sabato, Novembre 27, 2021
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Annette, recensione del nuovo film di Leos Carax

La recensione di Anette, il nuovo film di Leos Carax con protagonisti Marion Cotillard e Adam Driver. Nelle sale italiane dal 18 novembre.

Annette è il film che riporta il talento imprevedibile di Leos Carax davanti alla macchina da presa: a distanza di anni dal cult Holy Motors (2012), il regista francese torna a raccontare una storia d’arte, amore e dolore attraverso il suntuoso linguaggio estetico del musical, firmando in tal modo il suo primo film in lingua inglese con protagonisti Marion Cotillard e Adam Driver (visto di recente in The Last Duel e presto nell’atteso House of Gucci). Il film, che ha partecipato all’ultima edizione del Festival di Cannes permettendo a Carax di vincere l’ambito premio per la Miglior Regia, uscirà nelle sale italiane il 18 novembre è sarà distribuito in lingua originale inglese con sottotitoli in italiano, per permettere al pubblico di non perdere la bellezza delle partiture musicali (e della sceneggiatura) scritta dagli Sparks.

Il film è ambientato nella Los Angeles dei giorni nostri, dove Henry (Driver) è uno stand up comedian dall’umorismo tagliente mentre Ann (Cotillard) è una cantante lirica di fama internazionale. Sotto i riflettori e gli sguardi vigili dei paparazzi sembrano la coppia perfetta, sana, felice e affascinante sulla cresta dell’onda. Ma una crisi coniugale sempre più cupa e la nascita della loro prima figlia Annette, una bambina misteriosa con un dono eccezionale, cambierà le loro vite per sempre costringendoli a confrontarsi con i propri demoni interiori.

Annette è un suntuoso affresco musicale capace di riflettere tanto sul cinema, sull’Arte e infine sulla macchina cinema stessa, spingendo lo spettatore a meditare attraverso un viaggio visivo ed uditivo rutilante, onirico e metaforico. Un esperimento audiovisivo bizzarro e mozzafiato che risente, però, di alcune lungaggini strutturali e di un intricato dedalo di significati allegorici. Il risultato finale, ammirato dalla giusta distanza, si svela agli occhi dello spettatore con la maestosità impenetrabile degli arazzi fiamminghi, ricchi e opulenti tanto da riempire l’horror vacui cancellandolo per sempre; anche il film di Carax è capace di riempire lo spazio e i silenzi, tessendo un’abile tela dove suoni, rumori, immagini e inquadrature coesistono in un equilibrio barocco che omaggia il cinema e le sue sovrastrutture.

Ed è proprio il cinema, infatti, il fil rouge tecnico che lega le immagini pronte a narrare la storia che Carax vuole raccontare, ad ogni costo, al suo pubblico: una storia che si dipana attraverso la potenza – visionaria e visiva – di un’opera rock, grazie alla splendida partitura musicale composta dai fratelli Sparks, capaci di costruire una drammaturgia musicale quintessenziale, in grado di mandare avanti la storia di Henry e Ann. Perfino i personaggi, funzionali comunque alla composizione musicale d’insieme, sono ben strutturati e sfaccettati, incarnazioni universali di archetipi che popolano tanto l’immaginario cinefilo quanto quello del pubblico, che li riconduce subito al sottobosco dell’ambiente artistico.

E in quest’ottica Annette è proprio un film che riflette sull’Arte, sul suo ruolo ma soprattutto sull’effetto che quest’ultima sortisce su chi ne è attratto, richiamato da un canto invisibile seducente come quello delle sirene di Odisseo. Henry e Ann sono due facce della stessa medaglia, artisti accecati dal loro stesso successo, stelle solitarie che finiscono per collidere violentemente tra loro, divorati da una passione distruttiva: la stessa che anima la tradizione dell’Opera italiana da sempre, tra Tosca e Violetta. Amori tormentati, amori dolorosi, amori brucianti e distruttivi: ma anche amori egoisti, incapaci di donare nei sentimenti, tanto da arrecare dolore e senso di colpa. Ed ecco quindi che Annette, la bambina-marionetta “magica” del titolo, occhieggia al Pinocchio di Collodi, ad un burattino smarrito in cerca di un amore che non può ricevere.

A discapito della bontà complessa delle premesse orchestrate da Carax e della resa tecnica eccezionale del film, Annette risente però di alcuni “effetti collaterali” frutto di determinate scelte (o di incompiute decisioni) determinate sul piano tecnico. La regia del cineasta francese è eccezionale e creativa, capace di dare spazio all’Arte per esprimersi in musica; la macchina da presa segue i movimenti di Henry e Ann, li spia nel pubblico quanto nel privato, rimane contaminata dalle loro decisioni impulsive e asseconda i loro slanci emotivi. La quarta parete è dichiaratamente infranta fin dall’inizio, ponendo gli spettatori nella condizione di voyeur volontari di una messinscena teatrale e operistica, caratterizzata dalle tinte forti e da un crescendo degno di un melodramma.

Tra gli “effetti collaterali” che inibiscono, purtroppo, l’impatto dirompente di Annette sul pubblico, c’è sicuramente la durata imponente del film che sembra risentire di un montaggio indulgente, incapace di regolare fino in fondo il ritmo dell’opera, che rimane vittima della sua stessa personalità. E proprio la sua struttura ingombrante, allegorica e onirica, capace di dispiegarsi tra metafore e vari strati di lettura, si rivela come un’ulteriore “arma a doppio taglio” intrigante ma (fin troppo) complessa, capace di disorientare durante la visione e di far perdere il senso dell’orientamento al pubblico, smarrito nel conflitto tra sentimento, piacere retinico, percezione e lucida rielaborazione.

Guarda il trailer italiano ufficiale di Annette

GIUDIZIO COMPLESSIVO

Annette è un suntuoso affresco musicale capace di riflettere tanto sul cinema, sull’Arte e infine sulla macchina cinema stessa, spingendo lo spettatore a meditare attraverso un viaggio visivo ed uditivo rutilante e suntuoso, onirico e metaforico. Un esperimento audiovisivo bizzarro e mozzafiato che risente, però, di alcune lungaggini strutturali e di un intricato dedalo di significati allegorici.
Ludovica Ottaviani
Imbrattatrice di sudate carte a tempo perso, irrimediabilmente innamorata della settima arte da sempre | Film del cuore: Lo Chiamavano Jeeg Robot | Il più grande regista: Quentin Tarantino | Attore preferito: Gary Oldman | La citazione più bella: "Le parole più belle al mondo non sono Ti Amo, ma È Benigno." (Il Dormiglione)

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