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A Quiet Place: Giorno 1, recensione del film con Lupita Nyong’o

Diretto da Michael Sarnoski e interpretato anche da Joseph Quinn, Djimon Hounsou e Alex Wolff, A Quiet Place: Giorno 1 arriva al cinema dal 27 giugno.

Le saghe odierne, soprattutto le più famose, devono aggirare un ostacolo che si pone costantemente lungo il loro corso e che consiste nella genuina capacità di raccontare una storia – o un semplice concept – tramite più “puntate”, declinandola attraverso differenti sfumature, adattandosi abilmente a forme e modelli tipici (tra sequel e prequel), senza mai incappare nella noia o nella ripetitività. Operazione non semplice, forse a tratti anche impossibile perché si finisce sempre per replicare un originale, lanciandosi nel pallido tentativo di duplicarlo all’infinito, colpevoli di aver preso troppo sul serio la lezione di Walter Benjamin sull’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, secondo la quale con l’avvento del Secolo Breve qualunque produzione artistica è stata sfruttata e riprodotta innumerevoli volte, nel solco di un’essenza cara alla Pop Art.

Di questo passo, un’idea audiovisiva rischia di subire un trattamento che ne implica la riproduzione all’infinito, ovunque, in barba a concetti cardine come l’originalità e la continuità nel raccontare una vicenda (attraverso diverse puntate). Ma sfidando il concetto stesso di continuity molte storie non si sono così fermate alla prima versione, approfittando di svariate variazioni sul tema per provare a raccontare – attraverso le immagini e, ogni volta, sfruttando modalità diverse – tematiche importanti che ne hanno sancito il successo presso il grande pubblico. Prendiamo ad esempio quella che, a tutti gli effetti, è una saga atipica: il brand A Quiet Place, nato quasi come un esperimento di genere, un film ridotto – per spazi, ambienti (ma non per budget) –, diretto da un debuttante “di razza” come John Krasinski, attore.

Nel 2018 quest’ultimo ha raccolto intorno a sé la moglie Emily Blunt e i comprimari Noah Jupe e Millicent Simmonds per raccontare la storia della famiglia Abbott, immersa in un presente distopico nel quale la terra è sotto attacco da parte di feroci creature aliene, pronte a reagire ad ogni sollecitazione esterna direzionandosi grazie ai suoni. In una realtà costretta al totale silenzio, gli Abbott cercano di sopravvivere nonostante le innumerevoli avversità, attraversando gli Stati Uniti squassati dalla catastrofe. Ancora una volta, siamo nel territorio tanto caro – al cinema a stelle e strisce – dell’immaginario apocalittico, erede naturale del mito fondativo della frontiera: se non possono conquistare nuovi spazi – siano essi verso Ovest o nello spazio, ça va sans dire –, i nordamericani devono necessariamente distruggerli per poterli infine ricreare da capo, inseguendo un mito primigenio.

Una formula ben consolidata

Krasinski sposa questa lezione implicita del cinema hollywoodiano, la mescola con le time bomb tipiche del genere (horror e sci-fi) fino a creare un mix perfetto, un equilibrio sottile di inquietanti jump scare e paura basati su un concetto rivoluzionario: la privazione del suono. Ed è in questa crepa che il successivo sequel – A Quiet Place II – si colloca, abbracciando però anche l’azione più adrenalinica, erede mainstream che raccoglie le ceneri del primo esperimento. Ma se, come si dice, non c’è due senza tre, adesso tocca al prequel – in uscita nelle sale il 27 giugno – A Quiet Place: Giorno 1 bissare il successo, sparigliando le carte in tavola di una formula ben consolidata e adattandosi agli indefiniti scenari del mercato attuale.

Diretto questa volta da Michael Sarnoski (Pig) – e con lo stesso Krasinski e Michael Bay tra i produttori esecutivi – il nuovo capitolo vede protagonista l’attrice Lupita Nyong’o (pronta a tornare all’horror dopo la felice esperienza di Noi – Us di Jordan Peele), affiancata da Joseph Quinn (l’amatissimo Eddie Munson di Stranger Things), Djimon Hounsou e Alex Wolff (anche lui volto protagonista degli incubi di Ari Aster in Hereditary – Le radici del male), tutti coinvolti nell’evocare – sullo schermo d’argento – il giorno in cui tutto il mondo è piombato nel caos e nel silenzio, complice un’inaspettata invasione aliena nei cieli di New York City.

Per analizzare questo prequel, è necessario cambiare il proprio punto di vista sull’intera saga (e, di conseguenza, sui precedenti capitoli), perché A Quiet Place: Giorno 1 usa la metafora come altoparlante per amplificare la propria voce, cambiando la narrazione e le modalità attraverso le quali racconta una catastrofe pronta ad abbattersi sul genere umano. Dal punto di vista cronologico, questa nuova “puntata” cinematografica riavvolge il nastro del tempo in modo chiaro e palese: uno switch necessario per creare il giusto set up, grazie ad una serie di dettagli e di particolari che determineranno tutte le successive scelte drammaturgiche.

