mercoledì, Luglio 6, 2022
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Amanti, recensione del film con Pierre Niney e Stacy Martin

La recensione di Amanti, film di Nicole Garcia con protagonisti Pierre Niney, Stacy Martin e Benoît Magimel. Dal 16 giugno al cinema.

È possibile muovere le “marionette” (una Donna-Ragno dai “fili” assai fragili, lo Spasimante Fallito, sciocco eppure pronto al delitto, il Ricco Consorte da uccidere ma, a sorpresa, guardingo) del più puro noir anni ’40 sul fondo scialbo della seconda decade del 2000, fra cieli coperti, arredi minimali e pericolosi abbagli di gioventù, senza creare “dissonanze” e, insieme, non cedere alla tentazione dell’omaggio cinefilo? Se lo domanda Nicole Garcia che sembra vivere il suo Amanti (da poco in sala con “Movies Inspired”) come una sottile sfida verso lo spettatore di oggi, disattento e magari ignaro di chi siano Raymond Chandler, James M. Cain e ugualmente i grandi temi, ben nascosti nel tessuto della narrazione, «di fuoco e di lacrime» del Romanticismo. Ambizioni giuste, esito assai inferiore.

Peccato, perché il cammino artistico della Garcia, classe ’46, si è sempre distinto per sagacia e misura non comuni, rimanendo tutt’ora in attesa di uno studio che valorizzi al meglio questa carismatica, quasi schiva professionista. Chiome biondo miele, voce bassa e appena graffiata, profondi occhi marroni, lineamenti in cui si fondono dolcezza e diffidenza aristocratiche (simili, per certi versi, a Giuliana De Sio), la vedemmo in tutta la sua flessuosa, scavata nudità a fianco di Cristophe Malavoy in Pericolo nella dimora, fra i polar transalpini più visionari e sottovalutati di metà anni ‘80. Attratta dal mare, dal volto segreto delle grandi città e dalle tavole della ribalta fin da ragazza, ha attraversato con levità oltre trent’anni di cinema, guidata da maestri quali Rivette, Lelouch, Resnais, Miller come pure i nostri Francesca Comencini, Giovanna Gagliardo e Roberto Faenza, rispettivamente ne La luce del lago, il “borgesiano” Via degli specchi e Copkiller, torvo poliziesco “alla Friedkin”, tutte e tre opere anomale nel panorama italiano. Se escludiamo la recente apparizione ne Il mio profilo migliore di Nebbou pare chiaro che Nicole Garcia si senta più attratta da ciò che avviene “dietro” anziché “davanti” la macchina da presa. Tuttavia, come scritto, l’ultima fatica da regista, la nona per l’esattezza, non convince. Ripercorriamone in breve la storia.

Orfana di madre, prossima all’espulsione dall’istituto alberghiero dove è iscritta, Lisa (Stacy Martin) non ha che il padre (Nicolas Wanczycki), esploratore militare spesso fuori casa perché in missione. Simon (Pierre Niney) è la “pecora nera” della famiglia: dita incollate allo smartphone, bugiardo cronico, traffichino e spacciatore ai margini della stessa malavita. Non si può dire che il Fato abbia loro riservato le migliori carte. La passione, quella cieca, balorda, che rende folli e fa sentire invincibili, non risparmia i due giovani. Lei vorrebbe che l’amato prendesse un’altra strada, lui fa finta di niente. Mal gliene incoglie: una sera Pierre-Henri (Christophe Montenez), “cliente” di Simon e, forse, suo vecchio compagno di scuola, stramazza a terra per una dose mal tagliata di eroina. Pulito l’appartamento dalle impronte, Simon fugge all’estero. Lisa resta sola. Passano gli anni: la nostra ha voltato pagina, accompagnandosi a Ginevra con il maturo Léo (Benoît Magimel, nella sua miglior prova d’attore), consulente finanziario. Nel corso di una breve vacanza in un’isola delle Mascarene (la coppia spera di adottare un trovatello del posto), Lisa ritrova Simon sotto le mentite spoglie di un inserviente d’albergo. Si riaccende la fiamma (in realtà mai affievolita) e con essa tornano a stagliarsi le menzogne, i sudori freddi, gli egoismi, le scelte inutilmente estreme e, per uno dei due (ma il pubblico fino in fondo non saprà chi), l’ombra dell’obitorio, come si può già intuire da una scena quando, sullo schermo casalingo di Simon, passano le immagini del kubrickiano Rapina a mano armata

