Un’auto percorre le strade buie che costeggiano il deserto americano. All’interno dell’abitacolo, una famiglia felice: madre e padre giovani, una figlia adolescente ribelle e non troppo contenta del weekend programmato a Marfa, cittadina del Texas nata dalle ceneri del nulla. Ma la loro esistenza sta per compiere una manovra sbagliata lungo il rettilineo del destino, quando prestano attenzione ad un’altra auto che li sta speronando, con a bordo un gruppetto di giovani capitanati dall’esaltato Ray Marcus, pronto a far vivere alla tranquilla famigliola la peggiore notte della loro vita.
È spiazzante vedere come l’inquietudine si stemperi all’improvviso con un brusco primissimo piano del volto bianco e turbato della gallerista Susan Morrow (Amy Adams), vera protagonista intorno alla quale ruota il motore immobile progettato dal regista/stilista Tom Ford, qui alla sua seconda, sublime, regia con Animali Notturni, vincitore del Gran Premio della Giuria durante l’ultima edizione del Festival di Venezia.
Ispirandosi al romanzo di Austin Wright “Tony and Susan”, il regista riesce ad architettare con precisione chirurgica e fastidioso voyeurismo un thriller onirico con echi impazziti che rimbalzano da Lynch a Hitchcock, mentre sullo schermo lo spettatore assiste impotente alla vicenda di Susan, gallerista d’arte contemporanea di Los Angeles, ingabbiata in una vita insoddisfatta – e in un ménage alla deriva – accanto al prestante- e fedifrago – marito Walker Morrow (Armie Hammer).
Un brivido sembra esserle restituito da un manoscritto recapitato a casa sua ed inviatole dal suo ex marito, Edward Sheffield (Jake Gyllenhaal), che non sente da anni. L’uomo, scrittore, è riuscito alla fine a scrivere il romanzo che inseguiva da anni, intitolato appunto “Animali Notturni” e dedicato proprio alla ex moglie. La donna, con curiosità, comincia a leggere, scivolando lentamente in un minaccioso vortice di violenza e vendetta, elementi fondamentali alla base della storia dell’inetto “uomo di paglia” Tony (sempre Gyllenhaal) che assiste impotente al rapimento della moglie e della figlia durante una silenziosa notte nel deserto del Texas.
Forte di una trama complessa che si sonda, dedalica, tra i labirinti insidiosi della metanarrazione, Ford è talmente abile da non perdere mai il filo della narrazione: saturando – come in una sorta di ancestrale horror vacui – ambienti, personaggi, paesaggi e situazioni con accessori, colori e pennellate, crea un affascinante film sulla vendetta incentrato sulla potenza deflagrante dell’assenza e sulla tensione che essa crea (non solo Susan, ma anche noi spettatori attendiamo prima o poi la comparsa di Edward, dopo aver spiato – attraverso i flashback – fragili squarci del loro passato di coppia, alla ricerca delle invereconde azioni compiute dalla donna che li hanno spinti fino alla separazione).
L’intera vicenda può essere interpretata come un inquietante e perverso gioco di specchi e transfert, con il “cane di paglia” Tony in cerca della propria rabbiosa vendetta proprio come Edward lo scrittore sottovalutato, capace alla fine – dopo anni – di dimostrare alla sua ex moglie non solo di essere riuscito a scrivere un grande romanzo, ma di poter minare attraverso quest’ultimo la vita patinata ma irreale della donna, che invece trova il suo “doppio” proprio nell’aguzzino Marcus e nelle sue sprezzanti parole cariche di disprezzo.
Un senso crescente di inquietudine e pericolo sembra aleggiare sull’intero film: da un momento all’altro l’inevitabile sembra essere pronto a fare irruzione nella realtà sbucando come un parto oscuro del sonno della ragione, accompagnato dalle sinistre note della colonna sonora composta da Abel Korzeniowski che ricorda da vicino le partiture e le suggestioni di Hitchcock e del suo Vertigo, così come la realtà rassicurante che si trasforma in unheimlich ricorda da vicino gli incubi evocati da Lynch, e che trovano corpo nelle interpretazioni magistrali della Adams, di Gyllenhaal, ma soprattutto nei corpi nervosi ed effimeri di Aaron Taylor-Johnson e Michael Shannon.


