lunedì, Luglio 4, 2022
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American Assassin recensione del film con Dylan O’Brien

American Assassin è il film diretto da Michael Cuesta tratto dall’omonimo romanzo di Vince Flynn, creatore del personaggio di Mitch Rapp, protagonista di una felice saga bestseller in tutto il mondo ed edita in Italia da TimeCrime (Fanucci Editore). Il romanzo risale al 2010, ma solo adesso approdano sul grande schermo le adrenaliniche imprese della giovane recluta della CIA perseguitato da un orribile passato.

Studente universitario, Mitch Rapp è anche un giovane atleta promettente. Quando l’amata fidanzata perde la vita durante un attacco terroristico il ragazzo, sconvolto, decide di consacrare la propria vita alla vendetta. Assoldato prima clandestinamente e poi in via ufficiale, inizia un duro allenamento in una sezione speciale della CIA, sopportando mesi di dure prove fisiche e psicologiche pur di portare a termine il proprio intento.

Un giorno è il veterano della Guerra Fredda Stan Hurley, nonché suo preparatore, ad arruolarlo in una missione segreta con l’obiettivo di indagare su un furto di 15 kg di plutonio, un innesco atomico e alcuni attacchi previsti in Medio Oriente: così, seguendo una lunga scia di sangue, menzogne e pericoli, si inoltra nella più grande polveriera d’Europa e in un rischioso piano atomico che minaccia l’umanità.

American Assassin risulta un prodotto valido, un imponente disimpegno per il pubblico alla ricerca di emozioni forti ma quanto mai tradizionali

Con protagonisti della scena giovani attori carismatici come Dylan O’Brien e Taylor Kitsch affiancati da veterani di Hollywood come Michael Keaton, American Assassin risulta un prodotto valido, un imponente disimpegno per il pubblico alla ricerca di emozioni forti ma quanto mai tradizionali.

La solida sceneggiatura del film deve molto all’impianto letterario, risultando efficace quanto inaffondabile nella sua perfetta geometria meccanica; anche la regia di Cuesta si presta al “gioco” dello schermo, mostrando personalità e un certo occhio specifico soprattutto nelle (molte) scene d’azione che costellano i dialoghi, incalzanti e taglienti.

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American Assassin recensione del film con Dylan O’Brien

American Assassin trova la propria debolezza nel cambiamento brusco tra una prima parte “propedeutica” – la giovane spia ribelle che si allena per entrare nella CIA – e una seconda, costruita prettamente per scivolare – senza impegno – verso il secondo plot twist e l’ultimo, risolutivo, atto della vicenda. La parabola che Cuesta e il team di sceneggiatori composto da Stephen Schiff, Michael Finch, Edward Zwick e Marshall Herskovitz costruiscono, è plausibile pur essendo in puro stile americano, eccessivo e fantasmagorico.

American Assassin, infatti, tradisce con difficoltà le proprie origini “a stelle e strisce”, rinsaldando invece quel legame atavico che intercorre tra la società statunitense e un certo cinema “virile” di genere, quello che ha visto protagonisti incontrastati per un decennio eroi pronti all’azione pur di salvare il mondo, mettendo sé stessi in pericolo.

American Assassin tradisce con difficoltà le proprie origini “a stelle e strisce”, rinsaldando quel legame atavico che intercorre tra la società statunitense e un certo cinema “virile” di genere

Mission: Impossible, Die Hard, True Lies, Demolition Man, Tango e Cash: sarebbero davvero troppi i titoli da citare in questa sede, esempi di un certo cinema figlio del suo tempo che si dimostra però, con le opportune modifiche e correzioni, capace di valicare quei confini spazio-temporali, intrattenendo ancora oggi gli spettatori e creando un ponte con la realtà.

E quest’ultima sbuca prepotentemente in American Assassin, destabilizzando forse un po’ troppo lo spettatore ormai abituato ai recenti – e drammatici – fatti di cronaca, impedendogli in tal modo di abbandonarsi, completamente, al patto di finzione che intercorre entrando nella sala cinematografica: per fortuna è solo con l’iperbolico crescendo verso il quale vira il film che si recupera una sospensione dell’incredulità in grado di rendere piacevole e disimpegnata la visione.

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Ludovica Ottaviani
Ludovica Ottaviani
Imbrattatrice di sudate carte a tempo perso, irrimediabilmente innamorata della settima arte da sempre | Film del cuore: Lo Chiamavano Jeeg Robot | Il più grande regista: Quentin Tarantino | Attore preferito: Gary Oldman | La citazione più bella: "Le parole più belle al mondo non sono Ti Amo, ma È Benigno." (Il Dormiglione)

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