martedì, Febbraio 10, 2026
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Agata Christian – Delitto sulle nevi, recensione del film con Christian De Sica e Lillo Petrolo

Diretto da Eros Puglielli e interpretato da Christian De Sica e Lillo Petrolo, Agata Christian - Delitto sulle nevi è al cinema dal 5 febbraio distribuito da Medusa Film.

Sin dal titolo, che ammicca chiaramente alla “regina del crimine” Agatha Christie, il nuovo film di Eros Puglielli (Cortina Express, le serie Sono Lillo e Gigolò per caso) sembra puntare in alto: perché non realizzare un “Cluedo” italiano che mescoli omicidi e commedia, personaggi sopra le righe e una trama mystery?

Di esperimenti analoghi ne sono stati fatti tanti, dal brillante Signori, il delitto è servito del 1985 con Tim Curry alla trilogia di Knives Out con protagonista Daniel Craig nei panni dell’investigatore Benoit Blanc, passando per il recente The Residence prodotto da Shonda Rhimes per Netflix. In Italia, però, il giallo dalle tinte ironiche o grottesche è un genere con cui ci si cinema raramente – due esempi: Tutti defunti… tranne i morti di Pupi Avanti del 1977 e il più recente 7 donne e un mistero di Alessandro Genovesi del 2021.

Un cast corale di nomi riconoscibili

Così Puglielli, assieme a Be Water e Medusa che producono, mette su un cast corale di nomi riconoscibili e di talento – Christian De Sica, Lillo, Paolo Calabresi, Maccio Capatonda, Giorgio Colangeli, Sara Croce, Chiara Francini, Marco Marzocca, Alice Pagani, Ilaria Spada, Enzo Paci e Tony Effe – e li “rinchiude” in un castello tra i monti della Valle d’Aosta.

È qui che una benestante famiglia si riunisce per decidere del futuro della Gulmar & Gulmar, fittizia società di giochi da tavolo creata dal capofamiglia Carlo e diventata famosa per la realizzazione di “Crime Castle”, sorta di Cluedo nostrano. Ospiti inattesi di questo rendez-vous il celebre criminologo Christian Agata (De Sica), chiamato come testimonial di uno spot che rilancerà il gioco da tavola, e i due agenti Gianni Cuozzo (Lillo) e Bernardo (Calabresi), giunti per notificare una salatissima multa per eccesso di velocità al ricco e scansafatiche erede della società, Walter (Capatonda). A scombinare i piani dei presenti saranno, ovviamente, una valanga che isola il castello e un omicidio…

Un film perfetto (sulla carta)

Quindi: il regista di talento c’è, un cast variegato di nomi noti e giovani emergenti anche, la storia è interessante e ben promossa da trailer e manifesto, il budget consistente (8,1 milioni di euro) e la distribuzione ampia (Medusa, 500 sale). Cosa manca? Sulla carta, niente affinché Agata Christian – Delitto sulle nevi sia non solo un successo ma anche l’aprifila di una nuova serie.

I primi minuti sembrano confermare il valore produttivo del film: dalla regia di Puglielli, attenta e con qualche guizzo, alla fotografia precisa di Michele D’Attanasio, passando per l’ottima colonna sonora firmata da Francesco Cerasi e le scenografie di Alessandro Bigini, tra gli elementi maggiormente degni di nota. Man mano che la visione procede, tuttavia, iniziano ad emergere le (grosse) criticità del film, che alla fine prendono il sopravvento sugli aspetti positivi.

Agata Christian – Delitto sulle nevi. Foto di Jessica Guidi

Personaggi riusciti solo a metà

Primo problema: i personaggi. Alcuni sono scritti e recitati piuttosto bene, altri sono costruiti con meno criterio e interpretati così così: Walter Gulmar (Maccio Capatonda), ad esempio, dovrebbe essere il Checco Zalone di Buen camino, ricco, ignorante e sopra le righe, ed è invece una macchietta odiosa e insopportabile; Christian Agata vorrebbe fare il verso a Benoit Blanc ma finisce per essere ancora più irrisolto del personaggio di Rian Johnson nel terzo capitolo di Knives Out, stretto tra la comicità da cinepanettone e un detective snob non centratissimo nonostante la presenza scenica di De Sica.

Il duo comico Cuozzo – Bernardo, con Calabresi costretto a recitare in un non ben specificato dialetto locale, si cimenta in una serie di freddure una più imbarazzanti dell’altra; Nicolò Rapisarda, il creatore di una start-up che dovrebbe rilevare la Gulmar & Gulmar interpretato da Tony Effe, semplicemente non pervenuto. Più a fuoco i personaggi di Giorgio Colangeli, Sara Croce, Alice Pagani ed Enzo Paci; nel mezzo quelli di Chiara Francini, Marco Marzocca e Ilaria Spada.

Ritmo debole e scrittura poco brillante

A questo problema se ne somma un altro. Nonostante gli avvenimenti seguano un corso abbastanza coerente e intelligibile, con alcuni espedienti molto riusciti (le divertenti e surreali ricostruzioni dell’omicidio a opera di Cuozzo), il ritmo generale è molto debole, con scene più lunghe del previsto, battute tiratissime, tempi morti. Un film del genere, basato tutto su indizi, sospettati e intrighi, dovrebbe puntare innanzitutto su un montaggio serrato, dialoghi taglienti e tempi comici ineccepibili, elementi al contrario assenti o poco presenti, con un conseguente continuo arrancare della narrazione.

La scrittura, dunque, non risulta brillante come dovrebbe: si ride poco, ci si annoia un po’, ogni tanto ci si imbarazza anche per gag evidentemente poco riuscite. Peccato perché il plot funziona bene, il colpo di scena sull’assassino – che in questi casi è determinante per la riuscita del film – risulta efficace e ben congeniato, e le pedine sono nelle posizioni giuste.

Agata Christian – Delitto sulle nevi è come un orologio vintage che segna l’ora sbagliata: bello ma non fa quello per cui è stato progettato. Il finale stesso del film, grazioso ma non incisivo, è forse l’emblema di questa incompiutezza, come se a un certo punto ci si fosse accontentati di realizzare un prodotto che ammicca più al piccolo che al grande schermo.

Guarda il trailer di Agata Christian – Delitto sulle nevi  

GIUDIZIO COMPLESSIVO

Agata Christian - Delitto sulle nevi avrebbe tutte le carte in regola per essere il Cluedo italiano ma, nonostante eccellenti premesse e una grande qualità tecnica, si perde per strada con personaggi poco riusciti e un ritmo non all’altezza del genere cui fa rifermento. Puglielli, De Sica e Lillo si impegnano ma la sensazione finale è che il film incappi in quell’autoindulgenza votata alla sufficienza tipica dei prodotti pensati per le piattaforme.

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