La protagonista Sam ha un I-Pod nano, mini-monolite simbolo degli anni 2000, icona (più o meno volontaria) di quei tempi; l’orologio narrativo è quindi fermo in un indeterminato momento del nostro passato prossimo, attraversato da potenti echi e allegorie. Perché vedere i personaggi aggirarsi sullo schermo smarriti e terrorizzati, minacciati da “qualcosa di indefinito” che cade dal cielo, avvolti in una nuvola di polvere bianca che si attacca al viso, mutandolo in una maschera di terrore, riporta subito alla mente la Storia. E, in particolare, quel terribile 11 settembre 2001 che ha cambiato per sempre lo stato attuale delle cose. Sam si trasforma così in un simbolo potente, assumendo su di sé il peso di innumerevoli volti rimasti ignoti ai più, scivolati nell’anonimato storico che si muove, incessantemente, ai bordi della Storia ufficiale.

Volto bianco spettrale come una maschera del teatro Kabuki e occhi sgranati, allucinati: la performance strabiliante (e potente) di Lupita Nyong’o permette di rielaborare, sul piano collettivo, un macro-trauma generazionale, esorcizzandolo attraverso il genere, inseguendo la catarsi attraverso l’occhio del cinema. E lo stesso accade per l’Eric di Joseph Quinn: giovane affetto da attacchi di panico ritrovatosi, di colpo, al centro dell’apocalisse, è il transfert ideale di un disagio collettivo ancora tutto da esplorare, esattamente come i temi legati alla malattia.

Il senso della vita, tra sopravvivenza e accettazione

Quest’ultima è un’altra protagonista indiscussa del nuovo A Quiet Place, argomento ancora caldo e scomodo del quale parlare sul grande schermo ma sempre più rappresentato, dando voce a persone che finalmente possono ritrovarsi nelle struggenti difficoltà affrontate dai vari personaggi che si muovono sulla scena. Eric, il giovane tirocinante di giurisprudenza, soffre di attacchi di panico; Sam, invece, è terminale e si sta lentamente spegnendo giorno dopo giorno, sempre più lontana dalla vita. L’improvvisa apocalisse e la minaccia aliena permette loro di riscoprire il senso della vita, tra sopravvivenza e accettazione, desiderio e rivalsa: la malattia non è un limite ma l’innesco, una condizione che spinge a reagire alle avversità.

E tra i due non c’è nessun legame sentimentale ma solo la tenerezza di due esseri umani affini, pronti ad affidarsi all’istinto di conservazione per riconfermare la capacità tutta umana di resistere, una resilienza coatta agli eventi esterni. Altra allegoria potente soprattutto in un mondo post Covid-19, che ha vissuto il silenzio e l’isolamento, le città vuote e le vite spezzate. A spiccare in questo A Quiet Place: Giorno 1, inoltre, è la scelta di non eliminare i suoni ma di trasformarli, dando risalto proprio ai rumori assottigliando, au contraire, il dialogo: un’operazione inversa rispetto al gioiello (minimalista) di Krasinski, qui più incentrato sull’azione e su un senso molto più classico – e hollywoodiano – della narrazione, con rumori, suoni e original soundtrack a fare da tappeto sonoro (e collante) all’intera operazione.

In ultima battuta, il prequel di Sarnoski si configura come un unicum stagliato in modo distinto nel flusso di una saga nascente, aprendo le danze agli eventi rappresentati nei primi due capitoli ma configurandosi come uno storytelling autonomo, più incline all’intrattenimento mainstream, pronto ad usare il genere e una forma da blockbuster pop(olare) per esorcizzare i mostri della realtà, dal terrorismo passando per i concetti (tabù) di morte e malattia. E l’immagine di una donna solitaria che si aggira per una New York vuota, in compagnia solo di un gatto, sostituisce nell’immaginario collettivo il sopravvissuto solitario di Richard Matheson protagonista di un romanzo e di innumerevoli adattamenti, eroe e testimonianza diretta delle capacità infinite di un’umanità ferita.

Guarda il trailer ufficiale di A Quiet Place – Giorno 1

GIUDIZIO COMPLESSIVO

A Quiet Place: Giorno 1 usa la metafora come altoparlante per amplificare la propria voce, cambiando la narrazione e le modalità attraverso le quali racconta una catastrofe pronta ad abbattersi sul genere umano. Dal punto di vista cronologico, questa nuova “puntata” cinematografica riavvolge il nastro del tempo in modo chiaro e palese: uno switch necessario per creare il giusto set up, grazie ad una serie di dettagli e di particolari che determineranno tutte le successive scelte drammaturgiche.
Ludovica Ottaviani
Ludovica Ottaviani
Imbrattatrice di sudate carte a tempo perso, irrimediabilmente innamorata della settima arte da sempre | Film del cuore: Lo Chiamavano Jeeg Robot | Il più grande regista: Quentin Tarantino | Attore preferito: Gary Oldman | La citazione più bella: "Le parole più belle al mondo non sono Ti Amo, ma È Benigno." (Il Dormiglione)

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