Ad Astra, recensione dello sci-fi di James Gray con Brad Pitt

scritto da: Stefano Terracina

“Per aspera, ad astra” è una frase latina che significa “Attraverso le avversità, verso le stelle”. L’astronauta Roy McBride, il protagonista di Ad Astra, è intenzionato a viaggiare fino all’estremo limite del sistema solare pur di ritrovare suo padre, astronauta leggendario disperso da circa 16 anni. Una missione ostinata e contraria che porterà Roy a confrontarsi con gli sconfinati segreti che minacciano l’esistenza umana e, parallelamente, a fare i conti con i traumi infantili e i drammi interiori che lacerano la sua anima.

James Gray, regista di C’era una volta a New York e Civiltà perduta (solo per citare i suoi lavori più recenti), si cimenta per la prima volta con il genere fantascientifico, realizzando un’opera dalle premesse estremamente affascinanti che utilizzata la solitudine nello spazio profondo come metafora per raccontare la trasformazione di un uomo attraverso un viaggio interstellare tanto avvincente quanto spaventoso. Il risultato finale è un intrigante ibrido tra sci-fi intimista e grande cinema d’intrattenimento, le cui sconfinate potenzialità vengono però sciupate da alcune soluzioni narrative estremamente azzardate che sortiscono un effetto straniante.

Un materia ambiziosa, con una storia dai risvolti particolarmente complessi, che Gray dimostra di non saper maneggiare alla perfezione, risultando pedante e a tratti anche ripetitivo nello sviscerare la solitudine e il senso di isolamento di un uomo che cerca in tutti i modi di colmare una profonda mancanza, incapace di comunicare i suoi sentimenti agli altri. Una maggiore dose di introspezione avrebbe sicuramente giovato al racconto del regista (autore anche della sceneggiatura insieme al sodale Ethan Gross), che pecca invece di una superficialità inconcepibile, quasi fastidiosa, a mano a mano che mescola in maniera sempre più ardita i suoi temi cardini, quali l’etica in materia di esplorazioni spaziali, il posto dell’uomo nell’ordine del cosmo, l’elaborazione del lutto e il tormentato rapporto che può esistere tra un padre e un figlio.

La peculiarità e la profondità del racconto vengono intervallate da grandi momenti d’azione e di grande spettacolarità – con annessi tutti i dovuti riferimenti al cinema fantascientifico del passato – che, per quanto possano risultare stupefacenti, non collimano mai con le atmosfere più dolenti della pellicola, quelle volte a sottolineare la presenza ma anche la solitudine dell’essere umano nell’universo sconfinato. Sono proprio questi momenti ad avvicinare maggiormente Ad Astra all’ennesimo film spettacolare ambientato nello spazio privo di qualsiasi mordente, per quanto Gray si sforzi di renderlo agli occhi dello spettatore – riuscendoci però solo in parte – un racconto concettualmente viscerale, istintivo, atavico.

Al di là dell’ossessione con cui Gray si approccia alla costruzione di certi ridondanti e insistiti meccanismi narrativi, è innegabile quanto la performance misurata e insieme sofferta, a tratti quasi tenera, di Brad Pitt sia particolarmente convincente: un uomo che è in grado di sopravvivere nello spazio e di schivare qualsiasi pericolo, ma che teme l’intimità, in lotta perenne con la sua vulnerabilità, alla continua ricerca di una pace interiore nella speranza di riuscire a gestire le proprie debolezze e insicurezze. Una performance encomiabile che si plasma attraverso una vera e propria odissea dei sentimenti (da uomo colmo di rabbia e frustrazione, Roy sarà finalmente pronto ad esplorare i legami umani da quali è sempre scappato durante la sua esistenza), che arriva ad oscurare totalmente quelle dei comprimari, personaggi del tutto marginali, spaventosamente abbozzati, quasi tutti superflui ai fine della narrazione (su tutti quello di Liv Tyler).

Quella di Ad Astra – presentato in concorso all’ultima edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia – è una storia intrigante, assai contorta, dal potenziale emotivo sconfinato, che vacilla quando ricerca in maniera forsennata la spettacolarizzazione, lasciando così da parte in più di un passaggio l’introspezione. Visivamente ineccepibile (anche grazie alle straordinarie immagini del direttore della fotografia Hoyte van Hoytema), l’ultima fatica di James Gray è un film incapace di gestire in maniera coerente la complessità delle sue temerarie argomentazioni, risultando freddo e laconico come il suo meraviglioso protagonista.

Guarda il trailer ufficiale di Ad Astra

Stefano Terracina

Direttore responsabile e editoriale | Cresciuto a pane, latte e Il Mago di Oz | Film del cuore: Titanic | Il più grande regista: Stanley Kubrick | Attore preferito: Michael Fassbender | La citazione più bella: "Io ho bisogno di credere che qualcosa di straordinario sia possibile." (A Beautiful Mind)


Siti Web Roma