sabato, Maggio 18, 2024
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50 km all’ora, recensione del film con Fabio De Luigi e Stefano Accorsi

La recensione di 50 km all'ora, film diretto e interpretato da Fabio De Luigi al fianco di Stefano Accorsi. Dal 4 gennaio al cinema.

La liaison tra il cinema italiano e i titoli stranieri ha origini lontane, con una fascinazione incontrollata per l’arte del remake (molto spesso dettata da logiche, ahimè, prettamente commerciali). Ma negli ultimi anni questa relazione è stata “ufficializzata” agli occhi degli spettatori, offrendo sempre più prodotti orientati lungo questa traiettoria: spesso mere copie carbone mal riuscite, raramente delle opere in grado di superare gli originali recuperando solo un concept, un’idea, per poi adattarli al nostro sentimento tutto italiano.

Quindi i remake rappresentano una buona strategia di mercato, incarnando un “one shot” sicuro per gli investitori – ovvero i produttori – che puntano su cavalli considerati vincenti i loro capitali. La suddetta sicurezza è determinata dal successo al box office in patria o, nella maggior parte dei casi, dai costi ridotti legati all’acquisizione dei diritti (che risultano molto più economici rispetto ad un prodotto originale, dotato di un alto margine di rischio).

Dopo alterne fortune e altalenanti esiti al botteghino italiano che ci ha regalato, nel corso degli anni, prodotti dimenticabili – come Mamma o papà? e Il nome del figlio, remake di originali francesi – ma anche prove pregevoli magari sul piccolo schermo – sulla scia della recente serie Prime Video Gigolò per caso  – adesso è il turno per Fabio De Luigi di provare a rischiare puntando tutto sul rosso o sul nero, tornando così dietro la macchina da presa (dopo l’esordio con Tiramisù e Tre di troppo) per adattare il film tedesco campione d’incassi 25 km/h al nostro gusto e alle sale italiane, nelle quali il remake approderà dal 4 gennaio.

50 Km all’ora è il titolo di quest’ultima fatica riadattata, che vede lo stesso comédien nelle vesti di regista e interprete (nonché co-sceneggiatore insieme a Giovanni Bognetti) accanto a Stefano Accorsi e Alessandro Haber, qui nel piccolo ruolo del padre dei due improbabili fratelli (ritrovati) protagonisti della rocambolesca vicenda narrata sullo schermo.

Il film rispetta i canoni del racconto on the road 

Rocco (De Luigi) e Guido (Accorsi) sono due fratelli agli antipodi che hanno vissuto lontano per molti anni, soprattutto a causa di un rapporto conflittuale fomentato dalla figura paterna (Haber) e dal divorzio dei genitori. Quando quest’ultimo muore si ritrovano al suo funerale: per i due, è subito l’occasione giusta per affrontare i demoni del passato. Per farlo, decidono però di optare per una soluzione alternativa: dopo aver ritrovato due vecchi motorini Ciao della Piaggio scassati che avevano modificato da ragazzini, decidono di compiere un viaggio insieme attraverso l’Italia, come avevano sempre sognato. I giorni trascorsi sulle due ruote li aiuteranno a chiarire i rancori e ad analizzare il loro rapporto, avvicinandoli sempre di più – nonostante le contraddizioni e le divergenze – tanto da riportarli lungo la strada di casa.

Per analizzare 50 km all’ora è necessario splittarne il senso, considerandolo sotto una duplice ottica: quella del genere in sé e per sé e quella della commedia, ampio ombrello sotto il quale collocare la maggior parte dei prodotti della nostra industria audiovisiva. Se consideriamo il film in quanto esempio di road movie, il lavoro compiuto da De Luigi e dalla crew è pregevole: il film rispetta i canoni del racconto on the road alla lettera, procedendo per frammenti – di episodi, eventi e situazioni – che mettono al centro del racconto il concetto stesso di viaggio, di spostamento dromomaniaco nello spazio, volto alla ricerca del proprio Io anche sulle tracce dei luoghi della memoria.

