7500, recensione del film con Joseph Gordon-Levitt

scritto da: Giordano Giannini

Quindici anni dopo Flightplan di Schwentke, il sottogenere “terrore ad alta quota” batte nuovamente bandiera tedesca. Tocca stavolta al gottinghese Patrick Vollrath – classe ’85, candidato all’Oscar nel 2016 per Andrà tutto bene, categoria Miglior Corto – convincere il pubblico a sedersi, allacciare le cinture e trattenere il respiro per i novanta, burrascosi minuti di 7500, visibile su Amazon Prime Video.

Per Tobias Ellis (il bravo Joseph Gordon-Levitt), primo ufficiale di bordo, è un giorno come tanti all’aeroporto di Braunschweig-Wolfsburg: completati i controlli, imbarcati gli immancabili ritardatari, può afferrare la cloche, a fianco del comandante, e pensare già al rientro a Kreuzberg dove il figliolino lo attende per andare insieme al parco. Accade l’imprevisto. Poco dopo il decollo, un piccolo nucleo di islamici radicali prova a impossessarsi del velivolo: Tobias isola rapidamente la cabina di guida, non prima però che il comandante venga colpito a sangue. Il giovane ufficiale ora è solo: oltre la porta blindata, le vite di sua moglie Gökçe (Aylin Tezel) e dell’equipaggio sono appese ad un filo; venti interminabili minuti le separano da un atterraggio d’emergenza ad Hannover.

Buon esempio di film d’azione “adulto”, 7500 assume una doppia valenza: allegoria del Potere e della Responsabilità, da un lato; metafora sul Vecchio Continente, fra quotidiani dissapori e nuovi focolai estremisti (politici o religiosi), dall’altro. Sul primo versante, il copione (firmato dal regista insieme a Senad Halilbasic) gioca le sue migliori carte: imprigionato in cabina, sancta sanctorum dove si decidono non solo le rotte, Tobias Ellis, “signor nessuno” alla Hitchcock, adotta giocoforza il metro della ragion di stato, il potere più puro, per nulla astratto o “romantico”; il dovere di scegliere chi vive e chi no, l’onere di anteporre il bene di molti a quello di pochi (anche i propri cari); i sofferti, utopici tentativi di incitare gli altri ad “aggregarsi” per cambiare la realtà (cosa che avviene ma solo quando essi capiscono di non avere più scampo). Fardelli dei quali verrà, in parte, investito lo stesso Vedat (Omid Memar), l’attentatore più giovane, non appena accederà alla cabina, illuso di controllarla quando, invece, sarà “lei” a controllare lui, proprio come è accaduto a Tobias.

Il secondo versante delude un poco, dacché la metafora si rivela più comoda e chiusa in sé di quanto non si prefiggesse: “Occhio per occhio… e il mondo diventa cieco” recita il prologo, ma cosa spinga taluni a credere necessario quel principio biblico non viene chiarito; manichini armati di cocci di vetro, i terroristi sono a dir poco assurdi (è mai possibile che un “istishādi” coinvolga un diciottenne, emotivamente instabile e potenzialmente dannoso per l’operazione, ancorché addestrato?); eccezion fatta per Gökçe, il comandante (Carlo Kitzlinger) e il cordiale agente di rampa (Denis Schmidt), il resto del mondo quasi non c’è, se non filtrato da schermi a bassa risoluzione e compassati avvisi radiofonici. E, una volta di più, a rischio di forzature ideologiche, un americano, Tobias, fa la differenza sull’aereo-Europa, penetrabile come il burro.

Ciò nonostante, protetta con unghie e piombo, lorda di piscio e sangue, risonante di squilli di cellulare senza risposta e voci di madri che non vedranno i propri figli tornare a casa, fredda e “matematica”, la Cabina resta intatta, in monolitica attesa di un nuovo pilota. Da sola, la sua immagine vale tutto il film. Per fare un confronto, si consigliano: Captive di Brillante Mendoza e Captain Phillips di Paul Greengrass. 

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