Che spazio ha, nell’industria cinematografica di oggi, il coraggio di un regista? In altri termini: come può un autore provare a farsi produrre un film dal buon potenziale commerciale (quindi almeno con attori importanti e noti, con una campagna di marketing ben articolata) pur sapendo che, con la sua opera, scontenterà una buona parte del pubblico? Se si considerano le regole dell’industria cinematografica di oggi, After the Hunt è una follia. Oppure uno dei migliori film di Luca Guadagnino.
I fatti raccontati accadono a Yale, come viene spiegato dalla didascalia che segue i titoli di testa in stile Woody Allen. Si entra da qui in una dramma (pur tingendosi talvolta da commedia) che riflette sulle dinamiche di potere nella cultura occidentale odierna. Non è una storia vera, ma potrebbe tranquillamente esserlo. Maggie (Ayo Edebiri) è una studentessa tenuta in palmo di mano dai professori, ben integrata nel gruppo di amicizie dei docenti al punto da avere accesso alle cene tra accademici come se fosse una pari.
È legata in particolare ad Alma Olsson (Julia Roberts) e a Hank Gibson (Andrew Garfield), giovane e affascinante professore in attesa di conferma della cattedra. Maggie sostiene che, di ritorno dalla festa, Hank l’abbia violentata. Lo confessa ad Alma, cercando il suo sostegno. Non lo trova, non totalmente. È questa la scintilla che inizia una rapida ricerca del colpevole che si tramuta presto in un caso mediatico.

Un film che viene dal futuro
Non ci si crede, nel 2025, di poter vedere un film come After the Hunt. Perché la riflessione che Luca Guadagnino fa sulla sensibilità contemporanea post #MeToo è una materia che, fino ad oggi, sembrava intoccabile al cinema. Lontano da qualsiasi semplificazione e da ogni commento retrogrado rispetto alla cultura woke, il regista si muove con grazia tra le sfumature della questione. Una ragazza violentata va ascoltata, difesa e va trovato il colpevole con tutta la cura necessaria. Ma una volta stabilita la presunta verità, si è ancora in grado di analizzare con la stessa precisione la versione della controparte?
La domanda posta dal film è delle più scomode: come si può essere certi che la preda non sia a sua volta un predatore e si finga debole per i suoi interessi? C’è da avere paura ad affrontare una tematica del genere. Guadagnino lo sa e lo esplicita nei dialoghi. L’impatto con i personaggi è faticosissimo: le loro chiacchiere dei primi venti minuti di film sono uno sfinente susseguirsi di citazioni da filosofi, di considerazioni tanto argute quanto sintetiche e sentenziose, sul mondo moderno. Vale la pena farsi forza e superare quelle prime sequenze con attenzione.
Lì dentro c’è infatti tutta la chiave con cui leggere un film che discende pian piano in un intreccio da dramma da palcoscenico. Chi è Maggie e perché ha mosso queste accuse? Chi è Hank e perché ha fatto una cosa del genere? La risposta a queste domande definisce ciò che per Guadagnino è il concetto di potere.

La chiusura di un percorso introspettivo
Proprio come accadeva in Queer e in Bones and All, il tema nascosto di After the Hunt – fuori concorso all’82esima Mostra del Cinema di Venezia e dal 16 ottobre al cinema – è il desiderio di poter capire veramente le persone. Tutti, in scena, pretendono di saper riconoscere chi è una persona affidabile e chi non lo è. Puntualmente, nel momento in cui formulano un’opinione, vengono smentiti. In fondo questi accademici non sono raccontati in modo così diverso dai cannibali: anche loro si fiutano, si seducono, hanno tensioni carnali che li attraversano.
I dialoghi hanno pochissimi campo e contro-campo. Sono per lo più costruiti in profondità, come se si tirasse una diagonale nel quadro dello schermo per far convivere nella stessa inquadratura tutti gli interlocutori. Basta un cambio di focale per dimostrare la variazione dell’influenza, del potere dialettico e non solo, di uno sull’altro.
Inizialmente presentati come intellettuali superiori agli altri, distaccati dal piano emotivo, tutti loro cadono rapidamente nella trappola che si sono costruiti da soli. La conoscenza empatica, per loro faticosa, diventerà una chiave per risolvere il dilemma. Anche se, conoscere una persona nel profondo, comporta incontrarne anche i lati oscuri e – magari – specchiare i propri.

Il coraggio di After the Hunt
After the Hunt parla a Hollywood. Poi alla società americana. Infine a quella occidentale tutta. Si chiede se molti dei giudizi che abbiamo dato non siano stati troppo affrettati. Se non abbiamo sbagliato a distruggere carriere con processi in gran parte mediatici. Mostra che, se il tempo è uno strumento per arrivare a perdonare, allora forse non eravamo così certi della colpa. C’è del gusto nel sentirsi offesi dalle più piccole cose; c’è un’aspetto di accettazione collettiva, di moda, nel diventare una vittima. Guadagnino prende due generazioni e le fa scontrare. Afferma pochissimo, pone molte domande. Il suo cinema si è dimostrato spesso molto curato, attento all’esperienza e al godimento del pubblico.
Da Queer tutto questo è cambiato. Se quello era un film difficile da digerire, After the Hunt è un film che prova a tirare delle conclusioni che non sono quelle che vogliamo sentire. Se la prende con tutti: anche con chi ignora e disprezza i progressi fatti negli ultimi anni. Però così facendo risulta uno dei film più sentiti e personali del regista. Non per quello che racconta, ma per il coraggio di un punto di vista così criticabile, eppure così importante da proporre. Questo è il coraggio di un regista. Ce l’hanno in molti. In pochi, però, hanno il privilegio di poterlo esprimere in una produzione di questo tipo.