De Luigi e Accorsi interpretano la coppia protagonista, novelli – e improbabili – Wyatt “Capitan America” e Billy post Easy Rider (e post adolescenziali) che hanno scambiato il chopper per un Ciao. Il loro percorso nell’auto-consapevolezza e nella ricerca di un’identità passa per una teoria ininterrotta di incontri e situazioni che li mettono alla prova, spingendoli progressivamente fuori dalle rispettive – e anguste – comfort zone, nel tentativo di riavvolgere il nastro di un’adolescenza, spensierata e perduta, a ritmo di musica.

Fabio De Luigi e Stefano Accorsi in 50 km all’ora. Foto di Loris T. Zambelli

La disorganicità accompagna l’intera operazione

Da questo punto di vista, 50 km all’ora è perfetto nella sua essenza, complice la sintonia innata tra i due interpreti, nella quale al malinconico De Luigi si contrappone un eccentrico Accorsi sopra le righe, che sembra aver trovato una nuova dimensione artistica cavalcando l’onda lunga di nuovi ruoli (com’è accaduto nel recente Call My Agent – Italia). Le vere debolezze, ahimè, emergono però se il film viene considerato in quanto commedia, scevro dalle strutture del genere e inquadrato all’interno di un mare magnum limaccioso e inafferrabile: la disorganicità sembra accompagnare l’intera operazione, preferendo una natura rapsodica e frammentaria ad una drammaturgia più coesa e complessa, dando risalto a singole scene – anche estetizzanti – piuttosto che all’intero viaggio dell’eroe, che così si trasforma in un ripetitivo vagabondare attraverso l’imprevedibilità dell’esistenza.

50 km all’ora è un film interessante, un tentativo di recuperare una tradizione – quella del road movie agrodolce – che abbiamo contributo anche a creare (soprattutto grazie a Il sorpasso di Dino Risi) ma che, fin troppo spesso, è stata abusata e banalizzata (salvo rare eccezioni, come il recente La primavera della mia vita). Purtroppo un senso di disorganicità sembra avvolgere il risultato finale, condannandolo ad un’imprecisione affascinante ma incompleta, più amara che – appunto – agrodolce, tanto da far immaginare cosa sarebbe potuto emergere sullo schermo d’argento se solo ci fosse stato il coraggio di osare fino in fondo, sposando appieno i canoni del genere, contaminandoli con creatività e fantasia.

Guarda il trailer ufficiale di 50 km all’ora

GIUDIZIO COMPLESSIVO

50 km all’ora è un film interessante, un tentativo di recuperare una tradizione – quella del road movie agrodolce – che abbiamo contributo anche a creare (soprattutto grazie a Il Sorpasso di Dino Risi) ma che, fin troppo spesso, è stata abusata e banalizzata. Purtroppo un senso di disorganicità sembra avvolgere il risultato finale, condannandolo ad un’imprecisione affascinante ma incompleta, più amara che – appunto – agrodolce, tanto da far immaginare cosa sarebbe potuto emergere sullo schermo d’argento se solo ci fosse stato il coraggio di osare fino in fondo, sposando appieno i canoni del genere, contaminandoli con creatività e fantasia.
Ludovica Ottaviani
Ludovica Ottaviani
Imbrattatrice di sudate carte a tempo perso, irrimediabilmente innamorata della settima arte da sempre | Film del cuore: Lo Chiamavano Jeeg Robot | Il più grande regista: Quentin Tarantino | Attore preferito: Gary Oldman | La citazione più bella: "Le parole più belle al mondo non sono Ti Amo, ma È Benigno." (Il Dormiglione)

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50 km all’ora è un film interessante, un tentativo di recuperare una tradizione – quella del road movie agrodolce – che abbiamo contributo anche a creare (soprattutto grazie a Il Sorpasso di Dino Risi) ma che, fin troppo spesso, è stata abusata e banalizzata. Purtroppo un senso di disorganicità sembra avvolgere il risultato finale, condannandolo ad un’imprecisione affascinante ma incompleta, più amara che – appunto – agrodolce, tanto da far immaginare cosa sarebbe potuto emergere sullo schermo d’argento se solo ci fosse stato il coraggio di osare fino in fondo, sposando appieno i canoni del genere, contaminandoli con creatività e fantasia.50 km all’ora, recensione del film con Fabio De Luigi e Stefano Accorsi