Il fascino del cinema noir, da Wilder a Chabrol, da Walsh a Marchal, è proprio quello di farci “parteggiare” per i protagonisti aldilà delle gesta criminose, dell’incerta, talvolta brutalmente infranta linea di demarcazione tra Voluttà e Dovere, Innocenza e Dannazione. Viceversa, la sceneggiatura di Jacques Fieschi (collaboratore di Claude Sautet), suddivisa in tre atti (Parigi, Oceano Indiano, Ginevra), secca e antiretorica (fin troppo), non invita mai a questa “perversa” eppure necessaria immedesimazione. Non una volta, non un’azione o passaggio della trama che “offra il braccio” allo spettatore, consentendogli di provare non solo una certa empatia ma anche il minimo interesse nei riguardi di Lisa e Simon (gli interpreti non aiutano, nonostante gli umanissimi umori), esuli senza dimora, facili prede di mollezze e illusioni, naufraghi prima ancora di imbarcarsi. Tutto è uguale, cinereo, soffocante, dalle scenografie di Thierry Flamand (Submergence) alle luci di Christophe Beaucarne (Illusioni perdute) senza mai però sconfinare nel metafisico o farsi realmente specchio dell’animo dei personaggi; tutto odora di chiuso, di “inumano”, di carta da banconote, perfino gli squarci di erotismo nell’esotica laguna della parte centrale (in ciò Amanti ricorda un po’ Il corpo di Luigi Scattini) non “turbano” ed emanano altresì del tanfo sintetico.

Per una pellicola che si proponeva di essere una moderna, ermetica rilettura della tragedia di Paolo e Francesca non sono limiti da poco. Proprio così. Durante la sua “ultima cena”, il colto, malinconico Pierre-Henri, dopo aver chiamato affettuosamente Simon “cavaliere della notte”, rivolge un complimento a Lisa dicendole che gli ricorda un dipinto nel quale due morbide figure emergevano dal buio. Non viene nominata ma la tela è quasi certamente Les ombres de Paolo et Francesca apparaissant à Dante et à Virgile (1855) del franco-olandese Ary Scheffer, conservata al Louvre, liberamente ricreata nel prologo di Amanti: perdendosi candidamente l’uno nell’altra, dell’opera d’arte Lisa e Simon ci restituiscono una simile sensazione di «impossibilità a distinguere il dolore dal piacere, il lenzuolo del talamo dal mortale sudario» (M. B. Curuz), mettendo in guardia, sull’esempio della cantica dantesca, dalle insidie di un amore in apparenza puro. Altri episodi denotano la sensibilità di Nicole Garcia: Simon che declina l’invito di Pierre-Henri a visitare una mostra di Hokusai la cui “grande onda” tornerà poi sotto gli occhi del ragazzo come segno della vita “reale”, benigna che egli non ha avuto il coraggio di scegliere; l’incontro fra Lisa e una cameriera che frequentò il suo stesso istituto; il materialismo e, al contempo, l’amara indulgenza di Léo verso i piani della moglie («Non hai colpe, era il primo amore. Ci si promette molto e si aspetta molto»)… ma non bastano a risollevare una visione tediosa, lontana dai risultati migliori dell’autrice (si vedano Place Vendôme e il potente L’avversario).

Sono da menzionare la fine Roxane Duran (sguardo liquido, capelli porporini, è ora che le scrivano un ruolo da protagonista assoluta: se lo merita) e l’orecchiabile colonna sonora di Grégoire Hetzel che include l’aria “Verdi prati, selve amene” dall’Alcina di Händel. Per un confronto, si consigliano Ossessione di Luchino Visconti e Monika e il desiderio di Ingmar Bergman.

Guarda il trailer ufficiale di Amanti

GIUDIZIO COMPLESSIVO

lla sua nona regia, Nicole Garcia propone attraverso Amanti nientemeno che una moderna rilettura “noir” della tragedia di Paolo e Francesca. Il monito sulle insidie di un affetto in apparenza puro resta intatto ma l’esito, piatto e cinereo, è ben lontano dai lavori migliori dell’autrice. La giovane Roxane Duran si conferma una promessa del cinema francese.
Giordano Giannini
Giordano Giannini
I VHS sono stati fedeli compagni di gioco; mostrandoci “Il ragazzo selvaggio” di Truffaut in quarta elementare, la maestra mi ha indicato, senza volerlo, la strada da seguire | Film del cuore: La strada per il paradiso | Il più grande regista: Andrej Tarkovskij | Attrice preferita: il “braccio di ferro” è tra Jennifer Connelly e Rachel Weisz | La citazione più bella: "Tra quegli alberi c’è qualcosa." (Predator)

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Amanti, recensione del film con Pierre Niney e Stacy Martinlla sua nona regia, Nicole Garcia propone attraverso Amanti nientemeno che una moderna rilettura “noir” della tragedia di Paolo e Francesca. Il monito sulle insidie di un affetto in apparenza puro resta intatto ma l’esito, piatto e cinereo, è ben lontano dai lavori migliori dell’autrice. La giovane Roxane Duran si conferma una promessa del cinema francese.