venerdì, Marzo 1, 2024
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A dire il vero (You Hurt My Feelings), recensione della commedia di Nicole Holofcener

La recensione della commedia A dire il vero di Nicole Holofcener con Julia Louis-Dreyfus. Dall'8 febbraio al cinema.

C’è molto della matrice culturale e artistica di Woody Allen in A dire il vero, il nuovo film scritto e diretto da Nicole Holofcener. La regista nasce e cresce a New York in una famiglia ebrea, con il padre adottivo, Charles H. Joffe, che delle opere di Allen è tra l’altro proprio il produttore. Holofcener si forma allora a ridosso di quei set e di quel modo di intendere il cinema. Lì fa anche un bel po’ di gavetta, come da assistente al montaggio in Hannah e le sue sorelle (1986), dove a recitare c’è Julia Louis-Dreyfus, una dei due protagonisti in A dire il vero e già collaboratrice di Holofcener in occasione di Non dico altro (2013).

L’altro polo della coppia vede è il britannico Tobias Menzies, una sorta di particella in questo anomala rispetto al contesto in cui il film cala il suo impianto. Lei è Beth, una scrittrice alle prese con la sofferta stesura del suo primo romanzo di finzione, lui è Don, non a caso un terapeuta che invece di sciogliere i dubbi altrui inizia a mettere in questione la sua bravura nel farlo. Sono sposati e hanno un figlio poco più che ventenne (Owen Teague), sul quale riversano una benevola ma soffocante aspettativa. Vivono in quella New York borghese coltivata all’ombra non dei grattacieli ma della frescura di Central Park, il matrimonio funziona e sembrano una coppietta di giovani affiatati.

Lo stallo improvviso della mezza età

Ma l’età passa. Sta passando sotto i loro occhi un po’ sorpresi e un po’ autoindulgenti. Lo notano quando si guardano allo specchio e nel momento in cui finiscono per fare i conti sul come e dove sono ora. Si rendono conto di essere incanalati. La città, che in un’opera come questa sembra uno sfondo ma in realtà è colei che tira le fila della vita e dei suoi ritmi, li accoglie ma fa loro anche sfrecciare accanto un rapidissimo ricambio generazionale e professionale. È un film molto di parola e di riflessione ad alta voce questo A dire il vero. Si pone proprio in scia di quell’ironia controllata che Allen incanalava nelle strade e nei vicoli della metropoli statunitense, lasciando che il confronto, l’equivoco e la situazione si ponessero a balsamo terapico lì dove la psicanalisi, elemento dileggiato ma sempre cruciale del suo cinema, provava ma non arrivava mai del tutto.

Un film che nel fare questo utilizza anche la grammatica certo nota delle passeggiate a due nel groviglio di marciapiedi e traffico, con una macchina da presa a precedere i protagonisti che spesso si confrontano con Sarah (Michaela Watkins), sorella di Beth, e il marito di lei, Mark (Arian Moayed). E mentre accerchia il quartetto con le disillusioni della mezza età – anche Sarah fatica nel suo lavoro da interior designer e Mark nella sincopata carriera da piccolo attore –, la sceneggiatura di Holofcener insinua anche il dubbio di un’insincerità tra Beth e Don. Mette insomma in crisi il dittico, l’unica linea retta che resiste alle tridimensionalità frenetiche di quel mondo che pulsa indifferente lì fuori.

Un’immagine di A dire il vero. Photo Credit: Jeong Park © 2023 It’s Just My Opinion Pictures, Inc.

La tenue malinconia del riscoprirsi

E da qui in A dire il vero si genera tutta una rincorsa, ma senza fiatone, alle conferme. I due devono ritrovare un modo per riconfigurarsi l’uno all’altro, prima che nell’approccio con tutto quanto il resto. Anche prima che con il figlio, che a guardare i due afferma di sentirsi un terzo incomodo. D’altronde è sintesi di tutto quello che Beth e Don cercano inconsciamente di scansare: la gioventù e la possibilità di scoprirsi mediocri con dignità e senza peccato alcuno.

L’opera della regista si orchestra tutta su questa malinconia tenue e in ogni occasione in punta di ironico fioretto, passando anche per un’immancabile messa in gioco di una figura materna (Jeannie Berlin), quella di Beth e Sarah, che è causa di ulteriori crismi e sottintese nevrosi. Certo, del cinema di Allen ad Holofcener manca l’affondo irriverente o l’incandescenza psicotica di personaggi che l’autore spesso ritagliava per sé. Ma tutto ciò A dire il vero probabilmente nemmeno lo cerca, si accontenta di carpirne l’atmosfera, il senso di reminiscenza e l’intervento del caso nelle incomprensioni e nelle risoluzioni della vita quotidiana.

Guarda il trailer ufficiale di A dire il vero

GIUDIZIO COMPLESSIVO

Nicole Holofcener firma sceneggiatura e regia di un film che per aspetto e venature ricorda il cinema di Woody Allen: nella città di New York, nel ruolo terapeutico delle passeggiate, nel caso e nelle nevrosi. Non lo vuole ricalcare fino in fondo, ma ne trae la parvenza per calare un velo sopra l’ironica e melanconica crisi di mezza età dei suoi protagonisti.

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