni netti. E alla fine della storia? Servendosi della naturale opacità di un mondo ai margini della vita ufficiale, Matthew Vaughn costruisce un castello di carte in cui niente e nessuno è quel che sembra. Inquietante e provvidenziale, lo scivolamento della protagonista: dalla rassicurante e sonnacchiosa placidità di una vita davanti al computer (ma potrebbe trattarsi dello schermo di una sala cinematografica), la dannata comfort zone per intenderci, al più delirante degli intrighi internazionali.
La morale della favola – oltre la cornice di un’azione indiavolata, nella stilizzazione della violenza e nell’umorismo che sdrammatizza ogni cosa per rendere credibile l’incredibile – ci ricorda che solo il cocktail caotico di realtà e menzogna, la confusione delle prospettive, l’abbandono delle nozioni preconcette, ci dà la speranza di trovare noi stessi. Perché è questo che fa Elly, prima senza accorgersene, poi in modo sempre più consapevole. Lascia andare la pigra vita di prima per appropriarsi di un’identità certo molto scomoda, ma anche più autentica. Il suo approdo è un limbo in cui le linee di separazione (tra vero e falso, bene e male) non esistono, o se ci sono si intravedono a stento. È comunque il posto giusto. Il film la accompagna imponendosi di non appesantire il tono del discorso. L’odissea esistenziale della protagonista è una rumorosa, calorosa e improbabile spy story. Anche molto divertente.
Argylle – La Super Spia ha più interesse a mischiare realtà e menzogna che a riflettere su implicazioni e conseguenze del mix esplosivo. La preoccupazione di Matthew Vaughn è cucinare un intrattenimento adrenalinico ma di una certa eleganza, che sappia intrecciare viaggi intorno al mondo, improvvise epifanie esistenzial/sentimentali, tensione violenta e umorismo. Il film lavora sul crinale di un’ironica contraddizione, perché si parla di verità e menzogna, del carattere sdrucciolevole delle apparenze, nel quadro della più sofisticata e perversa delle bugie: l’artificio hollywoodiano. Vaughn gioca e rielabora personalità e vezzi dei suoi interpreti. Vale per la il carisma goffo ma tenace di Bryce Dallas Howard, per il diabolicamente divertente Bryan Cranston, per la fisicità impassibile e autoironica di John Cena. Vale soprattutto per Henry Cavill, che qui è un Bond più vero del vero; il suo Argylle è un gancio scherzosamente provocatorio agli eterni spifferi che lo vogliono 007 dopo un’attesa estenuante. Si vedrà.
E se non tutte le illustri partecipazioni del film risultano adeguatamente valorizzate, a dispetto di una durata importante e forse eccessiva (2 ore e 19 minuti), la più notevole delle eccezioni è l’estro convincente e sopra le righe di un bravissimo Sam Rockwell. In ammirevole equilibrio sul confine tra menzogna e verità, spinge l’acceleratore sull’umorismo del suo agente segreto perché sa che solo così la storia tiene: accettandone senza remore l’implausibilità. Una regia più coraggiosa avrebbe giocato su temi e sfaccettature di Argylle per trovare un’emozione più complessa e un’azione più incalzante. Il prodotto finito è una solida spy story che non chiede allo spettatore niente di più della disponibilità ad accettare un pugno di assurdità in cambio di un divertimento consolidato.


