lunedì, Maggio 23, 2022
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America Latina, recensione del film dei Fratelli D’Innocenzo

La recensione di America Latina, il nuovo film dei Fratelli D'Innocenzo con protagonista Elio Germano. Dal 13 gennaio al cinema.

Se c’è una cosa che abbiamo imparato dalla visione de La terra dell’abbastanza e Favolacce, è che quello dei Fratelli D’Innocenzo non è un cinema facile, rassicurante, né tantomeno consolatorio. Al contrario, è un cinema complesso, inquietante, a tratti anche imperscrutabile: di sicuro, un cinema che richiede il coinvolgimento attivo dello spettatore, a cui viene chiesto di interrogarsi costantemente su ciò che osserva, colto durante la visione da una turbinio di sensazioni assolutamente contrastanti tra loro.

Dal punto di vista di chi scrive, questo è forse uno dei compiti più importanti che registi e sceneggiatori dovrebbero assolvere quando decidono di sottoporre le loro opere al giudizio insindacabile (a torto o a ragione) di chi si troverà a doverne o volerne fruire: il cinema (così come l’arte in generale) deve stimolare l’immaginazione, deve scuotere le coscienze, deve spingere a riflessioni profonde. Deve emozionare, deve travolgere, deve sconvolgere; può anche inorridire in alcuni casi, magari lasciare indifferenti, ma l’importante è che la visione di un film generi sempre e comunque, nel bene o nel male, un dibattito.

Solo allora, probabilmente, l’obiettivo di chi quell’opera d’arte l’ha concepita potrà definirsi raggiunto. E se c’è una cosa che i Fratelli D’Innocenzo sanno fare molto bene – che piaccia o meno – è proprio quella di lasciare sempre lo spettatore con tante risposte e altrettante domande, trasportandolo durante la visione in un lungo viaggio attraverso le insidie dell’animo umano; un viaggio a metà strada tra sogno e incubo che, inevitabilmente, costringe alla resa dei conti più intricata e spaventosa di tutte: quella con gli oscuri e insondabili labirinti della mente.

Impossibile restare anche lontanamente imperturbabili di fronte ad America Latina, l’ultima fatica dei registi e sceneggiatori romani che, dopo la presentazione in anteprima all’ultima edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, si appresta a fare il suo attesissimo debutto nelle sale italiane a partire dal prossimo 13 gennaio, ampliando ulteriormente un discorso tanto spinoso quanto affascinante sul buio che alberga nell’animo di ogni essere umano e sul torbido che si annida in ogni nucleo familiare, persino in quello all’apparenza perfetto.

Tralasciando qualsivoglia dettaglio sulla trama del film (anzi, sarebbe meglio non conoscere nulla della storia prima di recarsi in sala), è invece opportuno concentrarsi su un aspetto che contribuisce a rendere il cinema dei Fratelli D’Innocenzo assolutamente riconoscibile: la consapevolezza che il mezzo cinematografico necessita di essere usato come vera e propria espressione di un complesso architettonico esigente in cui nulla deve essere lasciato al caso, e dove è proprio la convergenza di elementi imprescindibili a dare forma e sostanza al racconto, donando allo spettatore tanti piccoli indizi – non solo attraverso la parola, quindi il dialogo, ma anche e soprattutto attraverso l’immagine – per arrivare allo scioglimento finale dell’enigma.

Dove si nascondo questi indizi? In una messa in scena ricercatissima, dove ogni elemento visivo contribuisce a rendere ancora più raffinato e intriso di riferimenti (che vanno dal cinema stesso alla letteratura e alla pittura) il quadro all’interno del quale vaga irrequieta l’anima perduta di Massimo (un Elio Germano tanto laconico quanto strepitoso), specchio di un’umanità fragilissima, inerme di fronte al degrado e alla perversione che inquina la quotidianità e al tempo stesso logora la mente, rendendoci esteriormente impeccabili ma interiormente squallidi, vittime e al tempo stesso carnefici.

Ecco quindi che il dramma intrinsecamente correlato alla realtà de La terra dell’abbastanza si mescola alla dimensione favolistica, quasi surreale, che aveva già caratterizzato Favolacce, dando vita ad un film che si colloca esattamente a metà strada, laddove l’abnegazione e la correttezza si scontrano con l’imprevedibile e l’assurdo, dove si ricerca l’imperturbabile e la calma e si finisce per essere schiavi dell’irrazionalità e della depravazione, come impossessati dal più scaltro e feroce dei demoni, condannati ad osservare inermi i sogni infrangersi e soccombere al nostro personale inferno.

America Latina è una storia che mette a dura prova lo spettatore, ponendolo di fronte ad un crisi profonda che scaturisce dall’impossibilità di trovare risposte univoche; semmai risposte che possono risultare in contraddizione le une con le altre a mano a mano che i minuti scorrono, le immagini si aggrovigliano, i colori si intensificano, i generi si mescolano, i corpi si modificano e si dissolvono, e il viaggio nella vita (e nella mente) di Massimo diventa sempre più inquietante e disturbante, a tratti fastidioso, persino insostenibile in alcuni momenti, non per questo meno appassionante e sconcertante.

Guarda il trailer ufficiale di America Latina

GIUDIZIO COMPLESSIVO

America Latina è una storia che mette a dura prova lo spettatore, ponendolo di fronte ad un crisi profonda che scaturisce dall'impossibilità di trovare risposte univoche; semmai risposte che possono risultare in contraddizione le une con le altre a mano a mano che il viaggio nella vita (e nella mente) di Massimo diventa sempre più inquietante e disturbante, a tratti fastidioso, persino insostenibile in alcuni momenti, non per questo meno appassionante e sconcertante.
Stefano Terracina
Cresciuto a pane, latte e Il Mago di Oz | Film del cuore: Titanic | Il più grande regista: Stanley Kubrick | Attore preferito: Michael Fassbender | La citazione più bella: "Io ho bisogno di credere che qualcosa di straordinario sia possibile." (A Beautiful Mind)

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