Il terrore puro dello xenomorfo è buono per ogni stagione. E allora ad ogni generazione il suo Alien. Dopo gli sbilenchi crossover con Predator dei primi anni Duemila e poi gli ambiziosi ma non troppo apprezzati prequel di metà anni Dieci, Prometheus e Alien: Covenant, la formula torna ad aggiornarsi per un nuovo pubblico. In Alien: Romulus, diretto da Fede Álvarez e scritto assieme al suo sodale Rodo Sayagues, i riferimenti scalano a ritroso l’immaginario rifacendosi direttamente al primo capitolo della saga, il seminale film del 1979 a firma Ridley Scott.
Siamo dalle parti di un sequel/spin-off (c’è un termine per definire pure questi: interquel), collocato tra la fine di Alien e gli eventi di Aliens, che abbraccia in fede alla nostalgia cinematografica l’estetica e la struttura visiva dell’opera di Scott. Pulsanti di tutti i tipi, schermi dall’immagine sgranata e un senso di generale salto nel passato volto a compiere un atto di retrodatazione tecnologica che proprio Prometheus e Covenant avevano invece reimmaginato (non con problemi di giustificazione di coerenza interna) raffinata, moderna, più vicina a un futurismo come ci viene facile pensarlo oggi. È il modo con il quale ammiccare, a 45 anni di distanza dall’originale, al fandom di sempre e attraverso cui agganciarne uno nuovo, soprattutto grazie all’introduzione di un cast al passo con i tempi.
Vecchia formula, nuovi protagonisti
Nello spazio opprimente di una stazione di ricerca derelitta si muovono infatti personaggi adolescenti o poco più. Reietti, orfani, abbandonati a loro stessi. Perfetto calco di una Gen-Z in carenza di punti di riferimento e quindi ideali nuovi terminali di riconoscimento per un film che in sostanza prende la solita struttura asfittica della saga e la ricalibra. Sono lavoratori-prigionieri su una colonia mineraria e salgono quassù nello spazio perché sognano di scappare in un altrove migliore. Sulla stazione sperano di trovare delle capsule per l’ipersonno, ma finiscono in realtà per trovarci anche altro, i letali e iconici facehugger recuperati dai rottami della Nostromo e trasportati qui per degli esperimenti.
Nel riproporre le traiettorie note del franchise, fatte di una caccia del gatto al topo destinata ad arrivare a un last woman standing, Álvarez riesce a farsi valere nel non fare sostanzialmente nulla di nuovo. Gestisce bene gli spazi stretti, lo strisciare e i terrori subdoli in cui Rain Carradine (Cailee Spaeny; Priscilla, Civil War e ora questo, che annata per lei) e il suo dolente androide Andy (David Jonsson) stringono i denti mentre gli altri scivolano nel panico (Archie Renaux, Isabela Merced, Spike Fearn, Aileen Wu).
Sempre in seno alla nostalgia d’epoca non si rinuncia all’occasione poi di ritrovare sullo schermo qualche altro riferimento celebre. Nello specifico di riportare in una condizione di semivita Ian Holm, attore scomparso nel 2020 e che qui torna nel corpo dell’androide Ash, con una realizzazione tecnica non eccessivamente disturbante (se non per il come viene trovato) che mescola effetti speciali ed effetti visivi, più analogico che digitale. E soprattutto ancora caratterizzato dalla sua condizione di demiurgo teso tra fedeltà alla compagnia e cura della vita umana.

Sul corpo della donna
Interessante da notare è poi anche come Alien: Romulus si inserisca nel solco di un cinema blockbuster che negli ultimi tempi sembra particolarmente sensibile alla questione del corpo femminile, della maternità imposta e dell’usurpazione del diritto a scegliere su di essa. Solo negli ultimi mesi approcciavano il tema l’ottimo Omen – L’origine del presagio e il suo gemello Immaculate – La prescelta, declinando nell’orrorifico un qualcosa di molto sentito e dibattuto nel nostro contemporaneo.
Sul come il film di Álvarez affronti la cosa si può dire poco per evitare anticipazioni, ma questo della costrizione – e del frutto fisico, carnale, abominevole della costrizione – è senz’altro un argomento che nel cinema d’intrattenimento hollywoodiano oggi c’è. Così come c’è da riconoscere che la saga di Alien ha in fondo sempre parlato della donna e del suo posizionamento nel rapporto di forza tra i generi – incubazione, fecondazione, manipolazione sono pilastri da sempre portanti per il franchise.
Alien: Romulus ha quindi pane per nuovi e vecchi denti. Una scelta in parte conservativa quella della nuova Fox battente bandiera Disney, corsa ai ripari dopo il non successo dei capitoli precedenti. Ma una scelta sensata per segnare un punto di ingresso ad una saga in cerca di un pubblico da coltivare da zero. Che sia la volta buona?


