lunedì, Settembre 20, 2021
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A Classic Horror Story, recensione dell’horror italiano targato Netflix

La recensione del film A Classic Horror Story, horror italiano diretto da Roberto De Feo e Paolo Strippoli. Dal 14 luglio su Netflix.

Nel nostro cinema il genere horror – per quanto oggi ignorato e/o snobbato da larga parte dei media e del pubblico – ha una storia importante. Da I vampiri di Riccardo Freda – da molti considerato il primo film dell’orrore italiano -, passando per autori significativi, apprezzati anche all’estero, come Mario Bava e Dario Argento, il nostro horror – nelle sue varie declinazioni, che vanno dal gotico al giallo all’italiana – ha goduto di un certo spazio e di una discreta popolarità, almeno fino alla seconda metà degli anni ’80.

Una produzione che, per ragioni di varia natura, è andata via via ad esaurirsi, riducendosi a casi sempre più sporadici ed isolati. Non ci siamo comunque ancora arresi; nuovi “incubi nostrani” sono approdati nelle sale, sia ad opera di registi affermati in altri generi (il remake d’autore di Suspiria realizzato da Luca Guadagnino) che di giovani cineasti (The End? L’inferno fuori di Daniele Misischia). A questa ultima categoria appartengono Roberto De Feo e Paolo Strippoli, duo dietro A Classic Horror Story, disponibile su Netflix dal 14 luglio.

Roberto De Feo, già dietro al mix di atmosfere gotiche e twist in stile M. Night Shyamalan The Nest (Il nido), torna, in questa nuova pellicola, a giocare con le diverse anime del genere. Lo affianca alla regia il giovane Paolo Strippoli, con all’attivo diversi cortometraggi e alcune collaborazioni come regista di seconda unità (Io sono tempesta). Hanno seguito De Feo, in questa nuova avventura cinematografica, anche Lucio Besana (cofirmatario della sceneggiatura con i due registi) e il direttore della fotografia Emanuele Pasquet (SKAM Italia), entrambi già col regista nel precedente The Nest.

Il canovaccio di partenza di A Classic Horror Story è molto classico (scusate il gioco di parole): un gruppo di cinque sconosciuti si ritrova – tramite ad una app di car sharing – a viaggiare insieme verso la Calabria. La “fauna” che compone i passeggeri del pulmino vintage è variegata, dalla brava ragazza, rimasta per sbaglio incinta, (Matilda Lutz) allo sfigatello appassionato di cinema (Francesco Russo). Un insolito incidente – di quelli che non sembrano capitare per caso – li farà ritrovare sperduti in un bosco, con tanto di casetta solitaria ed inquietante.

Fa strano sentire le note e le parole de La casa di Sergio Endrigo accompagnare una scena di torture, di quelle che sembrano uscite da una efferata pellicola del recente horror francese (Alexandre Aja aveva usato Sarà perché ti amo dei Ricchi e Poveri nel suo Alta tensione). Il succitato cinema d’oltralpe è una delle tante influenze – tra cui il classico dei classici di Sam Raimi, La casa, giocando quindi anche con l’omonimia della spensierata canzone di Endrigo – a cui si rifà A Classic Horror Story. Principale influenza è però il filone del folk horror, un genere che sta vivendo una rinnovata popolarità grazie a pellicole come Midsommar – Il villaggio dei dannati e Il rituale (anche questo, se voleste approfondire il genere, disponibile su Netflix).

A Classic Horror Story aggiunge a questi orrori da folklore contadino, sullo sfondo delle evocative montagne “calabresi” (il film in realtà è stato girato tra la Puglia e Roma), una componente metacinematografica che scompagina le carte in tavola, giustificando in parte anche un eccessivo abuso di cliché. Se le influenze formali sono prevalentemente internazionali, le tematiche trattate sono prettamente italiane; dallo sberleffo all’atteggiamento di certo pubblico nostrano nei confronti dell’horror, ad una sottile nota di critica sociale, che chiama in causa addirittura le mafie.

De Feo e Strippoli dimostrano di conoscere bene il genere e tutte le sue variazioni, riuscendosi a muovere agilmente tra le molteplici sfaccettature che compongono la pellicola. A Classic Horror Story è sicuramente un’opera realizzata con mestiere ed amore per il genere, che pecca a volte di eccessivo citazionismo – spesso si ha la sensazione di “già visto” – e anche un pochino di autocompiacimento. Difetti che comunque non apportano gravi danni a quanto di buono c’è nel film.

Guarda il trailer ufficiale di A Classic Horror Story

GIUDIZIO COMPLESSIVO

A Classic Horror Story gioca con i vari sottogeneri del cinema dell'orrore, prediligendo il folk horror, forte di un rinnovato interesse da parte di critica e pubblico. De Feo e Strippoli puntano sull'aspetto metacinematografico per scompaginare un po' le carte in tavola, giustificando così anche l'abuso di certi cliché. Un film che soffre di eccessivo citazionismo, ma che riesce comunque a convincere grazie alla sua sottile critica sociale e alla regia solida.
Marco Scaletti
Prima sono arrivati i fumetti e i videogiochi, dopo l'innamoramento totale per il cinema e le serie tv. Consumatore onnivoro dei generi più disparati, dai cinecomics alle disturbanti opere del sommo Cronenberg | Film del cuore: Alien | Il più grande regista: il succitato Cronenberg o Michael Mann | Attore preferito: Joaquin Phoenix | La citazione più bella: "I gufi non sono quello che sembrano" (I segreti di Twin Peaks)

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