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28 anni dopo, recensione del film di Danny Boyle

Diretto da Danny Boyle, scritto da Alex Garland e prodotto da Cillian Murphy, 28 anni dopo è al cinema dal 18 giugno distribuito da Eagle Pictures.

Nel 2002, con 28 giorni dopo, Danny Boyle, Alex Garland e Cillian Murphy riscrissero le regole dell’horror post-apocalittico. Un film che non solo rianimò il genere zombie, ma lo contaminò definitivamente, facendo della rabbia virale una metafora perfetta del nostro tempo. Ventitré anni dopo, la triade si ricompone (quasi): Boyle torna alla regia, Garland alla sceneggiatura, e Murphy, pur non presente sullo schermo, figura come produttore esecutivo. 28 anni dopo non è solo il terzo tassello di una saga (nel 2007 uscì infatti 27 settimane dopo, con Boyle e Garland come produttori esecutivi), ma il primo capitolo di una nuova trilogia. Un film che riflette sul passato cinematografico e sociale, e si chiede: cosa resta dell’umano dopo l’apocalisse?

Presentato in anteprima a Roma alla presenza del regista, 28 anni dopo è prodotto da Sony Pictures e distribuito in Italia da Eagle Pictures a partire dal 18 giugno. Il film, scritto da Garland, vede protagonisti Jodie Comer, Aaron Taylor-Johnson, Ralph Fiennes e il sorprendente esordiente Alfie Williams. Le musiche originali dei Young Fathers accompagnano una fotografia granulosa e potente, firmata da Rob Hardy, capace di alternare paesaggi desolati a interni claustrofobici. Boyle ha girato con dispositivi mobili e droni, sfruttando l’imperfezione come cifra stilistica: «Non cercavamo la perfezione, ma la sua incrinatura», ha dichiarato. Il risultato è un’opera che, pur nell’ampiezza della narrazione, mantiene una tensione intima e persistente.

28 anni dopo recensione

Un viaggio nel cuore di una nuova apocalisse

28 anni dopo si apre su una piccola comunità isolata dal mondo, in un’isola collegata alla terraferma solo durante la bassa marea. È qui che vivono Jamie (Aaron Taylor-Johnson), sua moglie Isla (Jodie Comer) e il figlio dodicenne Spike (Alfie Williams). In questa società chiusa e rigidamente regolata, ogni uscita verso il continente è un atto di rischio e necessità. Quando Isla si ammala gravemente, Spike scopre non solo la paura della perdita, ma anche le bugie del padre, che sembra volerla tenere lontana da ogni possibilità di cura. Il ragazzo decide allora di partire in gran segreto con la madre, verso un luogo mitico, dove si dice viva ancora un medico sopravvissuto, il dottor Kelson (Ralph Fiennes), figura enigmatica, considerata pazza e pericolosa. Inizia così un viaggio tra rovine e infetti, un’odissea che è anche un percorso di formazione.

28 anni dopo costruisce la sua forza narrativa sul parallelismo tra due mondi: quello degli umani e quello degli infetti. Non più semplici mostri, gli “Alpha” si sono evoluti: più forti, più organizzati, meno impulsivi. Sono diventati “società”. E nel mostrare questo cambiamento, Danny Boyle racconta anche il nostro: un Regno Unito isolato, ridotto a zona contaminata, tornato ad una forma di medioevo socio-culturale. Brexit, pandemia, rabbia sociale: tutto converge. Il padre che protegge mentendo, il figlio che disobbedisce per amore, la madre malata che diventa simbolo di un mondo che non può più essere guarito. In questa mappa emotiva, si leggono tracce di The Last of Us, di Contagion, ma anche del primo The Walking Dead. Solo che qui il nemico non è solo fuori, è dentro: è la paura di cambiare, di affidarsi all’altro, di aprirsi al diverso.

28 anni dopo recensione

Tra visioni potenti e limiti di formato

Dal punto di vista tecnico, 28 anni dopo è un film notevole. La fotografia di Rob Hardy regala sequenze iconiche, mentre la scelta di Danny Boyle di alternare digitale sporcato e immagini di repertorio medievale restituisce l’idea di una civiltà regredita. Le scenografie fanno il resto: interni decadenti, fortezze rurali, boschi infetti. L’intimità della scrittura di Alex Garland si sposa con il tono epico e viscerale della regia. Il vero cuore del film è però il rapporto padre-figlio, chiuso, asfittico, specchio dell’isolamento dell’intero Regno Unito. È in questa dinamica che 28 anni dopo trova la sua voce più autentica, in quel bisogno di uscire, di respirare, di guardare altrove.

Ottime le interpretazioni: Ralph Fiennes, come sempre superbo, riesce a dare credibilità ad un personaggio che allo stesso tempo è medico, scienziato e profeta; Aaron Taylor-Johnson convince nei panni di un padre tormentato e ambiguo, così come Jodie Comer, madre dolente ma sempre fiera. E poi c’è Alfie Williams, la vera rivelazione, capace di tenere insieme fragilità e coraggio e di rubare la scena a tra figure distintive per il grande schermo. Eppure, 28 anni dopo sembra voler sempre qualcosa in più: una scena più iconica, una svolta più incisiva. Forse perché, in fondo, è solo l’inizio. Un episodio zero, un prologo. Il film costruisce un mondo, semina tracce, prepara il terreno. Ma a volte sembra dimenticare di essere, prima di tutto, un film.

In definitiva, 28 anni dopo è un’opera coraggiosa, densa e visivamente potente, che manca di un qualcosa che forse deve semplicemente ancora arrivare. Non ha l’urgenza innovativa del primo capitolo, ma si ritaglia uno spazio originale tra allegoria politica, dramma familiare e horror evoluto. Boyle e Garland firmano un racconto che parla del nostro presente guardando ad un futuro infetto, ma ancora profondamente umano. Una pienissima sufficienza, in attesa del prossimo contagio.

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GIUDIZIO COMPLESSIVO

28 anni dopo è un'opera coraggiosa, densa e visivamente potente, che manca di un qualcosa che forse deve semplicemente ancora arrivare. Non ha l’urgenza innovativa del primo capitolo, ma si ritaglia uno spazio originale tra allegoria politica, dramma familiare e horror evoluto. Danny Boyle e Alex Garland firmano un racconto che parla del nostro presente guardando a un futuro infetto, ma ancora profondamente umano. Una pienissima sufficienza, in attesa del prossimo contagio.

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28 anni dopo è un'opera coraggiosa, densa e visivamente potente, che manca di un qualcosa che forse deve semplicemente ancora arrivare. Non ha l’urgenza innovativa del primo capitolo, ma si ritaglia uno spazio originale tra allegoria politica, dramma familiare e horror evoluto. Danny Boyle e Alex Garland firmano un racconto che parla del nostro presente guardando a un futuro infetto, ma ancora profondamente umano. Una pienissima sufficienza, in attesa del prossimo contagio.28 anni dopo, recensione del film di Danny Boyle